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Agritech, sono 1.200 le start up nel mondo (ma solo il 2% in Italia)

Oltre la metà delle imprese, in particolare le asiatiche, è attiva nell’e-commerce

di Micaela Cappellini

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3' di lettura

C’è chi, come la canadese Index biosystems, si è inventata il tag biologico per il tracciamento dei prodotti alimentari: al posto di un’etichetta o di un Qr code, sulla mela o sulla zucchina c’è un tag microscopico, ricavato dal lievito di birra, che permette di seguirne tutte le tappe del percorso dal campo alla tavola. Oppure c’è chi, come l’americana My Animl, è in grado di applicare il riconoscimento facciale alle mucche per monitorarne lo stato di salute e avvisare il contadino di quando una bestia si sta ammalando.

Index Biosystems e My Animl sono due tra le più innovative start up del panorama agroalimentare mondiale entrate nella mappa 2023 dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano. I primi risultati del censimento verranno presentati giovedì 12 gennaio nel corso di un webinar online, mentre l’analisi completa sarà al centro del convegno finale che l’Osservatorio – nato in collaborazione con l’Università di Brescia – organizzerà per il 16 di marzo.

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Ma quante sono oggi, nel mondo, le start up specializzate nel segmento agroalimentare? L’Osservatorio ne ha contate 1.200, anzi 1.199 a voler essere precisi. Di queste, il 27% sono negli Stati Uniti, seguono il Regno Unito e l’India entrambe con il 7% delle imprese, il Canada con il 6% e la Germania con il 3%. L’Italia è solo al 15esimo posto, con meno del 2% delle start up. Nel monitoraggio rientrano tutte quelle nate dopo il 2017 e che si occupano di innovazione di processo nel comparto agrifood, cioè dal campo all’industria, fino alla grande distribuzione e alla ristorazione.

Tutte insieme, queste imprese sono state in grado di raccogliere finanziamenti per 16,9 miliardi di dollari. «Rispetto a un anno fa - racconta Chiara Corbo, direttrice dell’Osservatorio - quando ne abbiamo contate circa 700, il numero di start up dell’agrifood è cresciuto notevolmente. In Italia, in realtà, rispetto all’edizione 2022 il numero è diminuito, ma credo che la quindicesima posizione, su una classifica che include tutto il mondo, sia comunque da considerarsi un buon piazzamento».

Guardare nel dettaglio di cosa si occupano, queste imprese, dà la misura di quali siano i trend dell’innovazione in campo agricolo e alimentare. La metà delle start up nel mondo - ma la stragrande maggioranza di quelle in Asia - si muove nel campo dell’e-commerce: «Sono piattaforme per il food delivery, soprattutto - racconta Chiara Corbo - ma anche aggregatori che in vetrina riuniscono i prodotti di aziende agricole diverse». Sul modello di Cortilia, o dell’Alverare che dice sì. Recentemente si sono fatti avanti anche i portali specializzati nelle materie prime per gli agricoltori, come i fertilizzanti o i fitofarmaci. «Nel segmento e-commerce - aggiunge Chiara Corbo - sono in aumento le start up contro lo spreco alimentare».

Canali di vendita online a parte, il filone dell’innovazione più in crescita - anche in Italia - è quello della cosiddetta Data analysis: algoritmi sempre più sofisticati per elaborare modelli predittivi e rendere più efficiente la produzione, tanto nei campi quanto lungo tutta la filiera. Le start up che hanno inventato app per interpretare i dati raccolti con i sensori nel terreno, con i droni dall’alto o con le centraline meteo, quest’anno sono cresciute del 20%.

Il vertical farming, cioè le coltivazioni verticali in edifici chiusi, attirano l’interesse solo del 3% delle aziende monitorate dall’Osservatorio del Politecnico: «Nonostante l’alta attenzione mediatica sul fenomeno, non è un trend in particolare crescita - dice Chiara Corbo - i punti interrogativi su questo tipo di coltivazione sono parecchi, il primo è il nodo dell’alto consumo energetico. Ma qualcuno comincia a chiedersi anche quanto la possibilità di bypassare la stagionalità sia un valore aggiunto davvero apprezzabile. Eppoi, mediamente, i prodotti del vertical farming sono più costosi rispetto agli equivalenti coltivati in campo. Resta però che nei Paesi con scarsità di suolo fertile, come quelli arabi o Singapore, si sta investendo parecchio in questa direzione. Così come l’Olanda lo considera un modo interessante per riqualificare molti dei capannoni industriali dismessi».

L’altro filone sopravvalutato è quello della blockchain: «Pur essendo l’agrifood al quarto posto dei settori produttivi in cui questa tecnologia viene applicata - spiega Chiara Corbo - le start up che si sono concentrate sulla blockchain l’anno scorso erano il 3% e quest’anno non sono aumentate. La verità è che stiamo ancora cercando di comprendere quali siano i benefici concreti portati da questa tecnologia per la tracciabilità nell’agroalimentare. Senza contare che la fetta dei consumatori che conosce la blockchain è limitatissima».

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