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Ai magistrati il compito di decidere se trasformare il fine pena mai in una pena temporanea

Non ci saranno né la liberazione immediata degli ergastolani ostativi, né la sottrazione di strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. Ma potrebbe essere restituita all’autorità giudiziaria la possibilità di esaminare i singoli casi

di Antonella Calcaterra *


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3' di lettura

L’importante è non confondere le idee e non creare allarmismi.
Soprattutto è opportuno che non lo faccia chi è tecnico e ben sa cosa succederà in caso di una pronuncia della Corte Costituzionale che dovesse ritenere irragionevole la permanenza nel nostro ordinamento di una presunzione assoluta di pericolosità. Quella che fa si che sia vietato un esame delle persone, perché ritenute sempre e comunque pericolose, salvo che le stesse non collaborino con la giustizia.

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Sul piano pratico non ci saranno né la liberazione immediata degli ergastolani ostativi, né la sottrazione di strumenti di contrasto alla criminalità organizzata.

Semplicemente potrà essere restituita all’autorità giudiziaria la possibilità di esaminare le persone, la loro evoluzione e i percorsi detentivi; in sintesi i magistrati di sorveglianza riavranno il ruolo che gli compete per declinare i principi portati dall’articolo 27 della Costituzione.
Per trasformare, ove possibile, il fine pena mai in una pena eventualmente temporanea.

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Con l’ergastolo ostativo la possibilità di accedere ai benefici penitenziari è stata per anni legata indissolubilmente alla sola ipotesi della collaborazione con la giustizia, senza considerare che questa, che doveva essere una scelta, tante volte una scelta non era, per le ragioni più svariate: da quelle relative alla incolumità personale delle persone interessate o dei loro familiari, a quelle dipendenti dall’inesorabile decorso del tempo, che molto spesso rende inutile un qualsiasi apporto collaborativo per la semplice ragione che, dopo tanti anni, non si ha nulla da poter dire.
Lo Stato aveva deciso, in un momento di contingenza e urgenza, di rinunciare a esercitare un proprio potere e dovere, ossia quello di infliggere una pena in linea con gli irrinunciabili principi portati dalla Costituzione, che fanno riferimento alla rieducazione e risocializzazione del reo.

Per gli ergastolani ostativi non vi è alcuna prospettiva, in una logica di assoluto divieto di esaminare e valutare le evoluzioni, ove evoluzioni positive ci siano state.

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In buona sostanza le persone sono private della speranza.
La Corte EDU ha scritto a chiare lettere che una presunzione legale di pericolosità può essere giustificata solo quando non sia assoluta ed il ricorso dello stato italiano contro la sentenza Viola è stato rigettato. In sintesi la Corte di Strasburgo ha ritenuto una sentenza di condanna a vita senza speranza in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea che vieta le pene e i trattamenti inumani o degradanti. Un passaggio di non poco conto.

Ridare una speranza non significa scarcerare gli oltre 1.100 ergastolani ostativi, e neppure mancare di rispetto alle vittime di efferati crimini; significherà consentire ai magistrati di sorveglianza di valutare con gli esperti, e sulla base delle informazioni della DDA competente, i cambiamenti, ove ci siano, ed i percorsi trattamentali intrapresi e portati avanti.

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Nella fase dell’esecuzione della pena la previsione di automatismi si è dimostrata non avere alcun senso e già svariate volte è stata ritenuta illegittima poiché contraria a Costituzione.

Si è via via affermata dunque la necessità, ancora più nel caso di reati gravi, che la valutazione della persona assuma un ruolo centrale nella fase dell’esecuzione della pena; centralità necessaria perché la carcerazione possa servire a far si che le persone provino ad attivare percorsi personali differenti e per fare in modo che la medesima carcerazione possa restituire alla società uomini e donne diversi alle quali uno stato civile non deve rinunciare.
Perché questo è quello che vuole la nostra Costituzione.

* Avvocato del foro di Milano

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