archeologia

Afrodite Urania, signora della morte e della vita

L’archeologo Mario Torelli osservò analogie tra il santuario di Paestum e un edificio a Olimpia: la dea venerata era la stessa «celeste e infera, signora della morte e della vita»

di Salvatore Settis

5' di lettura

«Le scienze si autodistruggono in due modi: per l’estensione in cui si muovono o per la profondità in cui s’immergono»: questa frase di Goethe, secondo Nikolaus Himmelmann, fotografa la condizione disciplinare dell’archeologia classica. Le sue parole vengono in mente, per contrasto, leggendo Ritorno a Santa Venera, intenso e prezioso libro di un notevolissimo studioso da poco scomparso, Mario Torelli (1937-2020).

Non tragga in inganno il sapore autobiografico del titolo: è vero, il percorso s’innesca a partire dai suoi scavi (1982-84) di un’area sacra fuori le mura di Paestum, ma non ha nulla di nostalgico. Nella rivisitazione critica delle congetture di allora, Torelli opta, con serrata argomentazione, per un’interpretazione nuova, allargando lo sguardo da Paestum ad Atene, dall’arcaismo greco alla piena età romana. Come sapesse (o temesse) che questo sarebbe stato il suo ultimo libro, egli sembra averlo concepito come un testamento di etica professionale, di metodo, di vigile autocritica.

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Grande dea nel mondo greco-romano

Costruito in crescendo dal minuto riesame del santuario al poderoso quadro del culto e dei riti di una grande dea nel mondo greco-romano, il libro si muove fra continuità e discontinuità, ripensando i dati di scavo come congegni euristici per rivivere, con vigorosa empatia, gli orizzonti culturali e sociali di chi costruì, utilizzò o vide in funzione quelle mura. Ne risalta il ripudio di una “cultura materiale” intesa come autoportante e autoreferenziale, quasi che l’accumulo dei dati di scavo, buono a compilare diligenti statistiche, bastasse anche a farne storia. A questa pratica avvilente e burocratica della disciplina Torelli contrappone una lettura filologica di stratigrafie e materiali che prende vita attraverso le strategie dell’interpretazione e della comparazione. È così (per tornare a Goethe e a Himmelmann) che si evita l'esiziale bivio fra eccessiva, accecante minuzia del dettaglio e pretenziosa ma superficiale visione d’insieme.

Nonostante la povertà dei resti che contrasta con la gloria dei celebrati templi entro le mura di Paestum, l’architettura del santuario (che nel nome della località, “Santa Venera”, ricorda antichi culti pagani) merita molta attenzione. Allestito verso il 500 a.C., venne poi rimaneggiato, segno di una continuità d’uso che non esclude mutamenti di rito via via che la città diviene la lucana Paistom sul finire del V secolo a.C., e poi colonia romana nel 273 a.C. Alla fine del I secolo a.C. le iscrizioni ci raccontano di due sacerdotesse, Sabina e la nipote Valeria, che dettero nuovo assetto ai pavimenti, aggiunsero all’arredo alcuni troni, una cucina e cinque strongyla (nicchie a ferro di cavallo). Servivano al bagno lustrale delle fanciulle, rito semipubblico di passaggio che le preparava al matrimonio, e che dovette svolgersi nel santuario attraverso tutte le fasi della storia della città: «la trasmissione del rito dall’una all’altra cultura, e dunque la conservazione del grande edificio sono dovute almeno in parte all’identità sostanziale tra i riti iniziatici femminili delle tre società e all’omologia delle rispettive culture religiose, formatasi attraverso diverse forme di contatto».

Mnamon, “memore”

La sacerdotessa di età romana portava il titolo greco di mnamon, “memore”, come a conferirle il potere e il compito di tramandare «la sostanziale immutabilità degli usi sacrali». L’aggiunta degli strongyla dunque ha dato al rito antichissimo «una spiccata enfasi visiva, in pieno accordo con la matrice teatrale dell’immaginario romano». Torelli ricorda qui i tipi statuari di Afrodite al bagno, e attraverso l’esame di sette statuette femminili (una sacerdotessa, un’Artemide e cinque Afroditi) che decoravano una fontana lì presso quasi evoca la viva presenza delle ragazze che popolavano quelle stanze. Nel complesso sacro erano inclusi spazi riservati ad alcune prostitute: non si tratta di “prostituzione sacra” ma, sottolinea l’autore, dello «sfruttamento economico di una vera e propria manodopera sessuale».

