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Agronetwork: burocrazia e crisi frenano gli investimenti in sostenibilità

L’associazione di promozione dell’agroindustria costituita da Confagricoltura, Nomisma e Luiss: negli ultimi 5 anni il 54,8% delle imprese ha effettuato investimenti green

di Giorgio dell'Orefice

(AdobeStock)

2' di lettura

La sostenibilità non è uno strumento di marketing in grado di garantire ritorni immediati sul mercato, ma un percorso che deve incidere nella gestione aziendale. E solo mediante questa strada può portare a vantaggi alle imprese. Vantaggi che passano più dall’efficientamento gestionale che da un ritorno di immagine anche perché, in un frangente di grande spinta inflazionistica e di incertezza, i consumatori difficilmente sono disposti a riconoscere un plus di prezzo ai prodotti sostenibili.

È quanto è emerso nel corso dell’assemblea di Agronetwork, l’associazione di promozione dell’agroindustria costituita da Confagricoltura, Nomisma e Luiss, dove sono stati presentati i risultati di due indagini realizzate rispettivamente da Format Research e da Nomisma.

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«Dalle interviste che abbiamo effettuato su un campione di 1.600 imprese – ha detto il presidente del Cda di Format Research, Pierluigi Ascani – negli ultimi cinque anni il 54,8% delle imprese ha effettuato investimenti sulla sostenibilità, ma ha incontrato molte difficoltà a causa dell’aumento dei costi energetici e della mancanza di materie prime. Al primo posto tra gli impedimenti indicati, col 33% delle segnalazioni, c’è il peso della burocrazia, seguito dalla mancanza di budget (27,1) e dalla mancanza di risorse qualificate (11,7%). E lo scenario futuro appare preoccupante. Tra le aziende che avevano in programma investimenti green il 24,2% rinuncerà in tutto o in parte a realizzarli».

Che il difficile scenario economico stia condizionando la transizione green è emerso anche dalla ricerca di Nomisma sulla Sostenibilità per gli italiani. «Per il 2022 – ha sottolineato Emanuele Di Faustino di Nomisma – stimiamo una perdita media del potere d’acquisto delle famiglie di 2.300 euro. Tra le principali preoccupazioni degli italiani con il 37% delle risposte c’è ancora l’emergenza ambientale e la crisi climatica ma è sopravanzata dal caro bollette (67%) e dall’incremento dei prezzi dei beni alimentari (57%). Gli italiani si dicono disposti non solo a firmare petizioni a tutela dell’ambiente, ma anche ad adottare comportamenti concreti per ridurre l’impatto ambientale. Ma tra questi al primo posto (49%) c’è il risparmio energetico, al secondo (30%) il riciclo e solo al terzo (13%) i comportamenti d’acquisto. Mentre per quanto riguarda la spesa alimentare la maggioranza degli italiani (il 37%) ha risposto che nei prossimi mesi aumenterà gli acquisti di prodotti low cost o primo prezzo».

«Abbiamo voluto mettere al centro il tema della sostenibilità economica delle aziende agricole e industriali – ha commentato la presidente di Agronotework, Sara Farnetti – perché i valori ambientali, oramai un prerequisito, non devono rappresentare una criticità sul fronte della redditività. Le 350mila aziende agricole e le 68mila piccole e medie aziende industriali alimentari costituiscono la spina dorsale del Paese e attendono politiche che possano facilitarne una dinamica evolutiva ed espansiva su scala europea ed internazionale».

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