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Al via la rivoluzione Psd2: le banche pronte a condividere i dati dei conti

Dal 14 settembre gli istituti dovranno fornire i numeri legati al conto corrente dei clienti che hanno dato l’autorizzazione

di Pierangelo Soldavini


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(Adobe Stock)

4' di lettura

Tra qualche settimana le banche manderanno una lettera a tutti i clienti, una di quelle che di solito si guardano con insofferenza e alla fine non si

leggono nemmeno. Il messaggio sarà replicato con ogni probabilità via mail, app e sito web, ma l’obiettivo è uno solo: chiedere il consenso dell’utente a condividere con altri soggetti i dati legati al conto corrente, finora gelosamente custoditi (e spesso dimenticati) all’interno dei server degli istituti. Nulla di cui preoccuparsi: nessuno vuole mettere le mani sui nostri soldi, come si potrebbe temere a prima vista, ma più semplicemente utilizzare quei dati per creare nuovi servizi e ampliare l’offerta, con modalità che vanno potenzialmente ben oltre le mere proposte commerciali cui siamo abituati online. Si tratta di offrire servizi finanziari innovativi, non più standardizzati e nati per rispondere alle esigenze dei singoli, persone o aziende che siano.

Con quel piccolo passo scatta, il prossimo 14 settembre, la nuova fase della Psd2, la direttiva comunitaria sui servizi di pagamento destinata a rivoluzionare l’intero comparto finanziario rendendolo più flessibile

ed efficiente, di fatto aprendo le porte a soggetti nuovi, dalle fintech, piccole ma agili, alle “techfin”, i colossi hi-tech che si chiamano Google, Facebook, Amazon, Apple che già più di un piede in questo mondo l’hanno messo. Da quel giorno le banche saranno obbligate, sempre che gli utenti abbiano dato l’autorizzazione di cui sopra, a fornire i dati relativi ai singoli conti, quel valore che finora le banche hanno sottoutilizzato e che invece altri soggetti sanno sfruttare molto meglio per profilare le esigenze dei singoli utenti. «La Psd2 rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma – commenta Mauro Macchi, responsabile Financial Services di Accenture Italia -, aprendo l’era dell’open banking, un nuovo modo di organizzare i propri modelli di business, i servizi e di competere sul mercato. Una grossa opportunità anche per le banche italiane che potranno arricchire la propria offerta senza dover necessariamente sviluppare “in house” ogni nuovo prodotto o servizio, ma piuttosto valorizzando soluzioni di terze parti che potranno garantire una customer experience differenziante, una maggiore velocità di attivazione e investimenti più contenuti».

La fine dello sportello

La banca universale a cui siamo abituati, fisica o digitale che sia, è

destinata quindi a trasformarsi in una banca-piattaforma che integra i servizi più innovativi ed efficienti per soddisfare le esigenze degli utenti prendendoli da altri soggetti. Lo potranno fare attraverso le Api, i programmi che permettono di far comunicare sistemi diversi, modello “plug and play”, in maniera semplice e rapida. «Per vedere dei risultati concreti ci vorrà tempo: la strada è lunga e c’è bisogno di cambiare la cultura, in particolare del dato quantitativo», avverte Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio Fintech del Politecnico di Milano: «Per i clienti è un problema di informazione e di consapevolezza del nuovo mondo. Per le banche è una vera sfida: un conto è sviluppare i sistemi informativi e adeguarsi dal punto di vista regolamentare, ben diverso è trasformare questa in un’opportunità di business che porti a sviluppare nuovi servizi e a contribuire a migliorare la marginalità. La partita si giocherà su questo aspetto».

Ma la sostanza alla fine non cambia. «Di fatto è la fine del concetto di sportello bancario – sintetizza Carlo Alberto Carnevale-Maffè, professore di strategia alla Sda Bocconi -: la banca perde definitivamente l’ultimo bastione dove si rapporta con il cliente, quell’atto che racchiude il vero valore relazionale, anche nella versione virtuale che di solito è una copia di quella reale. Ora nascono altri soggetti che si impadroniscono di quel rapporto. La banca viene smontata in moduli funzionali che si ricostruiscono in una sorta di “unbundling” che darà vita a un nuovo banking pervasivo e invisibile». Che alla fine non sarà più dentro la banca...

Servizi su misura (anche per i piccoli)

«È una vera rivoluzione per il settore e per questo il nostro mantra è che va affrontata con un approccio attivo e non meramente passivo», sostiene Giulio Rattone, head of platform di Fabrick, piattaforma di open banking. In tempi relativamente brevi, per esempio, l’apertura dei conti correnti e, in prospettiva, dei conti titoli permetterà lo sviluppo di motori di comparazione anche su questi servizi, facendo luce in maniera semplice ed efficace, sulle spese e sulle commissioni, anche quelle meno chiare, migliorando la concorrenza. Allo stesso tempo si possono immaginare applicazioni di carattere più comportamentale che funzionino da “trainer” personali dal punto di vista finanziario. Più immediate sembrano essere le soluzioni di gestione della finanza personale integrando e categorizzando entrate e uscite anche su più conti.

Questo può valere anche, e forse ancora di più, per le aziende, soprattutto per le piccole e medie che non sempre brillano per capacità di programmazione finanziaria e che finora non sono state al centro delle cure del mondo bancario. In questo nuovo scenario diventa semplice integrare servizi più sofisticati che sappiano gestire questo aspetto in maniera più efficiente. Non è un caso che uno dei comparti di maggior attenzione in ambito fintech sia il “light banking”, quel servizio finalizzato a professionisti e microimprese che offre servizi bancari di base – conto, carte di credito, bonifici e poco altro – in formule modulari con costi fissi e ben chiari. Senza dimenticare le potenzialità in relazione all’auditing e al rating del merito di credito: «L’accesso di terze parti autorizzate ai dati del conto corrente consente di fare scoring sul credito in maniera più diretta ed efficace, con nuove prospettive positive sui modelli di smart lending, la concessione di credito istantanea che sta registrando un grande sviluppo», spiega Rattone.

«Nel breve periodo – prosegue Giorgino - è forse più un’occasione per il fintech che ha l’opportunità di scalare più facilmente, ma le banche che sapranno agire in maniera proattiva avranno l’occasione per migliorare il loro posizionamento sul mercato e la loro redditività». D’altra parte l’intero comparto è in rapida trasformazione verso un ecosistema complesso e caratterizzato da grande fluidità: una ricerca Accenture evidenzia che nei servizi finanziari in Europa un operatore su cinque ha meno di cinque anni di vita, comprendendo sia fintech che Big tech. «A livello europeo – aggiunge Macchi – si stima un possibile spostamento di ricavi fino al 10% a favore di quei player che per primi sapranno comprendere, interpretare e valorizzare al meglio l’evoluzione e le opportunità offerte dall’open banking». Ma la posta in gioco potrebbe essere ben più grande.

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