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Russia-Usa, i colloqui proseguono (ma Putin posiziona gli elicotteri)

Conclusa la prima parte dei negoziati con cui gli Stati Uniti sperano di scongiurare il rischio di un conflitto nel Donbass

di Antonella Scott

Aggiornato l’11 gennaio 2022, ore 7:38

Nuovo colloquio Biden-Putin, si cerca disgelo sull'Ucraina

6' di lettura

La Russia trasferisce elicotteri militari al confine con l’Ucraina: un possibile segnale che i piani per un attacco continuano nonostante i colloqui in Europa con Usa, Nato e Osce. Nel corso dei colloqui con gli Usa a Ginevra, la Russia non avrebbe dato risposta sulla richiesta di una de-escalation ai confini, ha rivelato una fonte diplomatica di Washington. Washington non deve «sottovalutare» il rischio di uno scontro, ha detto a sua volta un negoziatore russo, secondo il quale la Russia però ha detto che non ha «alcuna intenzione di attaccare l’Ucraina».

Hanno parlato per sette ore e mezza, e se l’obiettivo della giornata era chiarirsi a vicenda le rispettive posizioni e dare alla diplomazia l’opportunità di avvicinarle, alla conclusione dei colloqui di Ginevra tra russi e americani sulla questione ucraina e la sicurezza in Europa si potrebbe dire che la missione è stata compiuta. Riferendo separatamente alla stampa l’esito dei colloqui, sia il viceministro russo Sergej Rjabkov che il sottosegretario di Stato americano Wendy Sherman si sono detti pronti a proseguire sulla strada del dialogo. Ma intanto, nessuno sembra essersi mosso di un millimetro.

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«Abbiamo bisogno di fare progressi, la base per un accordo con gli Usa c’è», sintetizza il capo delegazione russo. La parte più difficile, però, incomincia subito: a Ginevra non è stato fatto alcun passo avanti concreto sul punto cruciale, la richiesta russa di escludere la partecipazione dell’Ucraina alla Nato. Più a loro agio in un confronto bilaterale diretto, i russi non nascondono di vedere negli americani i loro interlocutori preferiti. Ma quello tra Rjabkov e Sherman è stato solo il primo degli appuntamenti di questa settimana. L’agenda prevede di allargare il confronto alla Nato - il 12 gennaio a Bruxelles - e il giorno successivo all’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, organismo con sede a Vienna e di cui fanno parte anche la stessa Russia e l’Ucraina.

In questi formati a più voci le divergenze sui punti più complicati del confronto - sono destinate a esplodere. Del resto, Sherman ha già chiarito al proprio interlocutore che «gli Stati Uniti non permetteranno a nessuno di chiudere sbattendo la politica Nato sulla “porta aperta”».

Prova di forza in Donbass?

Il proseguimento del negoziato, ha detto Rjabkov, verrà deciso in base all’esito dei colloqui di Bruxelles e Vienna: solo allora si capirà se vale la pena continuare e saranno i Governi di Russia e Stati Uniti, ha anticipato Sherman, a discutere i passi successivi alla fine di questa settimana.

La posta in gioco è altissima. Dopo aver mobilitato ai confini dell’Ucraina forze che l’intelligence occidentale ha calcolato in 100.000 uomini, dicendosi allarmata dal potenziamento della forza militare ucraina e da quella che considera un’espansione strisciante e aggressiva della Nato verso i propri confini, a metà dicembre Mosca ha messo nero su bianco le proprie richieste. Lanciando allarmi sul rischio di «provocazioni» da parte di Kiev nel Donbass occupato dai separatisti filo-russi di Donetsk e Luhansk. Avvertimenti che gli Stati Uniti e l’Unione Europea leggono come una minaccia di invasione, o comunque di un colpo di mano nel Donbass a otto anni dall’annessione della Crimea alla Federazione Russa.

Tra le sue “linee rosse”, ribadite a Ginevra da Rjabkov, il Cremlino ha inserito la rinuncia da parte della NATO a ogni ulteriore avanzamento verso Est, ma soprattutto la conclusione di ogni attività dell’Alleanza Atlantica nei Paesi dell’Europa orientale: divenuti membri della NATO dopo il 1997, a dispetto - ripete Vladimir Putin - delle assicurazioni che ciò non sarebbe avvenuto.

«Che il buon senso prevalga»

«Ascolteremo il punto di vista e le preoccupazioni della Russia, e faremo presente le nostre», aveva anticipato in un tweet Wendy Sherman. Questo a Ginevra è stato fatto, e secondo Rjabkov gli americani hanno preso in considerazione le richieste russe con grande serietà. Ma se non ci saranno progressi sui temi che Mosca considera cruciali, ha avvertito il viceministro russo, l’intero dialogo potrebbe rivelarsi vano. Per il momento, agli avvertimenti americani sulla presenza di truppe ai confini con l’Ucraina, Rjabkov ha risposto che non gli Stati Uniti non devono temere un’escalation, e che la posizione russa è dura, ma non implica ultimatum. «Non stiamo minacciando nessuno», ha detto il viceministro russo aggiungendo però che non si deve neppure sottovalutare il rischio di uno scontro.

