Consumi

Al supermercato è caccia ai prodotti con «zero residui»

Sempre più premiate negli acquisti le coltivazione di frutta e verdura che in etichetta riportano la riduzione di pesticidi e fitofarmaci

di Manuela Soressi

(Evgenia Tiplyashina - Fotolia)

3' di lettura

Chi fermerà la galoppata dei prodotti alimentari “free from”? Ormai quasi un prodotto su quattro venduto al supermercato presenta sulle confezioni un claim che richiama l’assenza di un ingrediente, di un additivo o di un nutriente. Un universo in continua evoluzione che tasta il polso dei consumatori e ne intercetta i bisogni, i desideri e, soprattutto, le paure. A queste ultime la pandemia ha fatto da catalizzatore e amplificatore. E così i valori emergenti nel mondo dei prodotti “senza” si stanno spostando dall’area nutrizionale a quella della sicurezza alimentare. Quel 33% di italiani che, secondo Nomisma, durante la pandemia ha comprato più frutta e verdura vuole mantenere questa buona abitudine, ma uno su quattro è preoccupato per i residui dei pesticidi usati per coltivarle, rivela Eurobarometro.

L’esposizione effettiva ai fitofarmaci

Timori eccessivi, visto che l’esposizione degli italiani ai fitofarmaci non arriva al 20% della quantità che si può assumere ogni giorno senza rischi per la salute (fonte Crea). Sarà, ma i consumatori si sentono comunque più sicuri nel comprare prodotti “puliti” perché dichiarati come privi di residui di pesticidi, e di glifosate in particolare: dai surgelati Bonduelle alle patate èVita di Romagnoli, dalla Pasta Armando ai mirtilli italiani di Sant’Orsola sono sempre più numerosi e visibili. Ad accomunarli è l’assenza di fitofarmaci di sintesi oltre il limite di rilevabilità analitica (il cosidetto “zero tecnico”), condizione sintetizzata nel claim “residuo zero”, che arriva dritto ed efficace al consumatore finale. Ad attestarne la veridicità sono certificazioni di organismi terzi, basate su disciplinari che si rifanno a standard privati, dove la soglia generalmente accettata è di 0,01 ppm (parti per milione, ndr).

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Alcuni prodotti sono nati con questa caratteristica, come AmorBimbi, la farina di grano tenero friulano creata da Molino Moras con il supporto dell’Istituto Superiore di Sanità, certificata zero pesticidi e glifosato e con l’80% di micotossine in meno rispetto al limite massimo fissato dalla Ue. Altri prodotti hanno raggiunto il residuo zero dopo aver adottato un sistema di gestione aziendale virtuoso e basato su pratiche agricole sostenibili, come i pomodori dell’azienda pugliese F.lli Lapietra per cui la certificazione del residuo zero ha richiesto cinque anni di lavoro nelle loro serre hi-tech dove coltivano ortaggi in idroponica.

Molto più numerosi i prodotti alimentari che sono da tempo al di sotto delle soglie minime di residui rilevabili in laboratorio (in particolare nel mondo ortofrutticolo, sostiene Legambiente) ma che hanno sempre preferito non comunicarlo. Finora, perlomeno. Ma adesso i tempi sono maturi per portare alla luce questa caratteristica, facendone un plus in termini di qualità, sicurezza e green attitude, come stanno facendo Coop ed Esselunga con le loro linee di private label green.

L’emergenza sanitaria accelera la ricerca di soluzioni eco-friendly

«L’emergenza sanitaria ha accelerato un processo già in atto di ricerca di soluzioni amiche dell’ambiente e di attenzione per la sostenibilità – spiega Paolo Simonelli, responsabile ortofrutta di Terre dell’Etruria, la più grande cooperativa agricola multifiliera toscana, con 3.500 imprese associate e 52 milioni di euro di fatturato e –. Su questa tendenza si inserisce il nostro progetto Zero Residui, che si basa su sostenibilità e sicurezza alimentare». Il primo “testimonial” di questo progetto sono i carciofi della varietà Terom venduti in Gdo con il brand Zero Residui: due milioni di pezzi annui, coltivati su 50 ettari, confezionati un packaging riciclabile e biodegradabile, e dotati di un QR code che ne illustra azienda e luogo di produzione, nonché i quantitativi coltivati. Stesso approccio per la Pasta Tosca, lanciata l’anno scorso e realizzata con grano toscano proveniente da terreni in cui non vengono usati prodotti contenenti glifosate, come si legge sull’etichetta.

Scelta opposta per Granoro che ha deciso di usare in comunicazione le certificazioni Pesticide Free e Glyfosate Free, appena ottenute per la sua pasta Dedicato, ma di non inserirle ancora sulle confezioni. «Siamo orgogliosi di questa certificazione che corona un percorso iniziato circa vent’anni fa – spiega il responsabile acquisti Giandomenico Marcone –. Siamo stati la prima azienda pastaria italiana a puntare sulla filiera corta e a sottoscrivere contratti con gli agricoltori del Tavoliere delle Puglie in cui ci impegnavamo a riconoscere un premio al grano duro di maggior qualità». Il progetto è poi proseguito coinvolgendo tutti gli attori della filiera, e nel 2012 ha consentito di presentare la pasta fatta al 100% da grano duro pugliese. Ma c’è voluto il dibattito sul glifosate per mettere il turbo al progetto e trasformare questa nicchia “estrema” in un tema mainstream.

Oggi la filiera Dedicato aggrega oltre 340 aziende agricole, per circa 20mila tonnellate di grano duro e circa 12mila tonnellate di pasta l'anno, a cui si affiancano altri prodotti 100% made in Puglia, come l'olio extravergine di oliva, i legumi e le conserve di pomodoro.

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