Enologia

Aglianico del Vulture, una consacrazione sull’asse Verona-Melfi

Giv (Gruppo italiano vini) e Tommasi scommettono sull’alta qualità del vitigno

di Giorgio dell'Orefice

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Il Giv-gruppo italiano vini, sede principale a Calmasino (Verona), tra i primi a puntare sulla Basilicata, è al vertice della classifica Mediobanca delle principali cantine per fatturato

Giv (Gruppo italiano vini) e Tommasi scommettono sull’alta qualità del vitigno


3' di lettura

Spesso la consacrazione di un vino coincide col fatto di attrarre investimenti da fuori zona, da altre aree del paese se non dall’estero. È avvenuto con la Toscana, sta avvenendo con il Prosecco e anche con alcune piccole Doc dal grande potenziale ancora inespresso. Uno di queste è l’Aglianico, vitigno diffuso in Campania e in Basilicata ma che proprio in quest’ultima regione, sui terreni vulcanici del Vulture trova una delle sue migliori espressioni. Un vino che ancora non è molto conosciuto, soprattutto all’estero, ma che vanta caratteristiche del tutto peculiari.

Caratteristiche che hanno convinto in anni recenti due importanti protagonisti di tutt’altra zona del Paese, il Veneto, a scommettere proprio tra queste parti generando così un inedito asse enologico sulla direttrice Verona-Melfi.

Tra i primi a puntare sulla Basilicata il Giv-gruppo italiano vini, colosso cooperativo da anni al vertice della classifica Mediobanca delle principali cantine italiane per fatturato. Colosso che negli anni si è ingrandito ulteriormente in seguito a una serie di fusioni e incorporazioni tra cooperative, in particolare tra Veneto ed Emilia Romagna, ma che mantiene il proprio quartier generale a Calmasino (Verona). «Il nostro gruppo – spiega il presidente del Giv Corrado Casoli – è nato negli anni '80, in un’epoca in cui nessuno si avventurava, enologicamente, lontano dalla propria area d’origine. Noi siamo andati controcorrente creando il Giv Sud proprio per scommettere su cantine sconosciute e dal grande potenziale. Abbiamo rilevato Rapitalà in Sicilia, Castello Monaci in Puglia e Re Manfredi in Basilicata. Investimenti effettuati seguendo un convincimento guida: quello di scommettere su un Sud non più produttore di vini da taglio e di basso profilo, ma di etichette di qualità».

Oggi Re Manfredi conta su più di 100 ettari di vigneti ad Aglianico attorno alla cantina di vinificazione a Venosa dai quali si producono tre rossi tra i quali il Cru Selvara. A questi vanno aggiunti altri 20 ettari circa nella zona collinare di Maschito sui quali sono piantati Traminer e Muller Thurgau alla base di un bianco Igt Basilicata.

Un’area sulla quale il Giv non smette di investire. «Stiamo completando la ristrutturazione di tutti i vigneti aziendali – aggiunge Casoli – e per questo produciamo circa 200mila bottiglie, molto meno delle potenzialità. In occasione di Matera capitale 2019 della Cultura abbiamo inaugurato una taverna Re Manfredi proprio all’interno dei Sassi e il prossimo anno aggiungeremo un importante investimento da circa 4 milioni di euro per la ristrutturazione della cantina. Siamo convinti delle grandi potenzialità dell’0Aglianico. D'altro canto fino a pochi anni fa chi all’estero conosceva i vini dell’Etna? Poi improvvisamente nelle prime posizioni di Wine Spectator è finito un Etna rosso e da lì l’esplosione. Pensiamo che questo percorso possa presto essere replicato dall’Aglianico».

Un’ipotesi che sembra aver stregato anche l’etichetta Tommasi, una famiglia di viticoltori della Valpolicella che hanno legato il proprio nome innanzitutto all’Amarone. In anni recenti un’oculata politica di investimenti li ha portati lontano dalle proprie aree d’origine toccando l’Oltrepo pavese, la Toscana con la Maremma ma anche Montalcino, il Salento e appunto la Basilicata. «Nel 2016 abbiamo siglato una partnership con la famiglia Paternoster storica etichetta dell’Aglianico del Vulture – spiega Piergiorgio Tommasi, direttore commerciale del gruppo che ha seguito in prima persona l’investimento in Basilicata - La famiglia Paternoster è rimasta nella compagine sociale anche dopo che abbiamo ampliato la nostra partecipazione e resterà centrale anche per il futuro dell’azienda«. A Barile (Potenza) ci sono circa 20 ettari di vigneti dai quali si producono 150mila bottiglie tra cui il cru Don Anselmo dedicato al fondatore. Ma si producono anche due bianchi da uve Falanghina tra cui uno spumante che fu voluto proprio dal fondatore che da ragazzo aveva studiato enologia a Valdobbiadene e volle fare uno spumante anche in Basilicata. «Noi produttori di rossi della Valpolicella siamo innamorati dell’Aglianico del Vulture, vino che raccontiamo in giro per il mondo come un rosso atipico del Sud, perché prodotto in media a un’altitudine di 600 metri che gli conferisce caratteristiche completamente diverse da quelle dei rossi delle regioni del Mezzogiorno con grande struttura, eleganza e longevità - sottolinea Tommasi - quando siamo venuti qui i vini Paternoster erano commercializzati quasi del tutto in Italia, adesso grazie alla nostra rete di vendita siamo giunti a un 25% di export in soli tre anni. E non ci fermeremo qui».

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