Urania

L’architettura del sito, che congiunge un tempio, un portico e sale per riunione e per lustrazioni, si spiega alla luce di specifiche funzioni cultuali e sociali, vitali per la città pur se situati extra moenia (oltre a questo, sono noti altri due santuari extramurani di Afrodite). Il rito iniziatico delle nubende spiega la lunga vita del santuario e consente di allargare lo sguardo ad analoghe situazioni nelle colonie achee di Magna Grecia (Crotone, Metaponto) e nella Grecia propria (Olimpia, Atene). Ma in questa longue durée cambia di continuo anche la natura di Afrodite/Venere. Prima di diventare la figura epigrammatica e lieve della poesia ellenistica e latina, questa dea di origine orientale fu potente divinità che estendeva il suo dominio dalla forza dell’eros e della fecondità (di qui i riti di passaggio) alla morte e al culto dei defunti (il santuario di Paestum confina con una vasta necropoli). Questa Venere oscura, scrive Torelli, porta spesso l’epiteto di Urania, e cioè “celeste” e/o “nata dal membro del dio Urano evirato”, secondo il racconto di Esiodo.

L’ambiente templare del santuario pestano, rettangolare in pianta e preceduto da un portico, ha al suo interno, inscritto nella cella, un cerchio che fino a pagina 120 resta inspiegato. Ma Torelli ha in serbo una mossa da maestro: segnala la perfetta analogia formale della pianta con un edificio di Olimpia, dove un portico dà accesso a due ambienti rettangolari, uno dei quali con un cerchio inscritto, che si credeva destinato al culto di un eroe. Grazie a una nuova, convincentissima interpretazione di un passo di Pausania Torelli identifica tale ambiente con un santuario di Afrodite Urania. Ecco «la soluzione di due enigmi»: il singolare cerchio di pietre è per lui in ambo i casi «la rappresentazione allusiva del planisfero celeste», tanto più che Afrodite Urania era la grande dea dell’Elide (la regione dove sorge Olimpia), e vi sorgeva un tempio con una statua della dea, di avorio e d’oro come la Parthenos di Atene e lo Zeus di Olimpia, e come quelli opera di Fidia. Sotto un piede della dea, scrive Pausania, era una tartaruga (simbolo ambiguo di questa divinità cosmica, che allude alla volta celeste o all’oscurità degli Inferi).

Afrodite Urania, «signora della morte e della vita»

Anche Atene aveva il suo santuario di Afrodite Urania, localizzato sul kolonòs agoraios da Massimo Osanna; qui Pausania vide la statua di culto in marmo pario, anch’essa opera di Fidia. Una scultura del 430-20 a.C., giunta nel 1892 ai musei di Berlino da una collezione veneziana, potrebbe essere proprio quella del tempio di Atene; ma su questa immagine, la penultima del libro, Torelli lascia il suo lettore. Più gli premeva delineare, partendo da Paestum, una sorta di archeologia del sacro intrisa di istanze antropologiche, che nell’Afrodite Urania riconosce una divinità «celeste ed infera, signora della morte e della vita», venerata in un ambito vastissimo nel tempo e nello spazio. Intrecciando questo discorso con un sapiente tessuto di citazioni da altri suoi lavori su temi affini, Mario Torelli ci ha voluto ricordare la coerenza di un percorso di ricerca, il suo, che ha pochi paralleli. Più che un testamento, il suo libro è un manifesto di metodo, e come tale merita lunga vita.

Ritorno a Santa Venera. Storia del santuario di Afrodite, Urania-Venere Iovia di Paestum, Mario Torelli, Edizioni ETS (collana di studi del Parco Archeologico di Paestum e Velia, 4),Pisa, pagg. 166, € 15

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