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Agricoltori: i raccolti non aspettano i tempi burocratici delle sanatorie

Prandini (Coldiretti): «I primi lavoratori che verranno regolarizzati con la sanatoria non saranno pronti per essere impiegati prima della fine di settembre»

di Micaela Cappellini

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Prandini (Coldiretti): «I primi lavoratori che verranno regolarizzati con la sanatoria non saranno pronti per essere impiegati prima della fine di settembre»


3' di lettura

«Sa quante persone, di quelle che verranno regolarizzate, lavoravano effettivamente nei campi? 1.500, 2mila al massimo su 200mila che ne mancano. Non è con questi numeri che risolviamo l’emergenza manodopera in agricoltura». Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, non è per niente soddisfatto del Decreto Rilancio. «È diventata una questione politica, ideologica e partitica - dice - ma nulla c’entra coi bisogni delle imprese agricole. Non solo, si è fatta passare l’immagine del mondo agricolo come un ambito in cui il lavoro viene solo sfruttato, quando non è così».

I numeri, a Prandini, non tornano: «Solo una minoranza, degli immigrati che abitano nei ghetti, lavorano in agricoltura. Molti, ad esempio, si occupano di edilizia». Ma più ancora dei numeri, alla Coldiretti quelli che non tornano sono i tempi: «Secondo i nostri calcoli - dice Prandini - i primi lavoratori che verranno regolarizzati con la sanatoria non saranno pronti per essere impiegati prima della fine di settembre».

Quando nei campi italiani, da raccogliere, sarà rimasto ben poco. Coldiretti mette insieme i passaggi: una volta uscito dal Consiglio dei ministri, il decreto dovrà essere votato dalle Camere; poi dovrà essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, quindi bisognerà elaborare le procedure per la regolarizzazione; infine, i moduli andranno compilati e presentati. Settembre, assicura Prandini.

Cosa avrebbe voluto la Coldiretti? «Due cose, ci avrebbero aiutato veramente - ricorda il suo presidente - una è l’effettiva attuazione dei Corridoi verdi per i lavoratori europei, e l’altra sono i voucher». L’Italia è stata determinante nel portare la Ue a dare l’ok alla libera circolazione dei lavoratori europei anche durante il più stretto lockdown, «peccato che poi non ne abbiamo saputo approfittare - dice Prandini - la Germania per esempio ha subito stretto accordi di governo con i Paesi da cui abitualmente ogni anno arrivano gli stagionali agricoli, come la Romania o la Polonia. E infatti nei campi tedeschi buona parte dei problemi è stata risolta. Due giorni fa anche la Francia si è mossa nella stessa direzione, noi invece siamo rimasti indietro».

Il Decreto Rilancio scontenta anche Confagricoltura: «La regolarizzazione dei lavoratori immigrati è un fatto di civiltà - dice il suo presidente, Massimiliano Giansanti - ma temo che il numero di lavoratori che regolarizzeremo non sarà così significativo rispetto a quello che potremmo portare a casa dando effettiva attuazione ai Corridoi verdi europei. Che restano la nostra priorità: all’agricoltura italiana serve manodopera qualificata, che conosce il settore e ci lavora da anni. Si tratta di persone che ogni primavera arrivano in Italia e hanno tutte un regolare contratto di lavoro. E io ad oggi non vedo nessun provvedimento del governo che vada in questo senso».

Capita, così, che alcune imprese finiscano con l’organizzarsi da sole: in Abruzzo, per esempio, stanno per arrivare 250 braccianti agricoli dal Marocco grazie alle intese intercorse tra Confagricoltura L’Aquila e il governo di Rabat attraverso l’ambasciata italiana. A farsi carico delle spese del viaggio saranno una ventina di aziende agricole dove questi braccianti lavorano da sempre per dieci mesi l’anno: il volo charter che li porterà in Italia è quasi organizzato.

Da ultimo, nel decreto è spuntata anche la norma, voluta dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, che dà la possibilità ai percettori di reddito di cittadinanza o di cassa integrazione di lavorare nei campi senza perdere il sussidio. Almeno questa, una buona notizia per Confagricoltura? «Era una nostra richiesta fin dall’inizio - dice Giansanti - ma tra la richiesta e la risposta è passato ormai troppo tempo. All’epoca, c’erano persone che erano in cassa integrazione, e che per le mansioni abituali che ricoprono sarebbero andate bene. Penso ad esempio a molti lavoratori dell’industria meccanica, dai mulettisti ai magazzinieri. Ora però queste attività sono ripartite e queste persone sono tornate al loro posto di lavoro. Oggi, il numero dei soggetti a cui potremmo far riferimento sarà anche in questo caso molto minore rispetto alle reali necessità nei campi».

«L’accordo raggiunto dal governo sulla regolarizzazione dei migranti non è che una soluzione parziale», sostiene infine anche Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza cooperative agroalimentari. «Gli effetti della regolarizzazione che il governo si appresta oggi a varare si vedranno più avanti, le imprese hanno invece bisogno di risposte che abbiano ricadute immediate».

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