automobilismo

Al Montecarlo del 1972 il trionfo di Munari-Mannucci e di tutta la Squadra Corse Lancia

di Mattia Losi


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Sandro Munari e Mario Mannucci festeggiano la vittoria nel rally più famoso del mondo (Afp)

6' di lettura

Montecarlo - 28 gennaio 1972. Albeggiava. I raggi del sole guadagnavano a poco a poco terreno sul buio della notte, allungandosi pigramente fino al mare. Il Rally più famoso del mondo, dopo due settimane frenetiche e massacranti attraverso le strade di mezza Europa, stava per concludersi. Un attimo, lungo poche centinaia di metri, e le due luci degli abbaglianti comparse come un miraggio in fondo al rettilineo del porto avrebbero accarezzato la linea del traguardo.

La macchina che avanzava tranquilla come una regina al gran ballo di corte non era una delle tante Alpine destinate a un trionfo annunciato. E dalla sagoma si vedeva chiaramente che non era nemmeno una delle Porsche, le uniche vere rivali accreditate dello squadrone francese. Le persone assiepate intorno alla linea del traguardo iniziarono a leggere, appena sopra il bagliore di una coppia di grandi fanaloni, la scritta bianca LANCIA – ITALIA. La regina del Monte era una piccola Fulvia HF, con il numero 14 sulle portiere e i nomi di Munari e Mannucci a sfilare orgogliosamente sopra i passaruota posteriori. Una macchina troppo vecchia, troppo pesante e troppo poco potente per aspirare alla vittoria finale. Tutti l’avevano liquidata così, prima della partenza.

Sandro Munari, il Drago, accarezzò il volante dopo averlo serrato con forza per migliaia di chilometri. Pensò a Flavia, che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie e che lo aspettava sulla linea del traguardo. Sbirciò alla sua destra e vide Mario Mannucci, il Maestro, chiudere il quaderno delle note. Pensò alla bufera sul Burzet, alla neve sul Turini, al gelo che li aveva accompagnati nelle notti delle prove speciali, così diverso dal tepore che le strade del Principato regalavano fin dalle prime ore del giorno. Sorrise, con Mario al suo fianco si sentiva sicuro. Sapeva che non avrebbe sbagliato.

Il Maestro ripose il quaderno nella tasca della portiera. Pensò ad Ariella, sua moglie, che lo aveva accompagnato in quelle due settimane infernali e che adesso lo aspettava sulla linea del traguardo tenendo in braccio Manuel, quell’amatissimo bambino che lui vedeva troppo poco, impegnato in giro per il mondo com’era di solito. Sbirciò alla sua sinistra e vide Sandro tranquillo. Sereno. Pensò all’azzardo nella scelta delle gomme, al primo passaggio sul Turini, che sembrava aver infranto un sogno ritenuto impossibile. Pensò alle centinaia di curve affrontate oltre il limite del possibile, alle discese divorate nel buio della notte, alle frenate imposte alla vecchia Fulvia 14 quando ormai sembrava troppo tardi. Sorrise, con Sandro al suo fianco si sentiva sicuro. Sapeva che non avrebbe sbagliato.

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Cesare Fiorio, che aveva diretto ogni singola componente dell’orchestra Lancia, pensò che in fondo i sogni si avverano, se hai la forza di credere che sia possibile. Pensò che i suoi uomini, i suoi uomini straordinari, avevano fatto più di quello che sarebbe stato umanamente possibile. L’atteso trionfo delle Alpine si era trasformato in un trionfo della “sua” Squadra Corse, che aveva voluto e difeso contro tutto e contro tutti. La vittoria di Munari e Mannucci era completata dal quarto posto di Lampinen-Andreasson e dal sesto di Barbasio-Sodano. Tre Fulvia HF nei primi dieci, altro che vecchio rottame. E se non ci fosse stata quella stramaledetta Fiat bianca abbandonata in mezzo a una curva a Saint-Auban, Ballestrieri e Bernacchini avrebbero reso ancora più dolce quel momento tanto atteso.

Daniele Audetto, al suo debutto come direttore sportivo della Lancia, ripensò al gendarme francese che aveva beffato insieme a Bruno Ferraris, lasciandolo immobile in mezzo alla strada mentre sgommavano per portare al Drago e al Maestro le ultime notizie sul percorso. Pensò anche a un altro gendarme francese, che invece non si era lasciato beffare, e che aveva estratto la pistola caricando su un furgone quella coppia di scapestrati. Pazienza, tanto le informazioni destinate alla 14 erano ormai al sicuro. Le ore passate sul quel furgone gli sembrarono improvvisamente più belle di quelle che avrebbe potuto trascorrere nel miglior hotel del Principato.

