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Aggregazioni bancarie, perché serve una istituzione campione continentale

La dominanza dei grandi intermediari americani è fuori discussione. Perciò serve una nuova organizzazione

di Stefano Gatti

(Adobe Stock)

5' di lettura

Alla fine di giugno, Dealogic ha pubblicato le classifiche globali e a livello EMEA (Europe, Middle East and Africa) dell’attività di Investment Banking in termini di ricavi conseguiti nel primo semestre 2022. Il quadro, visto nella prospettiva del mercato europeo dei capitali è sconfortante. Solo tre banche europee – di cui una inglese (Barclays) e una Svizzera (Credit Suisse) insieme a Deutsche Bank – riescono ad ottenere una posizione tra le prime 10 a livello globale. Il quadro non cambia se si considerano solo i ricavi derivanti da attività di capital markets (emissioni azionarie ed obbligazionarie) e, soprattutto, i numeri non si spostano se invece di considerare i dati relativi all’attività su scala globale, si considerano solo i ricavi relativi all’area EMEA. Un numero per tutti dà un’idea della diversa scala di attività delle banche americane rispetto alle omologhe europee. JP Morgan, la prima in classifica, nella prima metà del 2022 ha registrato ricavi per attività di Investment Banking in area EMEA pari a 827 milioni di dollari. Deutsche Bank, al decimo posto, ne ha conseguiti 296 milioni di dollari. Un multiplo di circa 3x.

Il tema della dominanza dei grandi intermediari americani – oltre a JP Morgan, le prime 5 posizioni in area EMEA sono saldamente detenute nell’ordine da Goldman Sachs, Bank of America, Morgan Stanley e Citi – è un fatto noto e purtroppo accentuatosi in modo significativo dopo la crisi finanziaria seguita al collasso di Lehman Brothers. Da un lato, la più importante economia mondiale con un mercato dei capitali molto efficiente ha visto un processo di consolidamento che ha riguardato le istituzioni di maggiori dimensione, ma di recente anche le regional banks. Dall’altro lato, l’Europa ha costantemente sofferto un approccio alla regolamentazione delle operazioni di aggregazione tra imprese – non solo tra banche, va detto chiaramente – orientato alla tutela del consumatore e meno alla necessità di far nascere “campioni continentali”. D’altra parte, con specifico riferimento al settore finanziario, l’Europa ancora oggi non dispone di un mercato unico bancario e di una garanzia unica dei depositanti, fatto questo che rende più complicato il quadro delle aggregazioni transfrontaliere tra banche europee.

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Il problema però emerge oggi in modo molto evidente. Il rapido peggiorare delle condizioni macroeconomiche seguito alla combinazione di aumentata inflazione, tensioni geopolitiche e strozzature dal lato dell’offerta allontana la prospettiva di una ripresa robusta dell’economia europea dopo gli effetti causati da Covid 19. Il mercato dei capitali di debito ed equity, la tanto auspicata CMU – Capital Markets Union, dovrebbe svolgere oggi un ruolo ancora più rilevante; ciò per rendere finanziariamente più robuste le imprese europee e consentire a un più ampio numero di esse, specie PMI, di accedere alle risorse messe a disposizione dei finanziatori.

Una mobilitazione importante di capitale permetterebbe alle imprese di crescere dimensionalmente, divenire più efficienti, superare più facilmente un quadro macroeconomico oggi più incerto e sfidante.

In questo quadro, la creazione di istituzioni finanziarie “campioni continentali” diventa essenziale. Intermediari radicati in uno dei Paesi dell’Unione Europea e con l’attività di banca commerciale bene integrata con una rilevante presenza nell’investment banking sono lo snodo essenziale tra le imprese emittenti e gli investori. Non si tratta solo di “patriottismo finanziario”, come qualcuno potrebbe osservare. Ci sono infatti anche serie ragioni di natura strettamente economica che richiamano la necessità di un processo di aggregazione transfrontaliera tra banche.

