Interventi

Al G7, sette personaggi in cerca di copione

di Andrea Goldstein


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(Afp)

3' di lettura

Emmanuel Macron aveva già rinunciato alla dichiarazione congiunta e quindi il summit di Biarritz ha potuto concludersi in tutta tranquillità, senza gli insulti digitali e verbali che l’anno scorso avevano ostacolato la digestione dei leader a Charlevoix. Nessuno dei partecipanti ha cercato di comprarsi le due metà del Paese Basco, in Francia e Spagna, e unirle in una nuova nazione dove non si tassa internet e la moneta è il $urf. Boris Johnson e Donald Trump non hanno litigato per mettere i rispettivi piedi sul tavolo del loro breakfast domenicale. Gilets jaunes e movimenti no-global hanno manifestato a Bayonne con innocui cartelli, anche perché erano molto meno numerosi che le forze dell’ordine. E il premier dimissionario Conte non ha fatto ciao ciao al presidente americano con la manina, anche perché non si sarebbe capito se fosse un ben ritrovato o un addio.

Per il resto non è che il G7 sia stato un gran successo, come del resto prevedeva Gianmarco Ottaviano sul Sole 24 Ore di domenica 25.

Nessuna identità di vedute sulla Russia, che l’amministrazione americana vorrebbe invitare nel 2020 quando avrà la presidenza, senza esigere da Vladimir Putin progressi su Crimea, Donbass e rispetto dei diritti politici in Russia. Divisioni evidenti sull’Iran, perché gli europei sono restii a interrompere il dialogo con Teheran e non credono agli allarmi lanciati da Washington. Gli anfitrioni lo hanno dimostrato nel modo più esplicito possibile, con l’incontro del capo della diplomazia Jean-Yves Le Drian con l’omologo persiano Javad Zarif, che magari aprirà la strada per un incontro Trump-Rohani ...ma magari no. Nulla su Hong Kong e Siria.

Passando al terreno economico, di fronte al rischio concreto di un imminente avvitamento della congiuntura globale, poche le idee. Washington avrebbe voluto una condanna esplicita delle manipolazioni cinesi sui cambi, ma nessuno l’ha seguita (anche perché l’Europa ha bisogno della benevolenza di Pechino per avvallare senza intoppi la nomina di Kristalina Georgieva al Fondo). Sul protezionismo, poi, la cacofonia regna sovrana: mentre Trump ha alternato minacce senza precedenti (applicare l’International emergency economic powers Act del 1977 ed esigere dalle multinazionali stelle-e-strisce di abbandonare la Cina) e qualche dubbio sui dazi imposti finora, i restanti G6 hanno ribadito la propria fiducia nel multilateralismo e nel dialogo con Pechino per ridurre le barriere a commercio e investimenti.

Cresce l’inquietudine intorno al possibile allargamento all’Europa della guerra dei dazi, incominciando dai vini (i viticoltori transalpini sperano che la bottiglia di Saint-Emilion offertagli possa servire ad addolcire i tweet di Donald, per il momento il sommelier di casa Trump però si chiama Melania).

Sarebbe certo ingeneroso dimenticare un paio di temi su cui Macron è passato all’incasso - l’Amazzonia in preda agli incendi dolosi e le diseguaglianze planetarie - ma da qui a parlare di risultati tangibili ce ne passa: un vago impegno ad aiutare i Paesi vittime della deforestazione, ma nulla sulla strategia di lungo periodo, e la promessa di 34 ceo (una sola donna) di fare di più per meglio distribuire i frutti della crescita economica. Positivo anche che, Brexit o meno, Johnson si sia posizionato nel campo degli europei.

Dare tutta la colpa a Trump sarebbe altrettanto ingeneroso. Non è possibile nutrire alcun dubbio, ormai, sulla politica internazionale dell’inquilino della Casa Bianca - ottenere tutto per gli Stati Uniti, senza considerare le ricadute sul sistema delle relazioni internazionali - e sulla sua attitudine durante i vertici - a cercare incessantemente le luci dei riflettori, anche a costo di buttare per aria protocolli concordati con difficoltà. Tuttavia la critica fatta a Macron di avere riempito l’agenda di temi nuovi o comunque non centrali nella tradizione del G7 - il clima e gli oceani, la parità di genere, il Sahel - è valida, anche senza seguire il ragionamento di Trump fino in fondo (che la scelta serva a mostrare le divisioni tra i Paesi industrializzati e boicottare le prossime edizioni).

La verità (per quanto se ne possa parlare nell’epoca delle fake and disgusting news) è che il G7 è sempre più un formato in cui sette personaggi cercano un copione da recitare. In primis perché i Paesi che lo compongono non possono più rivendicare la leadership economico-finanziaria globale che detenevano quando vide la luce nel 1975. Per questo esiste il G20, che ha i suoi problemi di efficacia, ma ne ha meno sul piano della legittimità. Se il G7 intende sopravvivere deve riannodare i fili del passato: pochi temi su cui può fare veramente la differenza, istruzioni chiare (e rivolte a se stesso piuttosto che al resto dell’universo) e più tempo a disposizione per discutere dei progressi nel raggiungere gli obiettivi, invece che aggiungerne ogni anno di nuovi. Altrimenti meglio risparmiare le ingenti risorse destinate a organizzarlo (Biarritz è costato come minimo 36 milioni di euro).

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