COOPERAZIONE

Al via un progetto italiano per l’educazione alimentare di 20mila agricoltori della Tanzania

di Andrea Carli

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3' di lettura

Lo sviluppo economico delle aree più povere del pianeta passa anche dall’educazione alimentare delle persone. Nei prossimi cinque anni l’università Campus Bio-Medico di Roma realizzerà un progetto di cooperazione internazionale in Tanzania. Si occuperà dell’alfabetizzazione nutrizionale, di sviluppare tecniche agrarie e di dotare i 20mila abitanti dei dieci villaggi che gravitano attorno al monastero benedettino di Mvimwa - 100 chilometri dal lago Tanganica - delle tecnologie necessarie per rendere più efficienti la produzione, l’utilizzo e la conservazione degli alimenti.

È un progetto in cui la componente italiana è rilevante. Nei 5 anni la previsione è di una crescita graduale delle collaborazioni e delle presenze intorno al progetto, per cui in tutto si ipotizzano circa 500 persone coinvolte, provenienti dall’Italia. Quanto all’investimento economico, posto che il “grosso” del trasferimento sarà soprattutto di competenze e conoscenze e che la componente volontaria sarà presente nell’iniziativa, i costi per il trasferimento tecnologico e le spese generali «si aggireranno su qualche decina di migliaia di euro», spiegano dall’organizzazione.

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Al centro della ricerca le abitudini alimentari di 20mila persone in Tanzania
Grazie all’accordo sottoscritto oggi a Roma, l’università analizzerà in maniera scientifica le abitudini alimentari di queste persone. L’università romana sarà affiancata dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), dall’università di Parma, dall’associazione “Golfini Rossi” Onlus e due atenei africani, la Strathmore University (Kenya) e la St. Joseph University (Tanzania).

Le abitudini alimentari della popolazione locale
Il 77% delle persone che abitano in quella zona della Tanzania sono agricoltori e per il 60% vivono con meno di 2 dollari al giorno. La carenza di norme igieniche è quasi assoluta, tanto da conservare spesso i prodotti che mangiano sui pavimenti o all’esterno delle abitazioni, con i cibi che vengono preparati spesso tra fango e polvere. Tutta la popolazione consuma quantità eccessive di sale, anche per le procedure di conservazione degli alimenti usate. Solo l’8% dei monaci e il 29% dei contadini ha accesso a più di 2 litri di acqua al giorno, con l’80% degli studenti che ne consuma al massimo mezzo litro. Una difficoltà imposta dalla presenza appena 2 pozzi in ogni villaggio senza pompe di pescaggio e dell’assenza generalizzata di elettricità, attiva nel solo agglomerato di Kate. Rari sono carne, pesce e uova, sostituiti dai legumi, con un apporto calorico giornaliero che arriva a stento a mille calorie per i lavoratori e i contadini dei villaggi, rimanendo sotto le 1.500 calorie per gli studenti e appena sopra le 1.600 per i monaci.

Un laboratorio per definire gli standard nutrizionali della popolazione
Per i prossimi 5 anni, dunque, quest’area dell’Africa centro-orientale diventerà una specie di laboratorio sperimentale in cui, grazie alla collaborazione tra esperti africani e italiani, saranno indagati e ridefiniti gli standard nutrizionali della popolazione, proprio a partire da prodotti e abitudini alimentari tipiche del luogo. Verranno portati avanti progetti di “alfabetizzazione” nutrizionale, igienico-sanitaria e agraria, anche mediante l’utilizzo di mezzi di comunicazione come radio e web. «Già quest’anno - racconta Laura De Gara, presidente del corso di laurea in Scienze dell’alimentazione e della nutrizione umana presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma - grazie alla collaborazione di 12 studenti del nostro ateneo, abbiamo iniziato a valutare con test specifici fabbisogni e carenze nutrizionali della popolazione, definendo anche gli standard raggiungibili di qualità delle cucine e delle mense. Inoltre - continua De Gara - con il contributo del Crea, abbiamo testato l’efficacia dell’utilizzo di essiccatori a pannelli solari per offrire agli abitanti una miglior conservazione del cibo e abbiamo valutato la qualità dei terreni coltivabili».

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