IL CASO / 2

Al San Martino di Genova le monodosi anti-Covid

di Natascia Ronchetti

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(Adobe Stock)


2' di lettura

Durante la fase più difficile dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19 l’innovazione che permette il riconfezionamento dei farmaci in dosi unitarie è stata una delle armi con le quali alcuni ospedali hanno fatto fronte all’esigenza di garantire ai malati l’accesso alle terapie. Anche a quelle a base di idrossiclorochina (Plaquenil, prodotto dalla multinazionale francese Sanofi ), medicina per decenni utilizzata contro le patologie reumatiche e poi - fino alla sospensione decisa dall’Agenzia italiana del farmaco – anche contro il coronavirus.

Tecnicamente la riconversione in monodosi si chiama singolarizzazione. Ed è attraverso questo metodo che presidi ospedalieri come il policlinico universitario San Martino di Genova sono riusciti anche a rifornire le farmacie della Liguria, aggirando l’ostacolo della difficile reperibilità di questo farmaco sul mercato. «In una settimana abbiamo singolarizzato quasi 45mila compresse, supportando il territorio», dice Sabrina Beltramini, direttrice della farmacia ospedaliera del San Martino, che tra farmacisti, infermieri, tecnici e magazzinieri impiega 60 persone. Tutto grazie all’automazione e all’informatizzazione, in collaborazione con l’azienda emiliana Deenova. «Abbiamo un intero piano preposto alla singolarizzazione, per la preparazione di dosi unitarie in bustine dotate di un codice a barre per la completa tracciabilità», prosegue Beltramini. Una confezione di idrossiclorochina contiene infatti trenta compresse ma il trattamento standard inizialmente previsto dai medici ne prevedeva la somministrazione di sedici. Il riconfezionamento ha così permesso di evitare gli sprechi e di rifornire 590 farmacie liguri di fronte alla difficoltà di Sanofi di rispondere al rapido e massivo aumento della domanda. Scelta fatta dalla Regione, che si era assicurata un approvvigionamento per poi incaricare il policlinico di preparare le compresse in monodosi, per inviarlo successivamente al Centro unico regionale del farmaco, che aveva il compito di distribuirlo. «Abbiamo raggiunto, così, anche i pazienti a domicilio, pur riuscendo a mantenere anche tutta la produzione ospedaliera: un grande sforzo che ha impegnato tutto il personale», spiega Beltramini.

Uno sforzo che in molti ospedali ha riguardato anche gli antiretrovirali, generalmente utilizzati per le persone affette da HIV, ma usati anche, in alternativa, per i pazienti Covid. Il San Martino di Genova dispone di 1.300 posti letto. Sono passati tredici anni da quando è scattata l’operazione di informatizzazione della gestione dei farmaci. Anche qui, infatti, il percorso è tracciato, dalla prescrizione da parte del medico alla somministrazione che viene fatta da un infermiere, con 26 armadi automatizzati che erogano i medicinali in dosi unitarie. In qualsiasi momento il personale sanitario è in grado di sapere, per ogni singolo paziente, qual è la terapia adottata, quando è stata prescritta e quando viene somministrata: il sistema consente di confezionare e tracciare 6 mila monodosi al giorno. Una soluzione che si è rivelata efficace anche per gestire meglio l’uso di antibiotici e per ridurre il rischio clinico: l’ultimo studio interno ha mostrato che è sceso dall’8,3 all’1,5%.

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