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Africa, guerra al «cobalto sporco» con le startup della blockchain

Il database distribuito potrebbe rivelarsi uno strumento indispensabile per controllare e tracciare la provenienza della materia prima per le batterie delle auto elettriche. Se ne sono accorte le startup del Continente, sempre più interessate allo (strano) connubio fra cobalto e blokchain

di Roberto Bongiorni

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(Afp)

Il database distribuito potrebbe rivelarsi uno strumento indispensabile per controllare e tracciare la provenienza della materia prima per le batterie delle auto elettriche. Se ne sono accorte le startup del Continente, sempre più interessate allo (strano) connubio fra cobalto e blokchain


3' di lettura

Cobalto estratto in Congo e blockchain. A prima vista il connubio appare insolito. Ma per diverse case automobilistiche rischia di essere la sola strada percorribile per centrare i loro grandi obiettivi verdi.

È difficile immaginare la rivoluzione dell’auto elettrica senza far riferimento alla Repubblica Democratica del Congo. Perché le batterie al litio dell’auto del futuro necessitano di molto cobalto. Minerale impiegato anche nei milioni di smartphone venduti nel mondo e in altri apparecchi digitali. Più del 60% della produzione mondiale arriva dalla provincia sud-orientale di Lualaba, proprio nel cuore del martoriato Congo Rdc.

Non esiste per nessuna materia prima una tale concentrazione territoriale. E nelle ricchissime miniere artigianali di Kolwesi sono da tempo documentati su larga scala casi di minori,anche di sette anni,impegnati a estrarre il cobalto in tunnel strettissimi, a rischio di gravi malattie polmonari. Lo chiamano “cobalto sporco”, ma non per questo non entra nella catena di fornitori dei grandi marchi.

La blockchain per tracciare la provenienza del cobalto
La tecnologia blockchain sta offrendo delle soluzioni per combattere questo grave problema (era già stata già usata per i “diamanti di sangue”). Da poco sono state sviluppate piattaforme digitali per tracciare la provenienza del cobalto,lungo tutta la sua oscura e lunga filiera.

L’opinione pubblica è sensibile al problema,lo stanno diventando anche diversi produttori che utilizzano cobalto. Come Volvo,che a inizio mese ha reso noto che userà la tecnologia blockchain per poter tracciare il cobalto utilizzato nelle proprie batterie. A inizio anno lo aveva annunciato anche Ford.

Non sono i soli. L’utilizzo di questa tecnologia, in tutte le sue mille potenzialità,sta crescendo esponenzialmente in Africa. Anche nelle materie prime, soprattutto nel settore agricolo. Oltre il 60% degli africani vivono nelle zone rurali. Ancora oggi l’agricolturarappresenta più del 30% del Pil africano. Sarebbe un settore con grandissime potenzialità. Sarebbe.

Perché una lunga serie di annosi problemi ne limitano l’espansione: bassa produttività, mancanza di fiducia nel sistema di scambio,strumenti finanziari del tutto inadeguati (quando ci sono).Sono problemi seri. Senza contare la corruzione,l’oscura attività degli intermediari,le politiche opache di diversi Governi, che da ormai troppi anni hanno rallentato il mercato delle materie prime africane.

Il boom delle startup nel settore
La tecnologia blockchain offre molte soluzioni. Questa catena di blocchi “open source” – una sorta di database che conserva registrazioni di transazioni che non possono essere modificate - rende trasparenti le operazioni,automatizza la contabilità, migliora i tempi di movimentazione delle merci e dei pagamenti, permette di tracciare le materie prime dall’estrazione all’acquirente finale.

L’adozione di criptovalute rappresenterebbe poi un mezzo per scambiare capitali laddove vi sono palesi ombre finanziarie. Ma offrirebbe anche un riparo contro la dipendenza dal dollaro e le forti oscillazioni della valute nazionali e l’iperinflazione. Ecco perché sempre più startup africane si stanno concentrando su questa tecnologia.

Agrikore, per esempio, è un esperimento che sta avendo successo in Nigeria. Offre un sistema di pagamenti rapidi e trasparenti grazie a un mercato automatizzato che include tutta la filiera agricola in un solo trasparente ecosistema. BitLand, invece, è l’applicazione che in Ghana non permette di modificare il procedimento per registrare gli appezzamenti fondiari. E per un Paese dove il furto di terre è un problema molto serio, questo “servizio di catasto”, che utilizza la tecnologia Bitshares, consente a tutti i ghanesi di registrare le proprietà in modo trasparente. Senza cattive sorprese in futuro.

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