A tu per tu

«Al servizio di una pace duratura per società più solide e inclusive»

L’Alto commissario Osce, Lamberto Zannier denuncia il rischio di tensioni «se non integreremo le minoranze». «Viviamo una svolta epocale e non saranno i muri a fermare chi fugge da guerre e fame»

di Maria Luisa Colledani


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6' di lettura

La valigia sempre in mano e per passaporto l’album Panini delle bandiere del mondo. Lamberto Zannier, 65 anni, friulano d’origine, Alto commissario per le minoranze nazionali dell’Osce, vive duecento giorni all’anno lontano dall’Aja, il quartier generale dove lavora, e dalla famiglia che, da famiglia di ambasciatore, è pulviscolare: la moglie, inglese, con il figlio sono a Vienna, la figlia frequenta l’università nel Regno Unito.

Incontriamo l’ambasciatore a Milano, in uno spazio con vista sulla galleria Vittorio Emanuele e sul melting pot di volti e voci che è l’abito delle città occidentali: «Viviamo anni scompaginati da guerre e da tensioni crescenti: il compito dell’Osce è quello di prevenire i focolai di crisi e di farlo con la forza della parola, il dialogo, il soft power. I conflitti non sono più interstatali - prosegue l’ambasciatore - ma nascono nelle nostre società a causa di tensioni politiche, etniche, culturali, religiose in cui le minoranze sono parte in causa. Spesso poi, le divisioni vengono alimentate da “sponsor” esterni che usano i conflitti per i propri fini». Nel migliore dei mondi possibili, l’opera dell’Alto commissariato entra in gioco prima di arrivare a queste scosse telluriche del vivere civile: «Per evitare le fratture nelle società ciò che cerchiamo di fare è rafforzare la coesione all’interno delle stesse perché società meglio integrate creano dal di dentro gli anticorpi contro crisi e conflitti: sono azioni fatte di raccomandazioni, incontri con i leader politici, programmi condivisi». Insomma, soft power. E la voce di Zannier nello spiegare come si muove fra cancellerie, capi di Stato e minoranze che scalpitano quasi sfuma un po’: lui, uomo di parole pacate e misurate, ambisce al risultato e sa bene, per esperienza, quanto il soft power riesca a far breccia e quanto poi serva l’azione per cercare quella sicurezza e quella cooperazione che sono il mandato principe dell’Osce nei 57 Paesi membri, dal Canada alla Federazione russa, attraversando tutta l’Europa.

Viaggia, incontra, conosce, ascolta, cerca punti d’incontro: le più recenti missioni lo hanno portato nei Paesi Baltici, in Ucraina, dove una forte minoranza ungherese usa bandiera e fuso orario di Budapest, nella zona centrale della Moldova, dove vive un gruppo turcofono che cerca spazi e diritti, e nel cuore dell’Eurasia, fra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan: «I conflitti degli anni 90 con la dissoluzione dell’ex Urss e dell’ex Jugoslavia ci hanno fatto cambiare approccio e avere grande attenzione per gli attriti interni agli Stati», in linea anche con quanto auspica l’attuale Segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, meno peacekeeping e più prevenzione. E, dunque, da dove iniziare questo lavorio? Zannier e il suo team - la consigliera personale Eleonora Lotti, e i colleghi Natacha Andonovski Carter, Bob Deen e Jelena Nikolic - cercano spesso la via delle scuole: «L’integrazione inizia dai bambini, sui banchi di scuola, per questo lavoriamo con i ministeri dell’Istruzione dei Paesi in cui intravvediamo focolai di crisi. Di recente, sono stato in Russia dove ho potuto apprezzare come, seguendo la tradizione sovietica, l’istruzione sia garantita in 23 lingue diverse, rispettando così la maggior parte delle nazionalità presenti nel Paese. Nonostante i nostri buoni propositi ed esempi positivi, non è sempre facile ottenere fondi perché la domanda più frequente che ci viene posta è: “Chi ci dice che se non avviamo i programmi raccomandati dall’Osce finiremo in guerra?”». E qui entra in gioco l’arte della diplomazia, del convincimento, l’esperienza di quarant’anni vissuti sul fronte del dialogo come capo del dipartimento Disarmo presso il Segretariato Nato a Bruxelles (1991-1997), come Rappresentante speciale del Segretario dell’Onu in Kosovo (2008-2011) e come Segretario generale dell’Osce (2011-2017).

I diplomatici sono così, funamboli in cerca di equilibrio con vista sul baratro della guerra: «In questi mesi, mi sto accorgendo che, oltre alle minoranze come noi siamo abituati a immaginare, ci sono parti di società che diventano minoranza: sono i migranti che arrivano nei Paesi europei ma non vengono riconosciuti come tali e questo è l’errore che non possiamo permetterci. Poi, le stesse minoranze non possono solo chiederci protezione, diritti, rispetto dell’identità, hanno l’obbligo di integrarsi, di non isolarsi, di familiarizzare con lingua e tradizioni del Paese dove vivono». Laddove questo non accade il terrorismo diventa ben più di un rischio e, certo, l’Osce non ha gli strumenti di intervento della Nato, ma agisce e lavora promuovendo diritti umani e libertà fondamentali.

