Interventi

Al sud servono investimenti, non sussidi

di Paolo Gualtieri

(alexandro900 - stock.adobe.com)

3' di lettura

La mancata ripresa del Sud rischia di compromettere la ripresa nazionale scriveva lo storico Rosario Romeo nel 1958. Questo ammonimento si potrebbe pronunciare nel 2020. Il quadro che è mostrato nella periodica pubblicazione della Banca d’Italia sulle Economie regionali (l’ultima è di novembre) dovrebbe far riflettere nuovamente sulla questione meridionale. Un’analisi di confronto del nostro Mezzogiorno con le altre regioni europee, con livelli di Pil pro capite simili all’inizio del millennio, segnala che tra il 2000 e il 2017 il nostro Sud è arretrato notevolmente rispetto alla media Ue passando dal 69 al 59 per cento. Il peggioramento è ascrivibile all’andamento sfavorevole della produttività, causato principalmente dalla inadeguata formazione del capitale umano, dalla bassa qualità della governance delle aziende e, naturalmente, da un contesto penalizzante per svolgere attività di impresa.

La ricchezza netta pro capite delle famiglie del Mezzogiorno era nel 2018 circa la metà di quella delle famiglie del Nord. Rilanciare le economie meridionali contribuirebbe non solo a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni di quelle aree, ma anche a innalzare il tasso di crescita di lungo periodo dell’intero Paese perché il Sud rappresenta un mercato di sbocco per le imprese che vale oltre tre volte quello delle esportazioni e che potrebbe aumentare la domanda pro capite di beni e servizi.

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I tassi di crescita di cui abbiamo bisogno, anche per rendere sostenibile l’enorme debito pubblico, possono essere ottenuti puntando a cambiare le condizioni del Mezzogiorno che, proprio per la sua arretratezza, ha margini di sviluppo maggiori rispetto alle altre aree. Tuttavia, per farlo, occorre, innanzitutto, modificare completamente l’approccio avuto dal dopoguerra guerra a oggi per affrontare la questione meridionale: è incontrovertibile il fallimento delle politiche di sostegno. Finora si è agito con finanziamenti agevolati e a fondo perduto alle imprese, con salvataggi di aziende senza prospettive, con assunzioni indiscriminate e inutili nella pubblica amministrazione, con sostegni al reddito. L’inefficacia di queste politiche è, a mio parere, dipesa dalla scarsa consapevolezza dell’importanza dell’etica del lavoro: il lavoro dà dignità perché è cooperazione con gli altri e riconoscimento di sé stessi e delle proprie capacità e quindi infonde fiducia. Creare lavoro inutile, erogare somme senza un effettivo controllo della qualità degli investimenti, elargire denaro senza concepire le condizioni e gli incentivi per trovare un’occupazione sono politiche in contrasto con l’etica del lavoro che danno benefici di brevissimo termine, ma che non riconoscono i valori del dovere verso la comunità, dell’onestà, del fare per gli altri e bene, del costruire per le nuove generazioni e quindi avviliscono la dignità dell’uomo e della donna e li spingono verso un egoistico individualismo.

C’è l’opportunità di cambiare, perché continuare con l’approccio sin qui adottato potrebbe portare a un ulteriore impoverimento del Paese che potrebbe minarne la stabilità e la coesione, anche nell’orizzonte abituale della politica. Nel Meridione si potrebbero creare delle ampie aree a tassazione agevolata per i redditi delle imprese e per i redditi di lavoro dipendente e lo Stato potrebbe utilizzare i fondi europei per compensare la perdita di gettito. In questo modo le imprese che vogliono profittare delle agevolazioni devono fare utili e creare lavoro e quanta più ricchezza e lavoro creano, tanti più benefici ottengono. Queste aree a tassazione agevolata, in Europa ne abbiamo di esempi, con mirate azioni di marketing da parte del Governo, potrebbero attrarre anche multinazionali estere la cui presenza contribuisce a una formazione internazionale del personale e ne accresce così le qualifiche.

Lo Stato dovrebbe investire molto nella formazione continua dei lavoratori e per far ciò dovrebbe avvalersi di quelle università italiane che hanno maggiore esperienza nella cosiddetta formazione permanente, cioè di coloro che sono in età adulta, le quali potrebbero sviluppare al Sud, anche in consorzio, dei progetti specifici. Infine, bisogna agire efficacemente sulle infrastrutture e sulla pubblica amministrazione: non sono compatibili con un progetto di sviluppo l’arretratezza dei trasporti ferroviari regionali, l’assenza dell’alta velocità e il ritardo tecnologico e organizzativo delle amministrazioni pubbliche del Sud, statali, regionali e comunali.

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