intervista

«Al Sud rischio flop per il 110% Occorre una corsia preferenziale»

Mara Carfagna. Il ministro per il Sud: per le Zes, nel Piano nazionale di rilancio un credito d’imposta rafforzato con il raddoppio del tetto a 100 milioni e l’estensione agli investimenti immobiliari

di Carmine Fotina

(LAPRESSE)

4' di lettura

I l ministro per il Sud Mara Carfagna ha il compito di smentire la tesi di un governo che rischia di essere sbilanciato verso il Nord. Difende il lavoro fatto sulle risorse del Pnrr, il Recovery plan, e preannuncia interventi per zone economiche speciali e superbonus del 110%.

Ha parlato del 40% di fondi al Mezzogiorno. Secondo alcuni amministratori locali troppo poco, considerato quanto hanno inciso i parametri del Sud sul riparto delle risorse tra i vari Paesi Ue.
Vorrei innanzitutto sottolineare che il 40% per la prima volta scardina il principio del rapporto con la popolazione residente, cioè il 34%, ed è il frutto di un lavoro di ricognizione, difesa e incremento della base lasciata dal precedente governo. Il piano prevede, sommando fondi nazionali, 222 miliardi di cui 191 finanziati con il Recovery fund. Esclusi circa 17 miliardi di spese relative a interventi delle Pa centrali non “territorializzabili”, la nostra stima condivisa con il Mef porta a circa 82 miliardi i fondi per il Mezzogiorno. Ed è comunque una quota che si dovrà elevare modificando alcune procedure che non consentono a enti ed imprese di concorrere ad armi pari con i loro omologhi del Centro-Nord.

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A che cosa pensa in particolare?
Ad esempio al superbonus del 110%, che vale 18 miliardi e 720 milioni a livello nazionale mentre l’analisi storica ci dice che al Sud è assorbibile solo il 9% quindi 1,7 miliardi. Dobbiamo evitare che il superbonus resti inaccessibile a milioni di cittadini e per farlo bisogna riformare gli iter procedimentali che possono incidere di più dove c’è una macchina amministrativa meno agile. Debolezza amministrativa degli uffici tecnici dei Comuni e confusione accumulata negli anni tra piani urbanistici e condoni: su questo stiamo lavorando anche con un focus specifico sulle Pa meridionali.

Al 40% contribuiscono anche 21 miliardi del Fondo sviluppo e coesione. Ma non si tratta di investimenti che sarebbero comunque stati fatti, quasi tutti, al Sud?
La sua domanda mi consente di fare chiarezza. Le risorse Fsc saranno solo anticipate nel Pnrr, ma via via che da Bruxelles arriveranno materialmente i fondi il Fsc verranno reintegrati, lo ha confermato il ministro Franco nel consiglio dei ministri di giovedì e lo specifica il Def. La vera questione su cui focalizzare l’attenzione è semmai l’effettivo utilizzo dell’Fsc negli anni scorsi: nei cassetti di Stato e Regioni giacciono progetti per circa 140 miliardi.

Intanto il Ragioniere generale dello Stato ha detto che per alcuni programmi di spesa “ordinaria” il 34% non è un criterio adatto . C’è il rischio che in questi casi la clausola resti sulla carta vanificando gli sforzi del Pnrr.
La sfida del riparto equilibrato delle risorse tra territori non va intesa misura per misura ma riguarda il quadro complessivo degli interventi. E deve essere rapportata agli obiettivi che si intende raggiungere, cioè la riduzione dei divari sociali, economici, occupazionali, ambientali. La quota può essere più alta del 34% dove gli obiettivi sono più sfidanti, in altri casi può esserlo meno.

Dal piano ci si attende anche azioni di riforma. Per il Mezzogiorno che cosa prevedete?
La prima riforma riguarda le Zone economiche speciali la cui partenza è stata zoppicante per la mancanza di una visione organica. La nostra proposta è pronta per l’esame del consiglio dei ministri. Prevediamo una reale semplificazione amministrativa, con un’autorizzazione unica rilasciata dai Commissari Zes ai quali la riforma assegnerà più poteri: saranno l’unico interlocutore degli investitori, presiederanno la Conferenza unica dei servizi e avranno una struttura di supporto propria. Vogliamo poi irrobustire il credito d’imposta con il raddoppio del tetto per gli investimenti da 50 a 100 milioni e l’estensione alle operazioni immobiliari. Rispetto alla precedente versione del piano, inoltre, inseriamo una linea da 600 milioni per le opere infrastrutturali connesse.

Tra Recovery, React-Eu, Fsc, fondi strutturali il Sole 24 Ore ha stimato una spesa di oltre 20 miliardi annui solo nei prossimi tre anni. C’è bisogno di procedure speciali anche per i fondi di coesione?
Più che a procedure speciali penso a procedure ordinarie più snelle. Si parla molto di una revisione del Codice degli appalti. Evitiamo di parlarne in termini ideologici come se riformarlo significasse favorire la corruzione. Facciamo piuttosto una valutazione puntuale di quello che è accaduto con il Codice a regime, correggiamo le storture e magari uniformiamo le norme italiane a quelle fissate a livello europeo che sono meno stringenti.

Il Sud rischia di pagare il prezzo più alto se ci sarà una «jobless recovery». Che cosa studiate per l’occupazione?
Intanto stiamo negoziando con la Commissione Ue l'estensione fino al 2029, come previsto dalla legge di bilancio, della fiscalità di vantaggio sul lavoro. Una misura che forse favorisce più le aziende che le tasche dei lavoratori ma in una fase in cui la difesa delle imprese è un obiettivo cruciale la decontribuzione è certamente utile e la difenderemo in sede europea. Ma non può essere l’unica misura e lavoriamo per favorire la patrimonializzazione delle imprese e il sostegno alla crescita dimensionale. Anche in questo modo si aiuta il sistema ad assumere. Ci stiamo confrontando con Mediocredito centrale e Cassa depositi e prestiti: si possono rendere ancora più efficaci strumenti che già sembrano stiano funzionando come i «basket bond». In vista della legge di bilancio, poi, studiamo una misura fiscale per facilitare assunzioni addizionali di lavoratori e soprattutto lavoratrici.

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