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Air France-Klm e gli esempi da non seguire

di Andrea Goldstein

3' di lettura

È facile ironizzare, magari con malcelata soddisfazione, sull’inatteso e rapidissimo investimento dello Stato olandese nel capitale di Air France-Klm. Sembra un perfetto esempio del colbertismo finanziario-industriale di cui notoriamente è maestra la Francia, tranne che invece questa volta è a parti invertite: sono gli eredi liberali di Spinoza e della Compagnia delle Indie ad acquistare il 14% della holding che dal 2004 controlla le due compagnie aeree. L’obiettivo è difendere gli interessi di Klm (che il nuovo capo azienda, peraltro canadese, vorrebbe relegare al rango di junior partner, anche se è quattro volte più profittevole della “sorellastra” transalpina) e soprattutto dell’aeroporto di Amsterdam (Schiphol, uno dei più pregnanti esempi di “aeropoli”, con 65mila posti di lavoro diretti e molti più indiretti). Ora Parigi e l’Aia sono alla pari, anche se secondo il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire questo investimento «ostile e incomprensibile» da 744 milioni di euro «non giova a nessuno».

Alzando lo sguardo si constata che non si tratta di un episodio isolato, ma di una nuova perla della collana del complesso rapporto tra stato e mercato che definisce l’economia globale in questa infinita uscita dalla crisi del 2008-09. Pensiamo solo agli ultimi mesi, con la crisi intorno a Huawei, il suo successo sui mercati globali del 5G che deriva da tecnologie sempre più dominanti, ma anche i rischi che ciò implica, soprattutto alla luce della disposizione della legge sull’intelligence del 2017 che obbliga ogni cittadino e organizzazione cinese a «sostenere, cooperare e collaborare» con le autorità nazionali. In Brasile la vendita alla Boeing di Embraer, il fiore all’occhiello dell’industria nazionale, è fortemente contestata, anche in seno alla maggioranza, che è simultaneamente nazionalista e filo-americana. Il management Nissan che si appella al proprio governo per contrastare le mire di Carlos Ghosn. Il ministro tedesco dell’Economia Peter Altmaier che propone un fondo sovrano per nazionalizzare imprese tecnologicamente all’avanguardia prima che siano gli stranieri a impossessarsene. Quasi ovunque, poi, nuovi controlli sugli investimenti, per tutelare la sicurezza nazionale ed evitare che imprese e infrastrutture essenziali cadano in mani nemiche, o quantomeno sospette. Va anche detto che la decisione della Commissione di bloccare la fusione tra Alstom e Siemens punta nell’altra direzione e, al di là della fondatezza degli argomenti utilizzati, testimonia che le opinioni pro-mercato non sono state sconfitte definitivamente.

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In questo contesto, la politica in senso lato rende ancora più difficile realizzare le fusioni transnazionali. Dopo 15 anni, Air France e Klm continuano ad avere identità separate. Railbus sarebbe nata senza lo stop di Margaret Vestager, ma avrebbe retto alla prima riduzione di personale? Anche perché il liberalismo da manuale esiste, per l’appunto, solo nei libri. Difficile in teoria trovare modello più virtuoso del mercato che i Paesi Bassi, eppure mentre i francesi, sempre tacciati d’intervenzionismo, mettono in vendita gli aeroporti parigini, Schiphol resta saldamente e completamente in mani pubbliche (compreso proprio il gruppo Aeroport de Paris!). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è nelle università dell’Ivy League che si insegna che la liberalizzazione unilaterale degli scambi di beni e capitali giova senza se e senza ma, eppure la filosofia della reciprocità guadagna sempre più adepti e giustifica misure discriminatorie.

Le implicazioni sono numerose, meglio limitarci a trarne qualcuna per l’Italia. La tentazione, se così fan tutti, è «divertirsi un poco, e non morire dalla malinconia», per esempio rinverdendo le partecipazioni statali sotto mentite spoglie. Sarebbe un grave errore. Difficile per un Paese esposto ai venti del market sentiment giocare sul crinale scosceso dell’ambiguità tra liberalismo e colbertismo. Arduo influenzare le decisioni europee, in particolare sulla politica della concorrenza, quando la grandeur degli obiettivi si specchia nella modestia delle risorse a disposizione. Irresponsabile dimenticare che a ogni euro “investito” nel salvataggio di qualche rottame della Prima, Seconda e Terza Repubblica ne corrisponde (almeno) uno sottratto alla Quarta rivoluzione industriale e alla crescita equa e sostenibile. Di politica industriale, in Italia c’è bisogno, ma solo se fatta seriamente, con gli strumenti e le istituzioni adatte e con orizzonti di lungo periodo.

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