Gianni Tonti, il direttore tecnico della Squadra Corse, pensò alle lunghe ore in officina insieme a Sandro e Mario, insieme a Cesare e Daniele. Progetti, innovazioni, soluzioni mai provate prima. Gomme nuove, carburatori nuovi. Il differenziale autobloccante, bocciato da Ballestrieri perché era «come guidare una calamita tra due pareti di ferro». Ma il Drago l’aveva voluto, a costo di spaccarsi le braccia per reggere lo sforzo. Smonta e rimonta, prova e riprova. E alla fine eccola: la 14. La Fulvia più potente di sempre. Nulla in confronto agli avversari, ma per fermarla avrebbero dovuto distruggerla.

Luigino Podda e Gino Gotta, i due capi meccanici, si guardarono intorno: nella bolgia di felicità che ammantava il traguardo videro i loro uomini festeggiare come bambini davanti ai regali di Natale. Brosio, Carbone, Noviello, Fraboni, Giannelli e tutti gli altri erano lì, incuranti delle notti insonni, delle piaghe sulle mani e sulle braccia che si erano procurati maneggiando senza protezione gli scarichi incandescenti. Ogni secondo era prezioso, al dolore avrebbero pensato più tardi. Ora quelle piaghe diventavano medaglie, allori che davano un senso a mesi di fatica, a due settimane irripetibili.

A Torino, anche se non lo sapevano ancora, centinaia di operai passarono improvvisamente dalla cassa integrazione a cinque anni di superlavoro. La Fiat fu costretta a riaprire le linee di produzione. Dopo il trionfo della 14 le vendite della Fulvia si impennarono, restituendo certezze e serenità a moltissime famiglie.

Sandro e Mario avrebbero vinto ancora, insieme, ripetendosi a Montecarlo e sui traguardi di tutto il mondo. Il Principato avrebbe continuato a celebrare il suo rito, anno dopo anno, portando al successo campioni straordinari e consacrandoli definitivamente nell’Olimpo di questo sport. Eppure la vittoria del 1972 sarebbe rimasta insuperata. Unica. Irripetibile. Sarebbe entrata nella leggenda di questo sport.

Per tutti quelli che ancora oggi parlano di sorpresa basta ricordare un solo, piccolo particolare. In quelle due settimane la Fulvia HF 14 di Munari e Mannucci è stata la macchina per più tempo in vetta alla classifica generale. Mai, nemmeno nei momenti più difficili, è scesa sotto il terzo posto.
…………………………………
Sono passati 47 anni, da quel 28 gennaio. Dopo aver vissuto quel trionfo da piccolo tifoso ho avuto modo di conoscere tutti i protagonisti che l’hanno reso possibile. Tutti tranne Mario Mannucci, che ha chiuso il libro delle note poco prima del mio ingresso, timoroso e immeritato, nella grande famiglia dei Rally. A raccontarmelo ci ha pensato Ariella: e lo ha fatto così bene che alla fine, quando penso al Maestro, sono convinto di averlo incontrato per davvero.

Una volta Sandro Munari, parlando di quel Montecarlo, mi ha detto che è stata «la più grande vittoria di squadra che si possa immaginare. Le corse le vincono i piloti, ma basta un errore del tuo compagno, di un meccanico, di un tecnico in fase di progettazione e si butta via tutto. La squadra deve funzionare al massimo, tutta insieme. Solo così si arriva dove siamo arrivati noi». Voglio bene al Drago come a un fratello più grande. Nessuno saprà mai tutto quello che mi ha raccontato, quanto ha voluto condividere con me di quegli anni straordinari. Perché in quei momenti ha parlato a un amico più giovane, non al giornalista. E questo è stato un regalo ancora più bello di quell’incredibile vittoria del 1972.

Ho ascoltato le parole di Piero Sodano, di Arnaldo Bernacchini, di Gianni Tonti. Persone semplici e straordinarie, capaci di portare a spasso la propria leggenda con la leggerezza di chi sa quello che ha fatto, e per questo non ha bisogno di raccontarlo in giro, di farlo pesare. Il tempo non è passato, per me siete sempre pronti a partire per il prossimo Rally. E peggio per gli avversari.

Le ultime righe sono un invito a due amici più giovani: Matteo e Manuel. Nell’ordine, come sulla fiancata della 14, Munari - Mannucci. Custodite con amore il ricordo dei vostri padri. Raccontate mille, e mille, e mille volte ancora ai vostri figli di quel meraviglioso Montecarlo. Di un’impresa straordinaria e delle altre che l’hanno seguita. Perché nessuno possa mai dimenticare. Noi, i tifosi, faremo lo stesso.

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