Bisogna convincere, smussare, limare, trovare una via per farsi ascoltare. Zannier ricorda di aver imparato molto dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon: «L’ho incontrato la prima volta quando il mio nome era stato fatto come capo missione Onu per il Kosovo. Fu una chiacchierata rilassata, di parole chiare e partecipate: Ban Ki-moon ha il cuore al posto giusto e sa vedere in anticipo l’evolversi delle situazioni». Dopo quell’incontro, Zannier diventa Rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu in Kosovo e quella resta una delle sue esperienze più fulgide. Lo confessa lui stesso, con un briciolo di ritrosia molto friulana: «Vado fiero della missione in Kosovo. Fino al 2008 Belgrado e Pristina quasi non dialogavano, poi riuscii ad avviare i negoziati che hanno aperto la strada al processo di normalizzazione di cui Bruxelles si è fatta carico, anche se ora tutto pare rallentare di nuovo».

Fra carte bollate, viaggi e cene all’insegna dell’italianità, l’ambasciatore ha dentro un forte magone per l’Italia e l’Europa: «Nel nostro Paese, a parte la parentesi Monti, non sono mai state attuate serie politiche di contenimento del debito e, a rischiare, siamo noi cittadini. Temo molto anche per l’Europa. Le tensioni sono quotidiane e soprattutto non vedo all’orizzonte leader nazionali capaci e illuminati. In fondo, anche la grande fatica alla quale abbiamo assistito in questi giorni alla ricerca di una quadra sui nomi per i vertici della Ue testimonia che le frizioni permangono. Il populismo imperante può essere silenziato solo se i politici saranno in grado di spiegare il perché di politiche impopolari ma necessarie. I tempi contemporanei, fatti di cambiamento climatico e dell’arrivo di migliaia di persone, impongono scelte non gradite ai cittadini ma non più derogabili. Non serve costruire muri: stiamo assistendo a una svolta epocale e i muri non la fermeranno. Ci dovrebbe bastare la storia: i Romani davano la cittadinanza a chi abitava il limes, cercavano l’integrazione sempre. Perché non dovremmo farlo oggi?».

A proposito di Roma e Romani, Zannier sta rileggendo un grande classico, l’Annibale di Gianni Granzotto: «Quelle pagine dimostrano che la forza militare non è l’unico elemento da considerare. Annibale continuava a vincere battaglie sul campo, ma la repubblica romana riuscì a sopravvivere alla furia del condottiero cartaginese perché era solida, strutturata, unita». Questo ci ricorda quanto sia essenziale, oggi come allora, la coesione, architrave della convivenza: «Nei prossimi giorni saremo in Slovacchia per una riunione in cui il Paese, attuale presidente dell’Osce e cuscinetto fra Est e Ovest, riproporrà proprio il tema del dialogo quale arma per appianare le distanze».

Poi, Zannier, come sempre, tornerà all’Aja, quasi il centro del mondo della sua famiglia che si ritrova davvero unita solo in Italia per le vacanze, a Fiano Romano o a Clauzetto, il paesino, fra boschi e bellezza, da cui viene il diplomatico: «Sono i miei luoghi dell’animo, vi trascorro solo pochi giorni all’anno, ma di grande riposo: nella frenesia delle nostre vite bisogna prendere le distanze, fermarsi, dare il giusto peso al lavoro, agli affanni, a ciò che conta. A Clauzetto ho anche scritto l’accordo - poi firmato - per riallineare le capacità delle forze armate convenzionali dei Paesi europei, incluse Russia e Ucraina». E, quando torna all’Aja, Zannier mette in valigia qualche chilo di salsiccia: «Mi servono per il risotto alla friulana che preparo ai miei guys», e il buongustaio che è in lui sorride sornione. Sì, li chiama proprio così, i suoi guys, con i quali lavora quotidianamente e che delizia - a tavola si fa squadra - con vitello tonnato, parmigiana e un tiramisù che la collega Jelena definisce «irraggiungibile». E a tavola si parla anche di lavoro. Creare barriere non serve; la guerra, la fame, la paura fanno scavalcare qualsiasi muro con il rischio di avere nuove minoranze esplosive per la pace sociale: «Quel che serve - e questa è quasi una autocritica - è programmare e avere riscontro dei progetti attuati: non basta più pianificare, bisogna avere strumenti, indicatori che misurino l’effetto delle azioni intraprese». Solo così Zannier non si sentirà più ripetere quella domanda che un po’ lo ossessiona: «Chi ci dice che se non avviamo le raccomandazioni dell’Osce il nostro Paese sarà travolto dalla guerra?».

Non è la vertigine di un sogno troppo grande, è la speranza di un uomo che lavora per la pace: «A volte, guardando i 57 ulivi, come i 57 Paesi dell’Osce, che circondano la mia casa di Fiano Romano, penso proprio che questo sia il mio destino, servire la pace». Nella certezza che le minoranze sono come una matrioska. Ne scoperchi una, e un’altra, ma ce n’è sempre un’altra, ancora più piccola, ancora più ricca e preziosa. Perché diversità significa valore per tutti.

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