Interventi

Aiuti al lavoro da estendere per ripartire

di Giacinto Favalli

(alphaspirit - stock.adobe.com)

4' di lettura

Chiusi in casa, svolgendo il nostro compito di cittadini responsabili, proteggendo noi e gli altri dal contagio, non possiamo far altro che pensare ai tempi che verranno, al momento in cui l'emergenza comincerà a rientrare. A riguardo, non dobbiamo farci illusioni: tutti sappiamo che dovremo inevitabilmente attraversare un periodo di forte recessione economica a livello globale ed è nostro dovere sforzarci di ragionare su come potremo rialzarci.

Per molte cose, la strada giusta è già stata imboccata: ci si è adoperati, ad esempio, per potenziare gli strumenti di prevenzione per la salute sul posto di lavoro, introducendo nuovi protocolli e procedure igieniche o, più indirettamente, estendendo il ricorso alle varie modalità di lavoro flessibile (telelavoro, smart-working, turnazione degli orari) e, parallelamente, è stato anche reso più facile accedere ai congedi parentali o ottenere permessi retribuiti. Ma per stimolare l'economia e la domanda di lavoro sarà necessario anche introdurre altri strumenti appropriati e promuovere interventi ad hoc.

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Servirà – come auspicato, fra gli altri, da Confindustria – un grande piano massivo di interventi pubblici volti a realizzare delle infrastrutture materiali, sociali e immateriali sufficientemente all'avanguardia da poter permettere all'industria privata di “recuperare il terreno perso”; serviranno misure che assicurino liquidità alle imprese, ricorrendo soprattutto a linee temporanee a breve termine oppure a finanziamenti a condizioni agevolate o garantiti dallo Stato.

Accanto a questi interventi macro e micro-economici, è necessario ricordarsi però che il mercato è stimolato anche del ruolo sociale che riveste il modo in cui il diritto del lavoro viene modulato ed applicato. Proprio per orientare queste applicazioni, l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha emanato delle specifiche linee guida, denominate “COVID-19 and World of Work: Impacts and Responses”.

Perché la domanda di consumo non crolli, sarà essenziale il ruolo giocato dalle misure di protezione sociale, come la Naspi o gli ammortizzatori sociali. In questo senso sembra corretta la mossa dell'Europa di creare (sulla falsa riga dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione italiani e del Kurzarbeit tedesco) “Sure”, una cassa integrazione comunitaria che sostenga la ripresa del lavoro a orario ridotto, permettendo di ridurre il costo del lavoro senza tagliare eccessivamente i salari, chiedendo in cambio alle aziende di non licenziare i dipendenti per motivi legati alla crisi.

Per supportare il mantenimento ed il rilancio sia dell'occupazione che dei guadagni, potrebbe rivelarsi indispensabile estendere queste misure anche a quelle categorie di lavoratori che fino ad oggi sono state le meno tutelate dall'intervento statale: lavoratori informali, atipici, stagionali e gli autonomi. In questa direzione, si potrebbe anche pensare di alleggerire temporaneamente i vincoli legislativi che pesano sul lavoro a termine, in somministrazione e su quello part-time, come ad esempio il divieto di stipulare contratti a termine e in somministrazione mentre si usufruisce di un ammortizzatore sociale. Anche l'attuale disciplina di proroghe e rinnovi potrebbe essere (se pur anche in questo caso temporaneamente) rimodulata per agevolare il rientro di coloro che, durante il periodo della crisi epidemiologica, hanno visto scadere il proprio contratto a termine, ad esempio introducendo una nuova causale (per non eliminare del tutto le causali recentemente introdotte dal “Decreto Dignità”) collegata ad una fase di assestamento dell'attività produttiva post Covid-19. In questo modo, si permetterebbe ai datori di lavoro di mantenere in forza quella parte di personale che verrebbe altrimenti ulteriormente penalizzata. E perché non immaginare anche misure di agevolazione finanziaria e fiscale per sostenere le assunzioni ed il ricambio generazionale a favore delle piccole e medie imprese? D'altronde non possiamo dimenticarci che, specialmente nel Meridione, il panorama imprenditoriale è composto principalmente da piccole e medie imprese e che l'ampio e variegato ventaglio di strumenti legislativi introdotti fin qui non ha fatto riscontrare i successi sperati.

Un altro tassello fondamentale potrebbe essere una riforma all'insegna della flessibilità della modulazione dell'orario di lavoro, agevolando il ricorso allo straordinario o alla banca ore, oppure sottoscrivendo accordi di solidarietà difensivi per una riduzione generalizzata degli orari (compensata da indennità di disoccupazione), al fine di evitare il ricorso a licenziamenti collettivi.

Tenendo conto del fatto che, stando a quello che sappiamo ad oggi, il Covid-19 è meno diffuso e soprattutto meno grave fra i giovani, si potrebbe anche pensare (giunti al momento della ripartenza) di permettere il rientro prima ai più giovani. Chiaramente, per evitare problematiche legate alla normativa anti-discriminatoria o che possano essere sollevate questioni di rotazione del personale, sarebbe auspicabile che questo scenario fosse preceduto da un intervento normativo che semplifichi questo tipo di procedure.

In questo scenario, sarà fondamentale ricorrere alla contrattazione decentrata, sia territoriale che aziendale, responsabilizzando il ruolo degli attori sindacali a tutti i livelli per elaborare interventi innovativi – tanto tramite l'applicazione della normativa vigente (penso, in particolare, all'art. 8, d.l. 138/2011, conv. con mod. in l. 148/2011), quanto probabilmente anche in deroga all'attuale quadro normativo.

Certo non è da escludere che sia più facile, per evitare posizioni di eccessiva resistenza da parte sindacale (e a fronte di comprovate esigenze specificatamente identificate dal legislatore), trovare una strada che permetta al datore di lavoro di procedere comunque a “derogare” le varie disposizioni di legge in materia di orario di lavoro o di contratti a termine per un periodo di tempo limitato e circoscritto alla ripresa dalla crisi, un po' come avviene nel caso dei licenziamenti collettivi.

Ma mi piace pensare che la ripresa possa passare ancora da una strada comune, una strada in cui l'interesse dell'impresa e quello dei lavoratori possa camminare insieme in direzione di un unico scopo collettivo: rialzarsi.

Studio Legale Trifirò & Partners

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