epidemie

Aids, il donatore aveva il virus

di Gilberto Corbellini

Gli ultimi istanti di vita David Kirby nella campagna pubblicitaria di Benetton

3' di lettura

Uno dei casi sanitari internazionali e italiani più sconvolgenti. Decine di migliaia di persone contagiate in tutto il mondo dai virus dell'Aids e dell'epatite C, solo per aver usato farmaci e terapie che avrebbero dovuto salvarli e invece in molti casi li hanno condannati. Un caso nato a metà degli anni 80 e trascinatosi per anni, tra inchieste della magistratura e processi. In “Sangue infetto” Michele De Lucia rompe il silenzio e ricostruisce una vicenda che riguarda l'uso di sangue ed emoderivati commercializzati prima che fossero disponibili i test per controllare la presenza dei virus dell'Aids e dell'epatite C, cioè prima del 1985 per il virus HIV e in modo sicuro prima del 1992 per l'epatite C (fino ad allora chiamata non A e non B).

Il libro ricostruisce con dettagli la storia dei preparati per trattare l'emofilia e l'evoluzione dell'organizzazione industriale e sanitarie per raccogliere e distribuire il sangue e i suoi derivati, adottando strategie diverse a seconda dei paesi, ovvero con alcuni paesi che ricorrevano solo alla donazione gratuita e altri che pagavano chi dava il sangue. De Lucia sfata anche il mito che la donazione gratuita sia più sicura o moralmente superiore; ovvero è una balla l'idea che “gratuito” equivalga a “sicuro”: Aids e epatite C si sono diffuse anche attraverso il sangue utilizzato dagli ospedali italiani, che viene tutto da donatori gratuiti. E la Francia, altra patria della donazione gratuita, ha avuto tassi di contagio tra i più alti. La raccolta di sangue e plasma era andata incontro a dinamiche mediche, economiche e sanitare confuse e rischiose, cioè in assenzadi regole e metodologie definite.

I primi casi nel 1982
L'osservazione dei primi casi di Aids nel 1982 e quindi la scoperta che la causa è un retrovirus impensabile fino a pochi anni prima da parte dei ricercatori, ha creato il panico e allo stesso tempo prodotto una figura particolare di malati, cioè persone che non avevano tenuto alcun comportamento a rischio, come rapporti sessuali o tossicodipendenze, ma ricevuto come terapie trasfusioni o assunti derivati da sangue infetto. Vi erano le condizioni perché si scatenasse la caccia all'untore. Era facile imputare all'industria o ai sistemi sanitari la mancanza di controllo: ma quali controlli si potevano fa in assenza dell'idea stessa che potesse esistere il virus dell'Aids, o con tutti i dati che facevano pensare che il virus dell'epatite C non fosse troppo patogeno? Infatti, non appena si sono potuti indentificare i virus, sono stati sviluppati test per il controllo e procedure per sanificare il sangue e i suoi derivati. De Lucia racconta la superiorità etica e in termini di efficacia sociale di un diritto liberale e non tribale, per quanto riguarda gli aspetti giudiziari. Il suo è anche libro scientifico in quanto evita di usare ragionamenti non plausibili o su decisioni in condizioni di incertezza: che fare con una sacca a rischio a disposizione e in assenza di test, di fronte a un paziente che rischia intanto di morire per una emorragia? Quante persone sono state salvate con decisioni che, in qualche caso, hanno causate un'infezione grave o letale?

Michele De Lucia “Sangue infetto” (edizioni Mimesis) . La versione integrale dell'articolo di Gilberto Corbellini sarà pubblicata sulla Domenica del Sole 24 Ore del 18 novembre.

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