Interventi

Al turismo per ripartire servono politiche attive del lavoro

di Massimo Caputi

(WineDonuts - stock.adobe.com)

4' di lettura

Su questa testata a marzo e agosto 2020, fui una Cassandra, prevedendo la devastazione del sistema turistico italiano, dei lavoratori, delle imprese.

Purtroppo lo “stato di crisi” del turismo, che può essere utilizzato per un evento eccezionale ai sensi dell’art. 107, paragrafo 2, lettera b, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e che consente totale deroga sul montante di aiuti, non è stato richiesto dal governo italiano, commettendo – a mio avviso – un grave errore strategico.

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Oggi i margini di manovra sono ridottissimi e il cosiddetto Ristori 5, ultimo decreto di aiuto che dovrebbe essere varato nei prossimi giorni, è davvero l’ultima chance. L’enorme somma stanziata con un ulteriore sforamento di Bilancio, non va sperperata in azioni improduttive, come purtroppo talvolta è accaduto in questi mesi: senza fare qualunquismo spicciolo, il Paese non si può permettere di buttare 5 miliardi per il “piano cashless” o per riempire le città di pericolosi monopattini, mentre l’occupazione tendenziale sarà drammatica e le imprese turistiche rischiano di non rialzarsi più.

Va ricordato che il turismo, oltre essere mercato, genera domanda per molte filiere (alimentare, trasporti, comunicazioni, ecc.) e il suo peso reale sul Pil è molto maggiore del 14% di Pil assegnatogli dalle statistiche, ma non può essere trattato più come le altre filiere produttive. I percorsi “differenziati” tra manifattura e servizi sono ormai un obbligo e meraviglia che il sindacato non assuma una posizione chiara su questo punto.

Gli operatori di tutta la filiera turistica sono stremati, con alcuni cluster che sono a zero ricavi o quasi da un anno (eventi, terme, sci, alberghi business, ecc…) e invocano ristori , ma dato l’elevatissimo numero di aziende, i ristori si trasformano in piccole mance senza prospettiva e, purtroppo, data l’entità possibile, sono un’illusione.

Il governo quando elenca i benefici riconosciuti al turismo include nelle mirabolanti cifre le somme stanziate per la cassa integrazione e Fis nel turismo: ma questo è un dato assolutamente fuorviante, essendo un giusto sostegno generalizzato a favore dei lavoratori, ma non delle imprese turistiche.

Oggi, se si vuol fare qualcosa di serio, si deve puntare su pochi strumenti chiari che consentano di guardare avanti velocemente e le priorità oggi sono:

1 Varare immediatamente una nuova politica del lavoro per il turismo, ottimizzando il recente esperimento (positivo) del Fondo nuove competenze che va assolutamente potenziato, semplificato e reso coerente per il mondo del turismo; continuare a investire risorse enormi in cassa integrazione nel turismo, senza formazione e senza prospettive, umilia i lavoratori e penalizza le imprese. È sbagliato: le aziende devono essere aperte, fare formazione diretta, i lavoratori devono guadagnare competenze e cultura per prepararsi alle sfide del 2023, anno in cui si ritiene che si possa ripartire; oggi siamo tutti inadeguati, imprese e lavoratori . Sostenere che solo la cassa integrazione e (peggio) il reddito di cittadinanza siano gli unici strumenti di sostegno è ormai fuori da ogni logica razionale.

2 I finanziamenti a 6 anni previsti ex art.13 decreto Liquidità garantiti da Mcc, non potranno essere rimborsati dalle imprese del sistema turistico: vanno portati subito a 12 anni; il rischio concreto (ormai chiaro a tutti) è di trovarsi in tre anni una montagna di sofferenze bancarie con conseguenze terribili; non si capisce perché per il turismo questa misura non venga varata subito.

3 È necessario lanciare subito una misura di medio lungo periodo: il bond turismo a 20 anni a tasso ridotto, con garanzia dello Stato, che è l’unico strumento utile nel medio periodo; la copertura può avvenire dirottando le cospicue risorse ancora disponibili per i voucher turistici; se il bond viene strutturato bene e senza intenti speculativi, la garanzia dello Stato può consentire anche leva 10; ciò significa che con 1 miliardo di garanzia potremmo avere fino a 10 miliardi di bond: un vero strumento di rilancio. Bei, Cdp, Sace, Poste sono attori che possono lavorare su tale progetto che darebbe davvero una prospettiva agli investimenti del turismo .

4 Prevedere l’esonero contributivo per tre anni per il settore turistico che deve spettare a condizione che l’ammontare del fatturato 2020 sia inferiore al 50% di quello dello stesso periodo del 2019; è una misura di medio periodo, finanziariamente spalmata negli anni, il che la rende compatibile con le esigenze di cassa dello Stato, e che necessita della deroga ex art. 107 del Trattato.

5 Nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Recovery fund) il turismo non conta nulla. Mentre devono essere assegnate risorse dedicate unicamente al turismo, in misura sensibilmente superiore agli attuali 8 miliardi di euro in condivisione con la cultura; peraltro entrando nel dettaglio al turismo sono assegnate una minima parte degli 8 miliardi, ma – ancora peggio – con titoli già individuati e di nessun interesse per le imprese.

Considerato che il settore turistico (senza la cultura) produce 232 miliardi di euro e occupa 4 milioni di addetti, a fronte di un 14% di Pil, gli si dovrà riconoscere uno stanziamento proporzionato all’apporto fornito all’economia del Paese; e non vale la teoria di qualche ministro secondo cui «il Recovery Plan non può dare sussidi alle imprese»; giustissimo: noi non chiediamo sussidi, ma supporto concreto agli investimenti, come sta facendo la Spagna che per il rilancio del turismo ha stanziato 24 miliardi. Una parte destinati a forme evolute di turismo, come quello “sanitario”, che in Spagna sta rappresentando un nuovo driver di crescita; in Italia non se ne riesce a parlare eppure saremmo la destinazione ottimale per clima, competenze, cultura, attrattività.

In sintesi, ormai il prossimo “nuovo” Governo deve prendersi la responsabilità di capire che il sistema turistico italiano, e le filiere connesse, hanno necessità di guardare avanti traguardando il 2023 come anno di restart, ma con strumenti reali per le imprese e una politica del lavoro proattiva che freni la tragedia umana, sociale, lavorativa che i nostri lavoratori stanno vivendo e da cui, con gli attuali strumenti, non si vede l’uscita.

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