«I russi ci hanno detto che non intendono invadere l’Ucraina», ha confermato il capo della delegazione americana, aggiungendo che «un Paese non è autorizzato a cambiare i confini di un altro con la forza». Le garanzie scritte richieste da Mosca, e il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato è però il primo dei punti su cui Stati Uniti e Paesi europei non vedono possibilità di compromessi. Ma in seguito a due contatti telefonici tra Putin e il presidente americano Joe Biden, l’amministrazione americana ha confermato la disponibilità ad accettare la sfida: alzando così tanto la portata delle proprie richieste, Mosca ha reso difficile alla controparte un rifiuto che avrebbe chiuso definitivamente ogni possibilità di intesa, e aperto la strada a una nuova era di sanzioni. Si tratta di vedere se dal dialogo nasceranno possibilità che ora sembrano impossibili: non risolveremo tutte le questioni in una settimana, concorda il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ma possiamo trovare la strada per scongiurare un conflitto: «Concordare una serie di incontri, un percorso».

«Dovremmo tutti sperare per il meglio - spiega al Sole 24 Ore Andrej Kortunov, direttore del Consiglio russo per gli Affari internazionali (RIAC) -. È chiaro che tra le richieste di Putin ci sono questioni che non possono essere accolte a Bruxelles o a Washington. La domanda è: quali sono le “linee rosse” di Putin e di Biden? Saranno pronti ad accettare qualcosa di meno radicale di quanto è ora sul tavolo?». Per esempio, spiega Kortunov, si potrebbe pensare a misure che creino fiducia in Europa, o a una moratoria bilaterale tra Russia e Stati Uniti sul dispiegamento sul continente europeo di missili di ultima generazione a medio raggio.

Un fronte a cui il sottosegretario Sherman ha accennato, esponendo a sua volta l’esito del confronto con Rjabkov. Gli USA, ha detto, sono pronti a discutere la possibilità di limitare le dimensioni e gli obiettivi delle rispettive esercitazioni militari, e la dislocazione di alcuni dei sistemi missilistici a raggio intermedio oggetto del Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, sospeso nel 2019 per volontà degli Stati Uniti, ndr). Una delle conclusioni che già vede russi e americani in sintonia è la convinzione che una guerra nucleare non dovrà mai essere combattuta.

Mosca però non intende limitare l’agenda al disarmo. «Noi abbiamo mostrato flessibilità per 30 anni - aveva ripetuto nei giorni scorsi Rjabkov tornando sul tema dell’allargamento della Nato a Est -. Tocca ora ai nostri interlocutori essere flessibili. Se non possono farlo, dovranno far fronte a un aggravamento sul fronte della loro stessa sicurezza». Abbiamo bisogno di vedere la Nato fare un passo, la situazione richiede compromessi, ha concluso Rjabkov lunedì sera.

Per Kiev, la Russia «non è nella posizione di mettere condizioni», finché i suoi carri armati restano ammassati al confine ucraino. Lo ha chiarito il vicepremier Olga Stefanishyna: «Le richieste russe non possono essere considerate una posizione negoziale». Peraltro, l’Ucraina considera inaccettabile essere stata esclusa dalla trattativa: nei mesi scorsi Putin ha respinto sdegnosamente la richiesta di un contatto da parte di Volodymyr Zelenskiy, il presidente ucraino. Ma come ha chiarito Wendy Sherman alla conclusione dei colloqui di Ginevra, secondo gli Stati Uniti la diplomazia può fare progressi solo in uno scenario di de-escalation al confine ucraino: «La Russia dimostri che desidera far rientrare la tensione richiamando le truppe».

«Ancora non sappiamo fino a che punto Putin e Biden possono andare per tenere conto in qualche modo dei rispettivi vincoli - continua Andrej Kortunov -. E questo rende la situazione molto incerta. Io spero che entrambi i leader abbiano il buon senso di capire che ognuno di loro ha delle “linee rosse” che non può attraversare. Spero che questo possa aprire la strada a una qualche forma di dialogo futuro, ma sarà molto difficile. Penso che sarà una strada lunga, che ci saranno frustrazioni per entrambe le parti. Ma dobbiamo abbassare le aspettative e comunque iniziare da qualche parte, perché se non fai nulla la situazione non si risolve automaticamente».

Un avvertimento in Kazakhstan

«La Russia ha una decisione difficile da prendere, una decisione che solo il presidente Putin può decidere», ha concluso Sherman a Ginevra. Una strada già così lunga è ora resa ancora più impervia dalla situazione in Kazakhstan, una crisi esplosa improvvisamente proprio alla vigilia dei negoziati per l’Ucraina. Dopo l’intervento dei parà russi in risposta all’appello del presidente Kassym-Jomart Tokajev, Putin spera forse di poter dimostrare che di fronte a un nuovo focolaio in Asia Centrale, la sua presenza è cruciale per mantenere la stabilità.

Ma agli occhi dei suoi interlocutori americani ed europei, questa è un’ulteriore dimostrazione della volontà di Mosca di interferire in quello che chiama l’”estero vicino”: un atteggiamento che rende ancora più difficile immaginare un punto di incontro in Ucraina, dove i russi vorrebbero campo libero. «Le misure decise dalla CSTO - ha dichiarato lunedì Putin, facendo riferimento all’alleanza militare di cui fanno parte Russia e Kazakhstan insieme ad Armenia, Bielorussia, Kirghizstan e Tajikistan - mostrano chiaramente che non consentiremo scossoni e “rivoluzioni colorate”». Parole che, pronunciate proprio all’inizio dei colloqui di Ginevra, non sono state certo di buono auspicio.

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