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Agcom detta le regole ai big del web: «Equo compenso agli editori fino al 70% dei ricavi pubblicitari»

Stabilito un principio di condivisione dei ricavi che prevede per gli editori una cifra fino al 70% stimati per ogni contenuto prodotto e rilanciato dalle piattaforme

di Andrea Biondi

(industrieblick - stock.adobe.com)

3' di lettura

Un meccanismo di revenue sharing fra editori e piattaforme. E quindi a Facebook o Google – per fare due esempi – che consentono di accedere a contenuti informativi online gli editori potranno arrivare a chiedere, facendo leva sull’Agcom in caso di “mancato accordo”, una cifra fino al 70% dei ricavi pubblicitari stimati per quei contenuti (come base di calcolo sulla quale declinare però anche altri criteri), al netto del traffico di reindirizzamento (dal montante andrà sottratta la parte di business generata dal traffico che dalle piattaforme si sposta poi sui siti degli editori).

Snodo cruciale

Con l’ok di ieri dell’Agcom – a maggioranza con voto contrario della commissaria Elisa Giomi – al regolamento «in materia di determinazione dell’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico, in attuazione dell’art. 43-bis della legge sul diritto d’autore», spiega una nota dell’Autorità, arriva a uno snodo cruciale la partita con i colossi del web sull’annoso tema dell’equo compenso per gli editori per l'utilizzo dei loro articoli da parte delle piattaforme online, social network inclusi, con la possibilità per gli autori di ricevere una quota dei proventi.

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Ricavi pubblicitari evaporati

Alle spalle ci sono anni di discussione sul value gap: la sottrazione di risorse finanziarie dalla pubblicità spostatesi inesorabilmente verso piattaforme online che utilizzano contenuti dei media tradizionali. Con il tempo alcuni progetti (Google News Initiative o Google News Showcase, ad esempio) sono stati messi in campo come frutto dell’accordo fra piattaforme ed editori. Ma il nodo è rimasto sul tavolo. Ora dall’Agcom è arrivato il via libera a quel complesso di regole sulla base delle quali l’Autorità, se chiamata in causa, determinerà il compenso in caso di controversia fra gli editori che richiederanno una corresponsione e i vari Google o Facebook.

Negoziato tra le parti

«Si tratta di un ulteriore tassello di una regolamentazione rispettosa di un’autonomia delle parti. Le parti vengono lasciate libere all’interno di una negoziazione. È senz’altro un meccanismo originale e crediamo che si avvii a essere una best practice a livello europeo», commenta al Sole 24 Ore il presidente Agcom, Giacomo Lasorella. «In un contesto procedurale con tempi e modalità certe, sarà finalmente possibile, anche nell’ecosistema digitale, avviare e concludere negoziazioni eque, garantendo il dovuto riequilibrio nella distribuzione del valore del prodotto, senza pregiudicare la libera espressione degli utenti della Rete», ha dichiarato dal canto suo il presidente della Fieg (editori) Andrea Riffeser.

D’ora in avanti, dunque, per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche le piattaforme dovranno stipulare specifici contratti per determinare quanto dei propri ricavi pubblicitari derivanti da tale utilizzo debba essere corrisposto agli editori. Discorso analogo per chi produce rassegne stampa che, sulla base del fatturato rilevante, dovranno remunerare gli editori.

È stato previsto quindi che se entro 30 giorni dalla richiesta di avvio del negoziato le parti non riuscissero a trovare un accordo sull’ammontare del compenso, ciascuna di esse potrebbe rivolgersi all’Autorità per la sua determinazione. L’Agcom, entro 60 giorni dalla richiesta, indicherà quale delle proposte formulate è conforme ai criteri stabiliti dal regolamento oppure indicherà d’ufficio l’ammontare.

Il ruolo di Agcom

Attenzione però. Perché il regolamento disciplina anche gli obblighi di informazione e comunicazione e le conseguenti funzioni di vigilanza. Il che significa che Agcom potrà chiedere i dati necessari per stabilire l’equo compenso. Le informazioni chiave sono descritte dallo stesso regolamento: numero di consultazioni online delle pubblicazioni; rilevanza dell’editore sul mercato; numero di giornalisti, inquadrati ai sensi di contratti collettivi nazionali di categoria; costi sostenuti dall’editore per investimenti tecnologici e infrastrutturali; costi sostenuti dal prestatore di servizi per investimenti tecnologici e infrastrutturali; adesione e conformità, dell’editore e del prestatore, a codici di autoregolamentazione e a standard internazionali in materia di qualità dell’informazione; anni di attività dell’editore

Dunque per i “prestatori di servizi”, vale a dire in questo caso le piattaforme web, come per le imprese di media monitoring (le rassegne stampa) non fornire le informazioni richieste significa mettersi a rischio sanzione per l’1% del fatturato.

Resta la possibilità di far ricorso alla giustizia ordinaria. Ma le regole del gioco sono state messe sul tavolo. Ora occorrerà capire se e come le piattaforme decideranno di giocare. Per esempio Google – che pure ha dichiarato nelle scorse settimane di aver raggiunto mille accordi con gli editori in tutta Europa – ha rimosso le anteprime dalla search in Repubblica Ceca ritenendo le disposizioni normative troppo stringenti. «Abbiamo lavorato attivamente con Agcom, i titolari dei diritti e altri soggetti chiave del settore per chiarire come funziona la ricerca Google e proporre un sistema retributivo equo», ha scritto il colosso web in un blogpost del 9 gennaio scorso. La partita è iniziata.

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