Se osserviamo i dati elaborati qualche tempo fa dalla Banca Centrale Europea relativi al Cost-to-Income ratio – una buona misura dell’efficienza e, indirettamente delle economie di scala di una banca – in sistemi bancari più concentrati rispetto a quelli più frammentati a livello europeo, si nota che la differenza favorevole tra il ratio del market leader e il ratio di un non market leader è di circa 20% in mercati più concentrati rispetto al 10% in sistemi bancari più frammentati. Come dire: le economie di costo sono più forti per un market leader se il suo mercato è più concentrato. Non solo, anche il differenziale di redditività – misurato in termini di Return on Tangible Equity (ROTE) – è maggiore in sistemi bancari meno frammentati: il leader di mercato in mercati concentrati presenta un differenziale positivo di circa 4% rispetto al leader in mercati bancari più frammentati.

Sorge quindi una domanda ovvia: ma se a fronte di tutte queste evidenze e del quadro economico attuale sarebbe ovvio intravvedere chiari segnali di spinta verso la creazione di banche davvero pan-europee (e negli scorsi mesi rumors frequenti hanno riguardato in particolare una presunta aggregazione tra una banca italiana e una tedesca) perché ancora il risiko bancario cross-border resta fermo?

Una possibile risposta, prescindendo dalle difficoltà politiche e organizzative/manageriali di un consolidamento tra banche leader in Paesi diversi, sta anche nei possibili svantaggi conseguenti alla nascita di un’istituzione che, per sua natura, si qualifica come G-SIB (global, sistemically important bank). Senza entrare in tecnicismi esasperati, è noto che ogni anno il Financial Stability Board pubblica la lista delle banche considerate rilevanti a livello sistemico. La lista è divisa in 5 sottogruppi a ciascuno dei quali corrisponde una richiesta di ulteriore capitale azionario calibrato rispetto agli attivi pesati per il rischio. Per dare dei numeri: ancora JP Morgan, l’unica banca globale classificata in bucket 4 ,deve rispettare un requisito di più alta capitalizzazione rispetto a banche non sistemiche pari al 4,5% dei suoi attivi. Deutsche Bank, la decima nella classifica indicata all’inizio, ne deve avere solo l’1.5% in più.

Si dirà: è vero, se cresci dimensionalmente è necessario più capitale. Tuttavia i benefici dell’aggregazione, come si è visto, sono misurabili e rilevanti. Non va tuttavia sottovalutata una cosa: a fronte di un nuovo scenario di QT (quantitative tightening) e di un riprezzamento dei premi per il rischio, capitale azionario addizionale costerà, e molto di più, rispetto al passato. Il tema della regolamentazione delle banche a rilevanza sistemica diventa quindi più pesante oggi, proprio quando ci sarebbe più bisogno di un incentivo alle aggregazioni.

In questo scenario, ci sono due aspetti che fanno ben sperare per un vero avvio di un serio consolidamento transfrontaliero a livello europeo.

In primo luogo, EBA ha ormai più volte dichiarato che, a determinate condizioni (in sostanza, buoni piani industriali in grado di documentare in modo oggettivo i benefici dell’integrazione tra due banche di Paesi diversi), il Regolatore vede di buon occhio o quantomeno non con occhio malevolo ipotesi di M&A tra banche europee. Vista la tradizione storica europea in fatto di abuso di posizione di mercato e regole antitrust non è un’apertura da poco.

In secondo luogo, un fatto passato sotto silenzio verso la fine di maggio di quest’anno sotto forma di un comunicato stampa della Banca dei Regolamenti Internazionali può rappresentare la vera novità sul tema delle aggregazioni internazionali. Preso atto dell’avanzamento, per quanto lento, della EBU-European Banking Union, il Comitato di Basilea ha proposto che banche sistemiche con sede in Unione Europea possano beneficiare di una riduzione di 2/3 dello score calcolato per tenere conto delle esposizioni intra-EBU come esposizioni domestiche e non internazionali. Ciò potrebbe determinare una riclassificazione di “campioni continentali” in buckets meno esigenti in termini di extra capitale azionario, con beneficio in termini di redditività prospettica della banca nascente dall’aggregazione.

Gli assi normativi e regolamentari, quindi, ci sono. Un po’ di coraggio politico e manageriale sono due ulteriori ingredienti per una seria accelerazione del progetto di Capital Market Union oggi più che mai necessario.

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