intervista

Aiuto, non ce la faccio più! Pronto soccorso psicologico ai tempi del virus

Dai lutti alla vita 24 ore su 24 in casa, il coronavirus sconvolge abitudini e necessità radicate nell’animo umano. Con possibili forti ricadute psicologiche

di Dario Ceccarelli

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(Teodor Lazarev - stock.adobe.com)

Dai lutti alla vita 24 ore su 24 in casa, il coronavirus sconvolge abitudini e necessità radicate nell’animo umano. Con possibili forti ricadute psicologiche


5' di lettura

Chiusi in una casa. A volte in una stanza. Con quel silenzio opprimente rotto solo dalle voci assordante dei bambini che pretendono attenzione. Mancano i gesti quotidiani, le azioni abituali, quei movimenti memorizzati fuori di casa che, in quell’altra epoca prima del virus, a volte sembravano così ripetitivi, cosi scontati. Perfino pesanti ogni giorno da sopportare.

I ragazzi a scuola, gli adulti al lavoro, gli anziani con i nipotini e con quel piccolo rito dell’uscir a far la spesa: sta bene suo marito? Che tempo pazzo, chi ci capisce più niente. Signora, ha visto che prezzi? Acquistar le fragole è come andar in gioielleria...

Perfino i lutti erano meno dolorosi. C’era intorno il calore della tua comunità, dei tuoi cari, quello stare insieme che fa sentire meno soli. «La cosa più atroce di questa malattia è che ti porta a morire in solitudine», racconta la psicoterapeuta Elena Gabutti, coordinatrice del gruppo Pronto soccorso emotivo, un team di psicologi di Verbania (Piemonte) che mettono a disposizione le proprie competenze per condividere ansie e difficoltà di adattamento provocate da questa emergenza infinita.

I più colpiti sono i soggetti fragili, sul filo di un equilibrio precario. «Una signora anziana, che però stava bene, si è vista portar via il marito, senza neanche poterlo salutare», spiega la dottoressa Gabutti. «Uno strazio doppiamente emotivo: perchè questa donna non può neanche elaborare il lutto condividendolo con i suoi cari, con gli amici. Noi siamo animali sociali che prima di tutto vivono di relazioni. Se improvvisamente vengono a mancare, il nostro asse viene travolto. Prima nel momento decisivo veniamo privati degli affetti , poi separati anche dalla pietà. Le famiglie fanno fatica ad accettare un carico così pesante».

Ma non sono solo i lutti a far male. Anche la vita “normale” ai tempi del virus viene sottoposta a uno stress mai provato prima. «Sì, è così», prosegue Elena Gabutti .«Il paragone con la guerra non regge. È troppo lontana e poi, in un conflitto, il supporto sociale rimane, resta saldo. Magari si litiga, si urla, si discute. Però ci si guarda negli occhi, si sente il calore dell’altro, non c'è distanza sociale. L’uomo non è capace di elaborare il lutto da solo, deve condividerlo con un parente, con un amico che lo abbracci e lo aiuti a sopportare quel distacco».

Uno spazio di ascolto, il supporto di una voce, anche attraverso una telefonata (370.1112637, 349.7922509, dal lunedi al venerdì dalle 9 alle 12).
«Anche al telefono si può fare molto» dice Elena Gabutti. «Quando sentiamo che proprio non ce la fanno, vediamo se si può intervenire di persona, però anche una voce può far molto. Alcune persone le seguivamo già, altre si sono aggiunte. Il problema è che questa emergenza sta incidendo nel nucleo essenziale del nostro vivere. Viene colpita la famiglia, ma anche il singolo individuo che aveva un suo abituale percorso quotidiano».

“Sì, in questo periodo tutte le abitudini vengono stravolte. Prendiamo ad esempio il lavoro. Succedono cose strane. Alcune persone private del loro humus sociale, del rapporto anche aspro coi colleghi, del caffè al bar, delle riunioni quotidiane, restano spaesate, svuotate. E a casa, con lo smart working, faticano a mantenersi in equilibrio. Si deprimono. Rimpiangono perfino la discussione col capo. Queste persone, davanti al computer di casa, girano a vuoto. Pesci fuor d'acqua».

Tutto negativo, quindi?
«No, a volte ci sono delle sorprese. Anche positive. Persone che pativano un deficit di socialità, poco avvezze ai rapporti umani, e alle confllttualità di un posto di lavoro, improvvisamente, da sole a casa, trovano una stabilità che non conoscevano. Senza le angosce abituali stanno bene con se stessi. In più viene loro detto che, stando a casa, fanno anche un favore alla collettività. Il massimo. Poi ci sono persone, invece già equilibrate, che lavorando in casa imparano a gestire meglio le proprie risorse, a sapersi amministrare senza che nessuno dica loro continuamente cosa fare».

Possiamo dire che questa emergenza è anche un esperimento sociale?
«Certamente. Un test utile, anche se può essere molto doloroso. A casa ci sono persone che hanno una bassa stima di sé che si mettono continuamente alla prova. Si danno degli obiettivi troppi ambiziosi. Un giorno sistemo il bagno, un altro l’armadio, poi quelle vecchie fatture. ristudio l’inglese, rileggo i classici. Naturalmente non riescono a star dietro ai loro stessi programmi. E per loro è una ulteriore frustrazione, una causa di depressione».

La famiglia è la struttura più esposta?
«Deve adattarsi, resistere. Pensate agli adolescenti chiusi nello loro stanza, davanti al computer. Gli adolescenti sono in crescita, devono staccarsi dai genitori. Così si congelano, non avanzano nel loro percorso di vita. Quello vero, non virtuale. Poi ci sono le separazioni: quelle dei genitori che hanno dei figli lontano, che lavorano o studiano all'estero. È un dolore costante non alleviato dal telefono o dalle connessioni via chat. È il momento della verità in cui si realizza la distanza, non solo chilometrica, dai loro ragazzi. Sono usciti dal loro radar. Anche se la vita riprenderà nella sua normalità. Anche per i bambini non è facile. Chiusi in casa, non vedono più i loro amichetti a scuola o all'asilo. Anche qui si sviluppa u corto circuito. L'uomo è fatto così. Non basta il cibo. Ci sono dei bambini negli orfanotrofi che si spengono non per scarsa alimentazione, ma perchè hanno bisogno di qualcuno che dia loro un rapporto speciale. E questo vale anche quando diventiamo adulti. Per crescere dobbiamo stare dentro a una comunità, condividere le emozioni».

E la coppia? Qualcuno dice che questo è davvero un bel test. Un esperimento sociale che non fa sconti..
«Anche in questo caso, dico sempre ai miei pazienti, di non alzare troppo l'asticella. È un momento particolare, non chiediamo troppo ai rispettivi partner. Prima non c’era l’abitudine di vivere h24 sempre assieme. Ognuno aveva i suoi spazi ben delimitati. Adesso no, quindi bisogna aver pazienza, non pretendere troppo, fare qualche sconto, venirsi incontro se scopriamo, nella convivenza totale, aspetti del compagno che ci piacciono di meno. È come stare in palestra. Bisogna allenarsi, trovare nuovi equilibri, ma con una certa delicatezza…».

E per i separati in casa? Sarà un inferno…
«Non è detto. Anche qui bisogna imparare a non farsi del male, a darsi delle regole. Può diventare un buon allenamento per il futuro. Soprattutto se ci sono dei figli di mezzo. E poi, diciamo una cosa consolante: prima o poi finirà...».

Per approfondire:
Rabbia, ansia, solitudine: gli effetti della quarantena sulla nostra psiche

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