Le sfide dell’economia

Aiutare le imprese, anche le più piccole a costruire la ripresa

di Augusto dell’Erba

2' di lettura

La crisi pandemica ha provocato uno shock senza precedenti all’economia italiana. Una crisi diversa dalle altre: non causata da squilibri del mercato finanziario né da speculazioni sui debiti sovrani e nemmeno da rivolgimenti nel mercato dei beni e servizi. Per questo la risposta delle autorità è stata diversa dal passato: sostegno a famiglie e imprese per mantenere il più possibile intatto il capitale fisico e umano, per poter ripartire di slancio al termine della pandemia. Alcune correnti di pensiero auspicano che l’uscita dalla crisi sia anche l’occasione per veicolare una ristrutturazione dell’industria italiana che porti, tramite lo sfoltimento della platea di piccole e micro imprese che caratterizzano il sistema produttivo, a un aumento della dimensione media delle aziende e per questa via a una crescita della competitività del sistema.

È un approccio che ha sicuramente il fascino del silver bullet, ma che presenta l’inconveniente di trascurare la complessità dei problemi che hanno soffocato la crescita economica italiana dall’inizio degli anni Duemila. Inoltre, non si tiene conto che le trasformazioni del paradigma tecnologico e produttivo (digitalizzazione e sostenibilità ambientale) possono modificare (e ridimensionare) il parametro dimensionale. Infine, recuperare e riqualificare risorse (capitale umano, finanziario e produttivo) dalle imprese che escono dal mercato richiede solide infrastrutture istituzionali e di mercato di cui il nostro Paese non è oggi all’avanguardia. Una strategia che veda come linea di indirizzo una cosiddetta “distruzione creativa” veicolata dalle difficoltà create dalla pandemia a un grande numero di piccole imprese per produrre una concentrazione del capitale rischia di provocare un deserto produttivo. Con impatti sociali e costi complessivi a carico del contribuente e del benessere complessivo quasi certamente più elevati dei benefici ipotizzati.

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L’uscita dalla crisi va affrontata con un nuovo paradigma culturale.

Non esiste una crisi economico-imprenditoriale, una ambientale, una sociale, ciascuna separata dalle altre. Tutte sono connesse. Una visione integrale è il cuore del nuovo paradigma culturale necessario. Occorre valorizzare le potenzialità di un tessuto produttivo che ha saputo resistere già a due crisi formidabili, che ha rafforzato negli anni passati la propria struttura finanziaria e che è riuscito a esportare e a mantenere le posizioni nelle catene globali del valore. La crescita dimensionale delle imprese va incentivata con un complessivo processo di miglioramento del supporto offerto dal “sistema Italia” piuttosto che facilitando – se non addirittura forzando – l’uscita dal mercato di quelle che possono comunque innestare una marcia di sviluppo. Indurre esperienze imprenditoriali – magari non eccellenti – a diventare “scarti”, non sembra la scelta più saggia e lungimirante. Non saranno quelle società a frenare la modernizzazione. Inoltre, le piccole imprese sono fatte di persone prima che di capitali e la presunta esistenza di economie di scala non può essere motivo sufficiente per negare il diritto di scegliere la dimensione produttiva ritenuta adeguata dall’imprenditore.

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