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Al San Gerardo tra i volontari del vaccino

L'ospedale di Monza con la Bicocca e il contributo di Takis e Rottapharm si prepara a sperimentare uno dei due preparati italiani al 100%

di Francesca Cerati

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Sperimentazione per il vaccino anti Covid-19

L'ospedale di Monza con la Bicocca e il contributo di Takis e Rottapharm si prepara a sperimentare uno dei due preparati italiani al 100%


4' di lettura

Viene definita orgogliosamente la “rete del sistema Monza”, ed è costituita dalla forte integrazione tra l’Ospedale San Gerardo di Monza e l’Università di Milano Bicocca. E ora, con il contributo di due aziende innovative - la laziale Takis e la brianzola Rottapharm - si prepara a sperimentare uno dei due vaccini italiani al 100% per cento.

«Non è un caso che la sperimentazione di fase 1 per testare il vaccino anti-Covid venga condotta nel centro di ricerca della Asst di Monza - sottolinea il direttore generale Mario Alparone -. Il nostro centro di Fase 1 è infatti uno dei pochissimi che può condurre test su volontari in Italia (sono 11 in totale, ndr) e uno dei tre centri che si trovano in un ospedale pubblico».

Un patrimonio di dati
Non solo. L’Asst di Monza è tra le aziende sanitarie che è stata in prima linea durante la fase acuta della pandemia, gestendo quasi 1800 pazienti Covid, con 600 ricoverati nel periodo di maggior picco, 100 dei quali in terapia intensiva. «Abbiamo accumulato un’esperienza clinica importante - riprende Alparone - e con lungimiranza abbiamo avviato uno dei più grandi studi di storia naturale della malattia, lo studio Storm, che ha raccolto e stoccato i sieri di oltre 600 pazienti». Un patrimonio di dati epidemiologici e clinici che ha permesso al team monzese di collaborare con importanti centri mondiali, tra cui i Nih statunitensi, che ha portato alla pubblicazione di quattro lavori internazionali. Certamente un ”tesoro” di informazioni da cui attingere anche in futuro.

Il vaccino a base di Dna
Ora, in collaborazione con l’Università Bicocca e altri due centri italiani, si sta avviando a sperimentare un vaccino molto innovativo a base di Dna (su 170 vaccini in fase di sviluppo nel mondo sono solo due a base di Dna) che non è mai stato impiegato prima d’ora. «C’è una notevole differenza tra vaccino a Rna e a Dna - spiega Marina Cazzaniga, direttore del Centro di ricerca di fase 1 della Asst di Monza -. Nel primo caso vengono iniettati frammenti inattivati del virus (Sars-CoV-2 è un virus a Rna, ndr) tramite un vettore, in genere un altro virus, che infettando le cellule introduce la frazione di Rna virale. Da qui, l’ospite inizia a produrre le proteine che servono per stimolare la risposta immunitaria. Un meccanismo comune alla maggior parte dei vaccini.

La squadra dell'ospedale San Gerardo di Monza che sperimenterà tra un mese il vaccino è guidata da Marina Cazzaniga (in primo piano), direttore del Centro di ricerca di fase 1 della Asst di Monza

La piattaforma tecnologica
Quelli a base di Dna sono invece vaccini un po’ più complessi da un punto di vista tecnologico, nel senso che viene ricreato in laboratorio il Dna ”fotocopia” dell’Rna virale, ma superata questa fase ci sono una serie di vantaggi. Innanzitutto non serve alcun vettore, perché il Dna virale iniettato direttamente nel muscolo produce direttamente le proteine, saltando di fatto un passaggio. In più, non usando alcun virus è più sicuro». Ma il vantaggio più importante è la possibilità di essere facilmente e rapidmente adattabile nel caso il virus dovesse mutare il suo codice genetico nel tempo. «Il Dna è una copia dell’Rna del virus - continua Cazzaniga - Se un giorno Sars-CoV-2 dovesse mutare basterà rifare una nuova copia, invece tutti gli altri vaccini hanno l’Rna virale incorporato. Esattamente come succede ogni anno con il virus dell’influenza, che mutando richiede un adattamento ogni inverno».

La piattaforma tecnologica del vaccino che verrà testato tra un mese, al massimo un mese e mezzo, a Monza si avvale anche della tecnica dell’elettroporazione. Si tratta di una metodica già nota soprattutto in campo oncologico. «Questa tecnica - spiega Cazzaniga - produce una piccola scossa elettrica che da un lato velocizza la penetrazione del Dna nelle cellule e dall’altro lo frammenta. Questo processo accelera la produzione di proteine e di conseguenza di anticorpi».

Il lato umano della ricerca
Ma a prescindere da quelli che saranno i risultati della fase 1 di questo innovativo vaccino, c’è già un dato positivo che riguarda la sperimentazione, ed è l’arruolamento dei volontari. «In poco più di un mese si sono già candidate 1023 persone (per la fase 1 ne bastano 80, ndr) - commenta Cazzaniga -, un numero impressionante se pensiamo che l’Italia non è famosa per gli studi su volontari sani. Sicuramente la pandemia ha scatenato dei meccanismi sociali, emozionali di collettività importanti». Ma per Marina Cazzaniga, che ha un passato da oncologa e che da 4 anni dirige il centro di ricerca monzese, è importantissimo instaurare anche un legame con le persone. «Ho scelto un approccio più personalizzato e diretto con le persone - ci dice -. Penso sia importante che i volontari vedano e conoscano le persone che gli inoculeranno il vaccino. Una scelta impegnativa perché siamo in due a eseguire lo screening, ma è giusto dare un riscontro a chi ha il coraggio di candidarsi».

Ma quali sono le motivazioni che spingono così tante persone a candidarsi? «A differenza di quanto si possa immaginare - riprende Cazzaniga - sono una minoranza coloro che hanno avuto un lutto in famiglia per Covid. La maggior parte dichiara di ”voler fare la propria parte”, di voler partecipare alla battaglia per tornare presto alla normalità, alla vita che conduceva prima».

E tra i 1023 candidati c’è anche il direttore generale Alparone. «Riguardo la mia scelta personale - ci racconta -, l’ ho fatta per una serie di ragioni: prima di tutto perché credo al team di lavoro, e ci metto la faccia per sottolineare la credibilità di quello che stiamo facendo; secondo credo nella scienza e, da ultimo, per il lavoro che faccio. Detto questo nel nostro ospedale la percentuale di contagi nel periodo acuto è stata bassissima, il 5% contro una media regionale dell’11 per cento.

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