ultima settimana, poi arriva bill viola

Ai Weiwei a Palazzo Strozzi di Firenze: quando l’arte è politica

di Silvia Sperandio

Ai Weiwei, «Dropping a Han Dynasty Urn» (2016)

4' di lettura

Ancora una settimana di tempo per visitare la mostra Ai Weiwei. Libero, a Palazzo Strozzi di Firenze. Una grande retrospettiva, la prima italiana dedicata all’artista cinese icona della dissidenza e delle battaglie per la libertà di espressione.
«Per esprimersi serve un motivo, ma esprimersi è il motivo», recita la frase emblematica di Ai Weiwei riportata a caratteri cubitali su una parete della Strozzina. Un’affermazione che suona come un assioma poetico, lungo il percorso articolato nei diversi spazi dell’edificio rinascimentale e pensato come un continuum dal curatore, Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi.

Un itinerario ininterrotto che parte dalle facciate di Palazzo Strozzi - “incorniciate” da ventidue gommoni di salvataggio arancioni - e continua nel cortile interno con l’opera Refraction , gigantesco assemblaggio di cucine solari che forma un’enorme ala, metafora di una libertà negata. Fino al piano nobile del Palazzo e alla Strozzina, pacificamente invasi da installazioni monumentali, sculture, oggetti, video e serie fotografiche che consentono una full-immersion nella poetica di Ai Weiwei.

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La dissonanza tra memorie rinascimentali e provocazioni pop, tra antico e contemporaneo, è una costante di questa mostra che afferma la somma libertà dell’artista creatore - artifex, e un’arte che travalica i confini per irrompere nella vita quotidiana come presenza attiva.

Arte è politica, arte è tutto sembrano gridare le opere di Ai Weiwei
«Non separo mai la mia arte dalle altre mie attività», scrive l’artista. «C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto di essere artista quando mi occupo di diritti umani. Tutto è arte, tutto è politica».
A partire dai quei 22 gommoni che incastonano due facciate di Palazzo Strozzi come simbolo della lotta per la sopravvivenza.

E che l’arte possa essere dirompente e “organica” alla società nel suo afflato liberatorio lo hanno percepito nei giorni scorsi anche alcuni migranti somali, scampati al Rogo di Sesto Fiorentino, che hanno occupato Palazzo Strozzi, rivendicando il diritto a una vita dignitosa. La protesta dei migranti ha immediatamente ottenuto visibilità sui media, e il sostegno dello stesso Weiwei.

My favourite word? It’s «act» (La mia parola preferita? «Azione»), recita una delle frasi simbolo di Ai Weiwei del 2009.

Sculture minimal e «ready made»
Tra le opere esposte, anche memorie o citazioni minimaliste come la suggestiva scultura Crystal Cube, un cubo semiriflettente del peso di oltre due tonnellate, realizzato con materiali della tradizione cinese: tè, ceramica, marmo, ebano. Una pausa di poesia, per lo sguardo che può immergersi in una liquida trasparenza.

«La tradizione non è che un ready made. Sta a noi compiere un gesto nuovo e prenderlo come riferimento, come punto di partenza piuttosto che di arrivo», scrive Ai Weiwei che, negli anni ’80 (a 24 anni), si trasferì negli Stati Uniti per lavorare. Alcune suggestioni di quel periodo sono presenti in mostra, dagli oggetti che rinviano ai ready made di Duchamp al dipinto che cita le Cinque bottiglie di Coca Cola di Warhol. Fino alle migliaia di fotografie in bianco e nero, quasi un blog ante literam, che documentano la sua vita girovaga di allora.

Al Piano Nobile, altre grandi installazioni consentono di immergersi nell’universo creativo dell’artista cinese.

«Feiyu» (2015)

Lo sguardo può farsi cullare insieme alle creature fantastiche di seta e bambù, sospese nell’aria, ispirate a Shanhaijing, testo di geografia fantastica cinese che Ai Weiwei non poté leggere da bambino. Taifeng è il grande vento, con parvenze umane e coda di tigre, Feiyu è il pesce volante e Huantouguio l’uomo uccello.

Attraverso la manipolazione di oggetti, immagini e metafore, l’artista rivela un rapporto ambivalente con il suo paese, tra senso di appartenenza e ribellione.
È il caso di Dropping a Han Dynasty Urn, celebre performance del 1995 nella quale distrugge un’urna funeraria della dinastia Han, antica di oltre 2000 anni. In mostra ecco tre scatti fotografici, riproposti in versione Lego, in versione pop come la dissacrante riverniciatura delle antiche urne con coloranti industriali.

L’installazione Stacked (Impilate), presenta un mega assemblaggio di 950 biciclette, il mezzo di trasporto che è parte integrate dell’identità cinese.

«Stacked» (2012)

L’opera, nata nel 2003 con il titolo Forever, e poi declinata in diverse versioni, cita la Ruota di bicicletta di Duchamp, del 1913, e al tempo stesso evoca una libertà di movimento impossibile, dal momento che le biciclette sono totalmente decontestualizzate. Perduta la loro funzione, sono state riconfigurate in una sorta di labirinto, o forse una rete di internet, che assomiglia anche a un arco trionfale o a una porta di ingresso.

Ma arte è soprattutto politica, nella installazione “Sichuan” che cristallizza la memoria del dramma avvenuto nel 2008, quando un devastante terremoto, alle 14,28 del 12 maggio 2008, provocò nella regione della Cina oltre 70mila vittine. L’artista si recò sul posto per effettuare un’inchiesta che lo portò a denunciare le responsabilità del governo cinese in quella tragedia. Alla parete, la grande opera Snake bag, borsa serpente, è formata da 360 zaini scolastici cuciti a formare un serpente, per ricordare le giovani vittime.

Ai Weiwei. Libero
a cura di Arturo Galansino
Firenze - Palazzo Strozzi
Fino al 22 gennaio 2017

La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi e Regione Toscana, ed è resa possibile grazie al supporto di Banca CR Firenze/ Intesa Sanpaolo e alla collaborazione con Galleria Continua, San Gimignano/Beijing/Le Moulins/Habana

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