ESPOSIZIONI

Aiuti e alleanze per tornare alla normalità in due-tre anni

Danese (Aefi): i finanziamenti ci sono, ma servono i decreti attuativi per renderli disponibili e il via libera di Bruxelles per superare il de minimis

di Giovanna Mancini

Danese (Aefi): i finanziamenti ci sono, ma servono i decreti attuativi per renderli disponibili e il via libera di Bruxelles per superare il de minimis


4' di lettura

A quasi un anno dallo scoppio della pandemia, che tra i primi effetti ha avuto la chiusura di fiere ed eventi, il nodo per la sopravvivenza e il rilancio del sistema fieristico italiano non è più legato soltanto agli aiuti economici. Quelli, sebbene tardivamente, sono stati stanziati: oltre alla cassa integrazione, al credito di imposta e a prestiti per 450 milioni, il settore ha ottenuto dal governo anche 408 milioni di euro a fondo perduto, attraverso Mibact e Maeci.

«Sono somme adeguate, il problema è che di tutto questo pacchetto, a oggi, alle nostre imprese è arrivato poco o niente», spiega il presidente dell’Associazione enti fieristici italiani (Aefi), Maurizio Danese: appena l’1,8% di quei 408 milioni è stato erogato, in parte perché mancano ancora i decreti attuativi, in parte perché i fondi sono vincolati al regime de minimis sugli aiuti di Stato, che consente a ciascun organizzatore di ricevere al massimo 800mila euro. Una cifra irrisoria (anche se aumenterà a 3 milioni) per i player principali, come Milano, Bologna, Verona e Rimini che, insieme, nel 2019 hanno generato ricavi per 700 milioni e, lo scorso anno, ne hanno visti venire meno oltre 500 milioni.

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«Il governo italiano – dice Danese – deve dimostrare di credere nel ruolo strategico delle fiere . I fondi ci sono, ma servono rapidamente i decreti attuativi per renderli disponibili ed è indispensabile ottenere da Bruxelles la deroga al de minimis, come ha fatto il governo tedesco, che la scorsa settimana ha ottenuto il via libera a un fondo di 642 milioni».

Altrimenti sarà difficile parlare di ripresa: con 255 manifestazioni annullate nel 2020 (su 458 previste), il settore l’anno scorso ha visto crollare il fatturato dell’80%, da 1 miliardo a 200 milioni . Né consola che anche i competitor europei abbiano registrato perdite analoghe, tra il 70 e l’80% dei ricavi. Si sono salvate solo le fiere dei primi due mesi, qualche evento all’estero e alcuni appuntamenti tra il primo settembre e il 24 ottobre. Tra questi, il Salone Nautico di Genova che ha inoltre sottoscritto un accordo decennale con la società Porto Antico, per utilizzare le aree del Waterfront genovese nei prossimi dieci anni.

Il 2021, del resto, si è aperto con manifestazioni in presenza ancora ferme per tutto il primo trimestre: l’ultimo Dpcm prevede la chiusura delle manifestazioni fino al 5 marzo, ma il perdurare della pandemia e l’incertezza della sua evoluzione rendono difficile ipotizzare «una ripresa soddisfacente della attività prima di settembre», osserva Massimo Goldoni, presidente del Comitato Fiere Industria (Cfi), che rappresenta gli organizzatori delle manifestazioni legate ai comparti industriali.

Nei primi tre mesi dell’anno erano previste, secondo Aefi, 67 fiere internazionali (su 238 in programma nel 2021), ma le società stanno già lavorando per trasferirle su piattaforme digitali o riposizionarle nei mesi successivi e soprattutto nel secondo semestre, nella speranza che per allora sarà possibile avere un’adeguata presenza di operatori esteri, magari grazie alla realizzazione dei cosiddetti «corridoi verdi» per favorirne l’arrivo. La certezza sui ristori permetterebbe agli organizzatori di mettere fine a questo stillicidio di conferme-riprogrammazioni-cancellazioni che dura ormai dallo scorso marzo, e in alcuni casi agire come stanno facendo ad esempio i tedeschi, posizionando i principali appuntamenti verso la fine del 2021 o rinviandoli al 2022. Anche perché, fa notare Danese, l’assenza di manifestazioni non implica assenza di costi per le società, che anzi in questi mesi hanno continuato a lavorare per riprogrammare i palinsesti e a investire per adeguare i quartieri alle misure di sicurezza anti-Covid, ripensare i format e dotarsi di strumenti e competenze digitali oggi necessari a sostituire almeno in parte le attività annullate e un domani, terminata l’emergenza sanitaria, a integrarle e implementarle.

La cosa più importante, adesso, è ridare fiducia a un sistema che in Italia generava, prima della pandemia, un volume d’affari pari a 60 miliardi di euro e il 50% delle esportazioni della manifattura italiana. «Un’azione concreta da parte del governo sarebbe d’aiuto anche ai nostri investitori – aggiunge il presidente Aefi –. Le nostre imprese, per ripartire, stanno studiando anche operazioni finanziarie, come aumenti di capitale o aggregazioni, e un segnale concreto da parte della politica sarebbe utile per convincere i nostri soci, soprattutto i privati, a contribuire al rilancio».

Proprio la politica delle alleanze è una delle strategie allo studio per ripartire. Archiviata ormai la “stagione dei campanili”, che ha caratterizzato storicamente il sistema, le società hanno realizzato negli ultimi anni accordi di partnership o vere e proprie fusioni (come quella tra Rimini e Vicenza che ha dato vita a Ieg), spesso sollecitate o favorite anche dalla politica. È il caso dell’operazione in corso tra Ieg e BolognaFiere che, entro l’estate, potrebbe portare alla creazione del più grande player fieristico italiano. Milano e Verona, per ora, tengono le antenne dritte, ma l’interesse per possibili collaborazioni o integrazioni, anche nell’ottica di uno sviluppo all’estero delelf iere, è trasversale.

Per tornare alla “normalità” - quasi un migliaio di manifestazioni , di cui 224 a carattere internazionale e 90 all’estero, 200mila espositori e 20 milioni di visitatori – ci vorrà ancora tempo. Due, tre anni forse. Difficile e poco utile lanciarsi in previsioni in questo momento. Le previsioni per l’anno in corso non sono esaltanti: se si riuscirà a ripartire effettivamente nel secondo trimestre, osserva Danese, «possiamo pensare di raggiungere il 60% del fatturato di un anno standard. Ma sembra sempre più difficile e probabilmente dovremo rivedere ulteriormente le previsioni».

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