Cinema e Media

Agnès Varda, la regista libera che fece da battipista alla Nouvelle Vague

di Cristina Battocletti

Agnès Varda (Afp)

3' di lettura

Le hanno voluto appiccicare molte etichette, tra cui quella di unica esponente femminile della Nouvelle Vague, ma Agnès Varda - fotografa, regista e sceneggiatrice belga, scomparsa il 29 marzo all’età di 90 anni -, era semplicemente libera, come il suo cinema. Libertà che esprimeva anche nelle mise antidivistiche, sovrastate dal caschetto d’ordinanza con cui l’abbiamo sempre vista, diventato negli anni bicolore per burlarsi dei segni dell’età.

Esprimeva la sua anticonvenzionalità anche nella necessità di non ancorarsi a uno stile narrativo specifico, passando dalla finzione al documentario, spesso incastonati assieme.

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Il suo primo film, La pointe courte , montato da uno sconosciuto Alain Resnais, di fatto fu però consacrato dalla critica come la prima opera della corrente francese che vede tra i suoi esponenti, François Truffaut a Jean-Luc Godard. Il tormentato rapportotra Silvia Monfort e Philippe Noiret, la vita del villaggio di pescatori, ripresa nel suo ambiente naturale con l’uso della camera a mano e anche di attori non professionisti, sdoganarono un modo di fare cinema che prima non esisteva.

Agnès Varda, ribelle e femminista ante litteram

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Non si trattava di un documentario - come lo furono Black Panthers del 1969, dedicato al processo agli esponenti delle Pantere Nere, organizzazione rivoluzionaria afroamericana, o Cento e una notte (1995), riflessione sull’arte cinematografica -, ma un nuovo genere che portava la macchina da presa nella strada e negli appartamenti.

Varda è sempre stata vicina alle donne, anche quando non era di moda, per cui fu naturale la sua presenza in prima fila a Cannes nel 2018, anno in cui le venne assegnato l’Oscar alla carriera, accanto alle sostenitrici del #MeToo.

L’eroina di Senza tetto né legge (1985), Leone d’oro a Venezia, è un’icona della libertà anche sessuale, una vagabonda che si abbandona a incontri con uomini che incontra casualmente. L’ampiezza di vedute della regista - che ebbe la sua massima espressione nel quadro anche ironico del menage a trois ripreso tra gli attori di Lion love (and lie), girato a Los Angeles nel 1969 -, non ha mai scalfito l’amore limpidissimo per il marito, il regista Jacques Demy, sposato nel 1962 e mancato nel 1990. A lui ha dedicato un film e due documentari, Garage Demy (1991), Les demoiselles ont eu 25 ans (1993)e L’univers de Jacques Demy (1995).

Varda raccontò l’aspetto meno patinato della vita al femminile, come in Cleo dalle 5 alle 7 (1961), in cui una cantante è solo una donna che aspetta di sapere se un cancro, o quella di Jane Birkin in Jane B. par Agnès Varda del 1987, che si fece riprendere come una persona in un momento di difficoltà.

Varda, che era figlia di un greco, rappresentò l’amore nel cinema con una radice tragica. Come per i protagonisti de Il verde prato dell’amore, che nel 1965 vinse l’Orso d’argento a Berlino, in cui un marito, felicemente sposato, tenta di far accettare alla moglie una relazione aperta con la donna di cui è innamorato. Finirà male, come anche la giovane Bonnaire, ribelle alle regole.

In tutti i film della regista vi è l’impronta della grande fotografa che fu, affiorata anche in uno dei suoi ultimi lavori Visages Villages (2018), in cui l’artista gioca con l’artista visivo JR, andando ad affiggere nelle provincia francese gigantografie degli indigeni: un invito alla lentezza e al dialogo con le nuove generazioni.

Ebbe una vita leggendaria - tra cui rientra la partecipazione al funerale segreto dell’amico Jim Morisson - che in parte lei stessa ha raccontato nel documentario, presentato all’ultima edizione della Berlinale, Varda par Agnès - Causerie.

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