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Africa, Rwanda attacca aereo della Repubblica democratica del Congo: «Atto di guerra»

Si rialza la tensione fra Kinshasa e Kigali per il bersagliamento di un velivolo. I due paesi sono da mesi sull’orlo di una guerra aperta per le incursioni delle milizie di M23 nel Nord-Kivu

di Alberto Magnani

Militari congolesi scortano un veicolo civili nel Nord Kivu (Afp)

3' di lettura

Si alza ancora la tensione fra Repubblica democratica del Congo e Rwanda, i due paesi centrafricani che si trovano da mesi sull’orlo di un conflitto aperto nella regione del Nord-Kivu. L’ultima scintilla è scattata nella sera del 24 gennaio, quando le forze rwandesi hanno aperto il fuoco su un velivolo del Congo accusato di violare il suo spazio aereo. Solo una «misura difensiva», ha dichiarato il governo rwandese in una nota, chiedendo al Congo di «fermare l’aggressione» ai suoi confini. Si tratterebbe della terza incursione simile registrata finora, sottolineano da Kigali.

L’esecutivo di Kinshasa ha replicato che l’aereo, un Sukhoi-25, non ha mai oltrepassato lo spazio aereo nazionale e sarebbe stato colpito nelle vicinanze dello scalo internazionale di Goma. Il velivolo è atterrato senza danni particolari, ma Kinshasa considera l’episodio come un «atto di guerra» per intralciare i tentativi di pacificazione avviati su scala regionale e internazionale. La crisi diplomatica, e militare, arriva pochi giorni prima della visita di Papa Francesco proprio a Kinshasa, già rinviata dalla scorsa estate per un’indisposizione del Pontefice. Non c’è alcuna «minaccia specifica», fanno sapere dal Vaticano, anche se il Papa non uscirà dalla capitale e ha rinunciato alla visita nel Nord Kivu in agenda nel vecchio programma della trasferta.

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I venti di una «guerra mondiale africana» nell’Est del Congo

Lo scontro nei cieli è l’ultimo capitolo di un’escalation che si trascina dal 2022, in un crescendo di ostilità che ha fatto temere lo scoppio di una guerra su scala regionale. Le autorità congolesi accusano i vicini di casa del Rwanda di sostenere e finanziare i ribelli di M23, sigla di Mouvement du 23 mars: una banda di miliziani che combatte le autorità centrali di Kinshasa e opera nella provincia nord-orientale del Nord-Kivu. Il territorio concentra nelle sue viscere quote robuste del cosiddetto coltan, la columbite-tantalite, un minerale prezioso per dispositivi tecnologici come smartphone e tablet: questo il motivo di attrazione per il business delle decine di gruppi armati che proliferano sui confini orientali della Rdc. Le violenze fra i ribelli e le forze armate congolesi hanno costretto allo sfollamento almeno 450mila persone, anche se il bilancio effettivo potrebbe essere maggiore.

Kigali ha sempre respinto e ribaltato le contestazioni, sostenendo che il governo congolese finanzi una milizia formata da esponenti della comunità Hutu: l’etnia protagonista del genocidio contro i Tutsi del 1994, nei «100 giorni di terrore» che costarono la vita ad almeno 800mila persone. In un report visionato dall’agenzia Reuters, un gruppo di esperti delle Nazioni unite dichiara di aver registrato «prove solide» di operazioni condotte dalle forze militari rwandesi fra novembre 2021 e luglio 2022 nella zona di Rutshuru, una località vicino ai confini con Uganda e Rwanda. La comunità internazionale ha accolto la tesi e sta aumentando il pressing su Kigali perché «smetta di sostenere i ribelli del M23», un appello rivolto con toni diversi dall’alto rappresentante della politica estera Ue Josep Borrell, il presidente francese Emmanuel Macron e le amministrazioni tedesca e americana.

Le autorità rwandesi liquidano le nuove accuse di supporto al M23 come «sbagliate», gli esempi di un «gioco stanco» che interferirebbe con il processo di pacificazione. Ma è l’intero sforzo negoziale che non sembra avere, per ora, sortito i risultati attesi o annunciati. La East African Community, un’organizzazione che riunisce sette paesi dell’Africa orientale, ha annunciato a fine 2022 il dispiegamento in Congo di una forza militare di 12mila uomini provenienti da Kenya, Burundi, Uganda e Sud Sudan, con l’obiettivo di garantire la stabilizzazione concordata in sede istituzionale. In un vertice del 23 novembre a Luanda, la capitale dell’Angola, i leader della regione avevano invocato il cessate il fuoco nella regione, ottenendo l’impegno dei gruppi armati a un ritiro entro il 15 gennaio. Diversi giorni dopo la scadenza, ha dichiarato il presidente congolese Felix Tshisekedi, i ribelli non si sono «pienamente» defilati dalla regione.

Riproduzione riservata ©
  • Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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