Addio al grande creativo israeliano

Alber Elbaz: ovunque ci sia qualcuno che amo, sarà sempre la mia casa

Uno strabiliante impasto di entusiasmo e intelligenza: se ne va uno dei creativi più geniali e innovativi della moda. Lo ricordiamo nella sua ultima, emozionata intervista nella sua lingua madre.

di Elena Loewenthal

Alber Elbaz con Elena Loewenthal

5' di lettura

Lutto nel mondo della moda: se ne va una delle anime belle della creatività nella sua espressione più spontanea, umana, divertita, innovativa, profonda. Ci piace ricordarlo con questo commosso dialogo, nella sua lingua madre, insieme ad Elena Loewenthal.

«I miei luoghi del cuore?». Alber Elbaz accarezza per un attimo il farfallino rosa che chiude sul collo la camicia bianca leggera, quasi di garza, poi piega appena il collo verso destra e accenna uno di quei suoi sorrisi dolcissimi, eppure stemperati di un'ironia benevola. È fatto proprio così, di uno strabiliante impasto di gentilezza, entusiasmo e intelligenza. «La risposta», continua dopo una breve pausa, «è che non mi cambia dove sono. Conta molto di più con chi sono. Puoi essere in cielo con persone a cui non vuoi bene, e tutto diventa un inferno. Per me casa è là dove sono con chi amo». Di case, questo guru della moda con cui è davvero facile fare amicizia, sentire un'intimità così cordiale che, invece di fargli domande per l'intervista, viene quasi l'impulso di raccontargli le proprie confidenze, ne ha già vissute tante.

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Nato nel 1961 a Casablanca, Marocco, ha trascorso i primi mesi a Tangeri, a otto mesi è emigrato con la famiglia in Israele. Ha vissuto molti anni a Holon, una cittadina sul mare a sud di Tel Aviv. Dopo gli studi allo Shenkar College, l'università della moda in Israele, Alber Elbaz ha spiccato il volo. «Ora gran parte della mia famiglia è a New York. La vita è fatta anche di movimento, no?». Il suo ebraico ha una cantilena amabile, mai monotona. «Sai quanto tempo è che non faccio un'intervista nella mia lingua madre? Ne sono contento!», e le parole scivolano via quasi sottovoce, con, chissà, forse anche un'ombra di nostalgia.

E lui racconta, racconta. «Viviamo nell'epoca del visuale. Forse persino troppo visuale. Amiamo il visuale. Ma il visuale entra nel cervello e passa subito altrove. Io credo nel racconto. Nella narrazione. Nella favola. Dopodomani andrò all'opera a vedere La Cenerentola di Rossini! E anche per questa collezione Tod's ho pensato a una storia. Anzi a sei storie diverse». Qualcuno lo chiama: «Alber! Si gira!».

Happy Moments è il titolo delle sei storie che questo genio creativo ha pensato per costruirvi intorno le sue scarpe, i suoi accessori. In ognuna di queste divertenti narrazioni lui è un cameo. Anzi, un attore nato. Entra sulla scena e non ce n'è più per nessuno. Pochi minuti dopo torna alla sedia per farsi ascoltare, mentre tutto il set ha ancora un sorriso spalmato in faccia: Alber Elbaz ha quel dono speciale di far divertire, divertendosi. «Lavorare con Diego Della Valle è stato straordinario», spiega. «Abbiamo trovato subito un'intesa. È speciale, saggio e ha sense of humour. Abbiamo le stesse curiosità. Io, per questa collezione, sono partito dalla fabbrica. La fabbrica è muri e anime. La moda è ormai, quasi soltanto, comunicazione. Io ho voluto innanzitutto tornare indietro, al know-how».

Quando dice “tornare indietro” Alber Elbaz usa un'espressione ebraica che ha un che di mistico, quasi religioso. «Tornare proprio alla mano dell'artigiano. Nella moda si parla molto di platform. Platform è scarpe, ma anche tutto il resto. Io ho voluto tornare al saper fare. È stata una bellissima esperienza, entrare nella fabbrica, nel laboratorio». Alber Elbaz torna, con questa collezione per Tod's, anche alla ribalta della moda, dopo qualche anno di tranquillità e di riflessione. È felice, davvero. Delle scarpe che i modelli non professionisti indossano per i videoclip, del modo in cui le indossano, le fanno ballare.

È felice della vita, delle amicizie, delle storie che racconta e di quelle che ha ancora da raccontare.«La felicità è il leitmotiv di questa collezione. Happy to be free, Happy I'm not late, Happy to dance... Felici anche di sposarsi senza piedi dolenti, stretti in calzature che sono una prigione». I suoi sposini, infatti, festeggiano beati il giorno del sì armati di scarpe comode, allegre, sorprendenti. Il segreto c'è, eccome. «Viviamo una bulimia di sneakers. Ma le sneakers non vanno sempre con tutto. E così si crea una specie di cortocircuito fra comfort e look. Io volevo comfort e rapidity. Nell'era attuale, le scarpe sono, devono essere, anche delle vetture, delle automobili del futuro. Comode, pratiche, belle. Così, ho provato a prendere il prodotto e cambiarlo. Mantenere l'anima della scarpa, ma cambiarle la suola...». (Per questa frase Alber Elbaz passa dall'ebraico all'inglese e gioca sull'intraducibile assonanza soul-sole. E sorride).

«Si tratta, insomma, di fare un twist nella trama della storia. La felicità è anche essere una famiglia, magari non tradizionale. La felicità è arrivare in ufficio puntuali e saltare di gioia. Viviamo in un mondo di libertà. Dovremmo vivere così, se non altro. Happy to be free è, forse, delle sei che abbiamo costruito, la storia che mi piace di più. Da sempre sento la libertà di sognare, di creare, di fare. Per questa collezione, d'accordo con Diego Della Valle, ho voluto provare nuovi materiali, innestare il neoprene e l'ecopelle nell'eleganza (come i mocassini in tessuto scuba, 450 euro, ndr), usare le suole delle sneakers su tomaie imprevedibili. E raccontare». Sì, raccontare. Come nell'episodio Happy Birthday, in cui una nonnina festeggia tristemente da sola, prima che la nipote le mandi un paio di magnifiche ballerine con le suole da sneakers (490 euro). «Ho cercato sempre una dimensione multigenerazionale nelle storie e per le mie scarpe. Il mondo è bello, perché è vario. La bambina che racconta Happy to be free è mezza cinese e mezza italiana. Giovani e meno giovani, generi diversi, colori diversi. Di questo è fatta la felicità! Perché la moda non è solo Instagram. È anche, prima ancora, una risposta di soluzioni a dei bisogni veri. Il design, nella moda, deve essere multitasking. Proprio come la mamma».

C'è una passione pacata, in Alber Elbaz, che incanta proprio. E non c'è neppure bisogno di porgli le domande, perché racconta tutto lui, con garbo, coerenza, con ironia. «Credo che nella moda, così come in ogni campo, sia necessario cambiare senza cambiare. O meglio, evolversi rispettando la tradizione, mantenerla proprio in un cambiamento che non sia drastico, distruttivo. Credo nell'empatia, nella vicinanza fra le persone. Quel poco che sto nel mio paese, Israele, mi piace guardare una serie tv ambientata nel grande ospedale Ichilov. Una scena mi ha colpito molto, un giorno: un vecchio malato burbero, intrattabile, stufo della vita. Che ha bisogno di una cosa sola, per riconquistare un po' di fiducia nel mondo: la mano tiepida di un'infermiera, sulla sua avvizzita. Dare la mano: quanta umanità c'era in quel gesto. Ne abbiamo tutti bisogno».

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