agroalimentare

Al Cibus di Parma l’industria alimentare fa scudo contro le imitazioni a tavola

di Micaela Cappellini


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3' di lettura

La tutela del made in Italy alimentare dalla contraffazione è una partita strategica che vale 90 miliardi all’anno. A tanto arrivano le nuove stime sul giro d’affari nel mondo dell’Italian sounding, che negli ultimi dieci anni è cresciuto a un ritmo del 70% e di cui gli Stati Uniti da soli rappresentano ormai 23 miliardi. Se l’Italia si riprendesse tutta questa ricchezza, che di fatto è una domanda di prodotti made in Italy evasa da altri, il nostro export alimentare - che nel 2017 è stato di quasi 32 miliardi - potrebbe quadruplicare.

Alla 19esima edizione di Cibus, la fiera internazionale dell’alimentazione che si è aperta ieri alla Fiera di Parma, l’Italia dell’agroalimentare cerca dunque di fare sistema e combatte una battaglia su più fronti della tutela dell’autentico made in Italy. «Davanti a una crescita così incredibile dell’agroalimentare italiano sui mercati internazionali - ha detto il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia - una parte del mondo cerca di porre un freno al nostro export dichiarando i nostri prodotti unhealthy, cioè non salubri». Il riferimento è al sistema delle etichette nutrizionali a semaforo, in vigore in alcuni Paesi europei come la Gran Bretagna o la Francia: secondo le stime Coldiretti, il metodo arriva a bocciare l’85% in valore delle Dop italiane. Prodotti come l’olio extravergine d’oliva, il Prosciutto di Parma o il Parmigiano Reggiano, nel Regno Unito hanno semaforo rosso, mentre la Coca Cola Light ce l’ha verde.

«Il semaforo è un sistema che non informa la scelta, la condiziona - ha aggiunto Paolo De Castro, vicepresidente Commissione Agricoltura al Parlamento Ue - i grandi gruppi della distribuzione europea stanno andando nella direzione della Gran Bretagna, dove tutti i prodotti hanno l’etichetta a semaforo. L’Italia deve fare sentire la sua voce».

Su questo fronte, per la prima volta anche mondo agricolo e mondo industriale si sono alleati e oggi a Parma presentano ufficialmente Filiera Italia, l'associazione che riunisce diversi big del settore: Coldiretti, Cremonini, Inalca, Ferrero, De Rica, Cirio, Farchioni, Donnafugata e Bonifiche Ferraresi sono solo alcuni tra i soci promotori, ma altri grandi nomi sono in arrivo. L’idea di lavorare insieme è nata a ottobre, durante il forum agroalimentare di Cernobbio della Coldiretti, e la prima battaglia di Filiera Italia è proprio quella di far sentire la propria voce a Bruxelles e tutelare le eccellenze italiane sui mercati internazionali dagli attacchi dell’Italian sounding e dell’etichettatura a semaforo.

E sempre in materia di etichette, ieri il Governo ha firmato il decreto che assicura l’obbligo di indicare l'origine della materia prima su latte, pasta, riso e pomodoro introdotto nei mesi scorsi in Italia. «Le partite della trasparenza e della qualità - ha commentato il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda - devono essere giocate in attacco dall’industria italiana a vantaggio dei consumatori». In attesa insomma dell’entrata in vigore delle nuove normative europee in materia previste per aprile 2020, e che prevedono maglie più larghe rispetto a quelle stabilite dal nostro Paese, l’Italia dovrà andare avanti con le sue regole più stringenti.

Oltre alla tutela della tradizione e del prodotto italiano, il mondo agroalimentare che si riunisce fino a giovedì a Parma - 3.100 aziende espositrici, 1.300 nuovi prodotti e 80mila buyer, di cui un quinto stranieri - è attento al tema dell’innovazione, compreso il biotech. «Nell’ultimo anno l’agroalimentare italiano - ha detto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia - ha aumentato di oltre il 30% gli investimenti nel settore, ed è anche per questo che ha potuto mettere a segno una crescita dell’export intorno al 7%, anche grazie al supporto del Piano straordinario per il Made in Italy del Governo e dell’Ice».

Le imprese del settore restano ottimiste: l’obiettivo di 50 miliardi di export entro il 2020 è di quelli raggiungibili. Purché si trovino i professionisti necessari a sostenere questa crescita: secondo Federalimentare per i prossimi cinque anni saranno necessarie 45mila nuove assunzioni nel settore, di cui almeno 5mila laureati.

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