Verso le amministrative

Albertini dice no alla candidatura a Milano (ma parteciperà alla campagna elettorale)

Pubblicata sul suo sito la lettera in cui spiega il rifiuto per ragioni personali. Per i sondaggi era il nome più forte per il centrodestra. La somiglianza con Sala.

di Sara Monaci

(Imagoeconomica)

4' di lettura

Alla fine Gabriele Albertini ha detto no alla candidatura per il centrodestra alle amministrative di Milano. La risposta era sostanzialmente attesa nel capoluogo lombardo, mentre invece a Roma tutti continuavano a fare il tifo per il si. Da qui ne è derivata una comunicazione dietro le quinte alquanto bizzara: al Nord gran parte degli interlocutori politici davano per scontato un suo rifiuto, nella Capitale tutti pensavano che alla fine avrebbe accettato.

Tant’è. Come lui stesso ha spiegato nella sua lettera - pubblicata oggi 15 maggio perché anniversario del suo primo insediamento da sindaco nell’ormai lontano 1997 - le ragioni personali prevalgono su quelle politiche. «Purtroppo devo comunicare che per un insieme di ragioni personali non posso accettare questa generosa opportunità offerta».

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Nelle ultime settimane si erano rincorse voci sul fatto che potesse ripensarci e tentare ancora la scalata a Palazzo Marino, e che la sua freddezza, dopo i primi avvicinamenti con il leader della Lega Matteo Salvini, dipendesse dal fatto che altri leader (Giorgia Meloni da una parte; Silvio Berlusconi dall’altra, secondo alcuni ancora rancoroso per la sua uscita da Forza Italia anni fa) non gli avessero subito steso un tappeto rosso.

Del resto, i sondaggi lo davano in effetti come il candidato più gradito per la coalizione. Non è un caso che Giorgia Meloni nei giorni scorsi abbia ribadito il suo apprezzamento per Albertini, sottolineando di volerci parlare - e poi di essere riuscita a parlarci per esprimere il suo sostegno ad una eventuale candidatura.

Ma evidentemente le ragioni “interne”, come le ha definite Albertini, sono prevalse su quelle esterne. E poi c’è anche da dire che, sebbene i milanesi abbiano una buona memoria dei suoi mandati da primo cittadino, durati dal 1997 fino al 2006, alla prossime amministrative la vittoria non ce l’avrebbe avuta comunque in tasca, ma avrebbe dovuto affrontare una campagna elettorale con il coltello fra i denti contro Giuseppe Sala, sostenuto dal centrosinistra per la seconda volta.

Sarebbe stato interessante vedere un duello tra Sala e Albertini. E il motivo è la loro somiglianza, più che la loro diversità. Somiglianza che peraltro loro stessi hanno sottolineato con parole di stima reciproca, pur non senza ironia.

Poche settimane fa Sala aveva detto di stimare il suo precedecessore, proprio nel giorno in cui ha presentanto la sua lista personale. E Albertini ha risposto che Sala lo avrebbe voluto come vicesindaco, salvo poi spiegare che era un modo di dire per sottolineare le sua ampie vedute, la capacità di essere inclusivo anche con chi non lo avrebbe votato. Spiegazione doverosa, visto che Sala gli aveva suggerito di votare per lui (firmandosi «mancato vicesindaco»).

La continuità di vedute dei due uomini, capaci di parlare molto più ad un centro moderato che non alle frange estreme di una o dell’altra parte, è visibile nei fatti. Albertini ha iniziato a Milano quella stagione di riqualificazione urbana che nel decenni successivi ha portato alla creazione di nuovi quartieri moderni, apprezzati dai cittadini; Sala sta proseguendo in questa direzione, pur avendo spostato la sua attenzione verso le periferie (care, un tempo, agli elettori di sinistra, ma che negli ultimi anni hanno talvolta ceduto il passo alla Lega).

Albertini è sempre stato un convinto europeista (ed è stato europarlamentare dal 2004 al 2013), così come Sala, che soprattutto dopo l’Expo ha accentuato la sua vocazione internazionale. Sala arriva dal mondo delle grandi imprese pubbliche (manager di Telecom), Albertini ha ricoperto numerose cariche in Confindustria e Assolombarda.

Entrambi hanno superato qualche problema con la giustizia. Albertini ha affrontato, uscendone, il processo sui derivati sottoscritti da Palazzo Marino con quattro banche straniere; Sala è stato condannato per un abuso d’ufficio commesso ai tempi in cui era commissario dell’Expo. E tuttavia nei loro curriculum sono eventi che appaiono come nei, potendo esibire risultati più significativi.

Di Sala a tratti si è parlato come di una possibile riserva della Repubblica, nel caso di qualche fine anticipata di governo. Albertini venne persino richiamato nel 2016 dall’allora candidato di centrodestra a Milano, Stefano Parisi, come capolista, e in poco tempo il tandem Parisi-Albertini riuscì a ottenere più voti del previsto, abbastanza da mettere in apprensione il centrosinistra.

Albertini però non ci sarà, e il centrodestra dovrà cambiare cavallo. Sarà forse Maurizio Lupi? Per ora regna la confusione. Qualcosa tuttavia Albertini l’ha voluta dire: non starà in panchina senza fare niente. «In primis do la mia disponibilità nel corso della futura campagna elettorale ad accompagnare il candidato».

Due: «Il candidato dovrebbe essere giovane e rappresentare le categorie produttive in vista della imminente ripresa». Consiglio per i partiti (e un po’ per tutta la classe dirigente probabilmente).

Infine la considerazione politica che suona quasi come un suo ultimo monito. «Il governo guidato da Mario Draghi si appresta a varare una serie di misure che assicureranno all’Italia risorse per 209 miliardi ...in virtu di questo anche Milano riceverà una disponibilità ingente (18 miliardi ). Queste risorse devono essere gestite da una amministrazione eccezionale, ovvero una vasta coalizione di forze politiche produttive responsabili e volenterose». 

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