A 60 anni dalla morte

Albert Camus, fedele al bello e agli oppressi

Il 4 gennaio di sessant’anni fa moriva il grande scrittore che nella sua opera ha sempre puntato a conseguire due obiettivi non separabili: la ricerca del bello e del giusto

di Goffredo Fofi

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(Afp)

Il 4 gennaio di sessant’anni fa moriva il grande scrittore che nella sua opera ha sempre puntato a conseguire due obiettivi non separabili: la ricerca del bello e del giusto


4' di lettura

Il 4 gennaio di sessant’anni fa moriva in un incidente automobilistico Albert Camus. Su quell’incidente sono state avanzate anche ipotesi terroristiche (sarebbe stato provocato da una manipolazione dell’auto da parte di agenti del Kgb in seguito ai suoi attacchi ad alti personaggi della nomenklatura sovietica; l’ipotesi è stata ripresa recentemente da più parti, ma non sembra plausibile, per quel che oggi è possibile appurare).

Nel suo diario, inedito in Italia, Raymond Queneau ricorda il dolore della sua donna di servizio alla notizia di quella morte, e ci è facile collegarlo alla giovane età di Camus e alla sua origine proletaria. Il più giovane premiato dal Nobel per la letteratura era amato anche dai non intellettuali, ché anzi gli intellettuali avevano sempre avuto qualcosa da ridire su di lui e sulle sue opere, in particolare quelli di destra e quelli comunisti. Il dissidio con Sartre ebbe origine proprio dalle loro diverse opinioni sul comunismo e sull’esperienza sovietica, non solo da quelle sulla guerra d’Algeria, che vide Sartre e Jeanson più vicini al FLN di quanto non lo fosse Camus, cosciente d’esser figlio di un giovane colono francese, morto in patria sul fronte della prima guerra mondiale, e di una colona spagnola.

Sulla madre di Camus Jean Grenier, autore di belle e affettuose memorie sull’amico scrittore (Albert Camus. Ricordi, Mesogea 2004) ricorda un episodio che mi sembra illuminante. Dopo il Nobel, un 14 luglio in una piazza parigina piena di tavolate festanti, Grenier è con Camus. che è accompagnato dalla madre giunta da poco dall’Algeria, una donna che passava per ritardata perché era quasi del tutto sorda. Camus grida alla madre che è stato invitato al ricevimento all’Eliseo dal presidente della Repubblica e le chiede se deve andare o no. La risposta è no: «Ce n’est pas pour nous, mon fils». E Camus può dire orgogliosamente a Grenier: «lo vedi che madre ho!».

Dal Primo uomo, il capolavoro la cui stesura fu interrotta dalla morte dell’autore, una sorta di romanzo autobiografico sulla propria infanzia e formazione, si può apprendere quali furono le condizioni di vita della famiglia del piccolo Albert. Fu grazie alla fiducia di un insegnante che insistette sul capo della famiglia Camus, la nonna materna i cui tre figli tutti lavoravano, che il piccolo Albert poté continuare a studiare invece che andare anche lui a lavorare (fu a lui che Camus dedicò il suo Nobel), e colpisce a ritroso un confronto su cui non mi pare si sia molto insistito, tra i ricordi d’infanzia di Camus e quello, in Le parole, di Jean-Paul Sartre (Il saggiatore 1963), in un libro che è peraltro tra i più belli che egli abbia scritto: per il proletario Camus la cultura fu una dura conquista, per il borghese Sartre un privilegio di nascita. Di questa appartenenza e distanza, Camus ebbe una coscienza ben chiara – come, seguendo Grenier, l’aveva chiara sua madre.

La frase di Camus, non citata quanto merita, secondo cui «c’è la bellezza e ci sono gli oppressi. E per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele ad entrambi», definisce i due poli della sua opera, che rifiutano una oggettività “borghese” e indicano due ideali, due obiettivi non separabili nella sua opera, quelli della ricerca del bello e del giusto, e in definitiva del vero. La sua attualità sta nell’aver voluto agire insieme sui due fronti, e mi sembra sia questo a scoraggiare di più gli intellettuali di oggi, molto attenti al proprio pensiero, originale o meno che sia e perlopiù derivato, non nato dall’esperienza. Essi appaiono ben poco attenti alla concreta difesa e ricerca della bellezza (nella vita, non solo nelle arti e nei pensieri) e tanto meno a schierarsi dalla parte degli oppressi, ad agire con loro e per loro (con una insensata paralisi dell’azione).

Alla minuziosa e appassionante biografia di Camus scritta da Olivier Todd (Albert Camus. Una vita, Bompiani 1997) il lettore odierno dovrebbe aggiungere, insieme alla rilettura delle opere più “politiche” di Camus a cominciare da La peste e L’uomo in rivolta, anche le molte raccolte di interventi occasionali, spesso di commento all’attualità, edite sia da Bompiani che da editori più appartati e di scelte più definite come Eleuthera, che antologizzano gli interventi di Camus legati più direttamente alla cronaca politica. Mi permetto di ricordare anche il volume di interventi e foto edito da Contrasto (Stranieri. Albert Camus e il nostro tempo, a cura mia e di Vittorio Giacopini, 2012) poco prima dell’anniversario della nascita dello scrittore (1913). Quell’anniversario fu impressionante per la quantità di iniziative che gli vennero dedicate un po’ dovunque e in particolare in Francia, talvolta anche ambigue nel loro eccesso, come di un pensatore e artista super partes, assurto nell’olimpo dei “padri della patria”, come per renderlo innocuo proprio con questo trionfo.

È accaduto lo stesso per altri grandi del suo tempo, per esempio per George Orwell – e si fa questo nome non a caso, perché molte sono le affinità tra questi due modelli di intellettuali, militanti della causa della bellezza come di quella degli oppressi. Entrambi ebbero stretti rapporti con due intellettuali italiani quali Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte (la corrispondenza tra Camus e Chiaromone tra il 1945 e il 1959 è da poco disponibile presso Gallimard, e si spera di vederla presto nella nostra lingua), mentre non furono amati da quelli di area comunista. Mi stupì e mi entusiasmò a suo tempo la lettura del Diario di uno scrutatore, il lavoro più “caldo” di Italo Calvino, che non era stato tenero verso Orwell e, mi pare, neanche nei confronti di Camus. Conoscevo Calvino (facevo bozze per l’Einaudi) e gli espressi la mia ammirazione proprio e soprattutto per quel libro, che mi era sembrato, gli dissi, “camusiano”. Mi rispose col suo ambiguo sorriso, ma aggiungendo che sì, «forse avevo ragione».

Di Orwell e di Camus siamo stati, tanti di noi, fortunatamente contemporanei, e sarà bene continuare a esserlo.

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