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Albertini e quella galleria di campioni del Milan: «Ma quando vidi Maradona rimasi incantato»

Il “metronomo” del grande Milan di Sacchi e Capello racconta i campioni rossoneri degli ultimi decenni, allargando il discorso agli aspetti più ampi di un settore che, come tutti gli altri, è nel pieno della bufera di questo inclemente anno pandemico

di Dario Ceccarelli

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(Imagoeconomica)

Il “metronomo” del grande Milan di Sacchi e Capello racconta i campioni rossoneri degli ultimi decenni, allargando il discorso agli aspetti più ampi di un settore che, come tutti gli altri, è nel pieno della bufera di questo inclemente anno pandemico


7' di lettura

Lo chiamavano il metronomo. Quello strumento, essenziale, che dà il tempo ai musicisti. Un soprannome ambizioso ma Demetrio Albertini, dopo 14 anni di militanza in “casa Milan “ (cinque scudetti e tre Champions League), non teme di misurarsi con le parole. E neppure col pallone «che è stato il mio primo compagno di gioco».

Lo stesso Demetrio nella prefazione del suo nuovo libro (Ti racconto i campioni del Milan, i fuoriclasse che hanno fatto la storia del club rossonero, Gribaudo editore, euro 18,50) lo spiega con la naturalezza di chi è abituato a stare al centro del traffico. «Sì, mi chiamavano il metronomo perchè giocando da centrocampista centrale dettavo i tempi alla squadra, così come fa il direttore d'orchestra con gli orchestrali». Ah però…Eccolo qua, Albertini. Con quella sua aria da eterno ragazzo che ti imbroglia un po'. Sembra appena uscito da un campetto di periferia o da un'aula universitaria. In realtà anche il buon Demetrio, 49 anni, un paio di tagliandi li ha già fatti. Prima come uno dei più validi centrocampisti della sua generazione, poi come giovane dirigente del calcio, un mondo che conosce come le sue tasche («Almeno dieci dei venti allenatori attuali della serie A hanno giocato con me…», dice come se fosse la cosa più normale del mondo).

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Oggi Albertini è presidente del settore tecnico della Figc, ma gli piace anche allargare il discorso agli aspetti più ampi di un settore che, come tutti gli altri, è nel pieno della bufera di questo inclemente anno pandemico. «Eh, sì, anche il calcio, è in forte affanno», conferma. «Il virus ha provocato una secca accelerazione della crisi. Gli stadi sono vuoti, le casse pure, gli sponsor più guardinghi. Anche i ricavi del merchandising sono diminuiti. Senza dimenticare il problema dei diritti televisivi: prima erano una garanzia, adesso sono in calo anche quelli… Ora le società dovranno confrontarsi con una parola non a tutti gradita: sostenibilità. È inevitabile. Non c'è più tempo per far finita di nulla».

Parole non scontate che confermano una cosa: che in questa tempesta la campana suona per tutti. Anche per un mondo, quello del calcio, quasi sempre sordo agli appelli di una maggior sobrietà. Ma prima di affondare il bisturi su questi argomenti, non proprio entusiasmanti, ci sta una bella domanda a bruciapelo sul Milan, visto che il Vecchio Cuore rossonero con i suoi campioni è al centro del libro di Albertini.

Ma Demetrio spiegaci un po': davvero il Milan vuole vincere lo scudetto? Non è troppo dipendente da Ibrahimovic?
«Andiamo con ordine. Questo Milan non è venuto fuori adesso. Già dopo il primo lockdown ha cominciato un ciclo virtuoso che poi ha proseguito in questa nuova stagione. La sua forza è frutto di una continuità che viene da lontano. Poi, certo, dietro a una simile crescita ci sono tante concause…».

Tipo?
«Ovvio che Ibra ha dato una grossa spinta a un ambiente di giovani che aveva bisogno di una solida colonna cui appoggiarsi. Lui si è assunto responsabilità dando modo loro di crescere. E adesso si vedono i benefici. Poi c'è stato il magnifico lavoro di Pioli che ha valorizzato il tutto. Lo si è visto a Napoli: Ibra è stato importante, ma tutta la squadra ha dimostrato grande personalità. Non era scontato. Molti dicono che il Milan sia stato favorito dal lockdown… Ma non sono d'accordo. Questo contesto complicato è uguale per tutti. Sapersi adattare è un merito. Ora però non bisogna nascondersi con le parole… Certo, puntiamo allo scudetto. Poi se non viene, pazienza, ma gli obiettivi devono essere alti. Me l'hanno insegnato proprio al Milan. Mai fermarsi. L'asticella va sempre alzata…».

Ecco, parliamo della “scuola Milan”. Chi ti ha infuso questi valori?
«Direi tutto l'ambiente. Fin da quando a 17 anni mi sono trasferito a Milanello, in collegio. Lasciare la famiglia è stata una grande rinuncia. Potevo diventare un campione, ma potevo anche fermarmi a metà strada. Non potevo illudermi, ma dovevo provarci. Una scuola di vita».

Nel libro, divertente e pieno di aneddoti personali, parli anche degli allenatori. Con chi hai legato di più?
«Io divido gli allenatori in due categorie. Quelli che mi hanno insegnato e quelli che mi hanno gestito. I primi, come Arrigo Sacchi, sono quelli che mi hanno fatto superare i miei limiti, quei limiti che mi davo da solo. I secondi sono quelli che hanno valorizzano le doti che avevo, come Fabio Capello.

Parliamo prima di Sacchi. È davvero così asfissiante come viene descritto?
«Sì, lo è. Ma nel senso migliore. Un martello pneumatico. Ti porta sempre un po' più in là di dove sei arrivato. Non si accontenta mai. Lavorando bene con lui cresci per forza, impari a conoscere lati inesplorati della tua personalità. Un martello, che però restituisce quanto hai dato. Poi è un maestro. Infatti quando lavoravo come dirigente nella nazionale l'ho chiamato a coordinare il settore tecnico».

E Capello?
«Un grande gestore. Lui valorizza quello che ha già . Che non è semplice, anzi. Anche a lui devo tanto».

Del Milan degli Invincibili, soprattutto per Sacchi, si è detto che la sua forza era il gioco. Ma c'erano anche fior di campioni… No?
«Il calcio è un'alchimia di fattori. Il segreto è saperli miscelare al meglio, far suonare in armonia campioni e talenti con caratteristiche diverse. Non è facile. In quel Milan, sia con Sacchi sia con Capello, questo è successo. Per questo io non sarei mai andato via dal Milan, perchè c'era questo mix di lealtà, rispetto e condivisione del lavoro che mi porto dietro ancora adesso che non gioco più a calcio».

Inevitabile parlare di Silvio Berlusconi. Non giocava, ma era come se fosse in campo...
«Certo, una presenza fondamentale. “Vincere ma soprattutto convincere” non era solo il suo chiodo fisso, come sostenevano in tanti: era il suo progetto di vita. Quando prese il Milan, per prima cosa a Milanello ci disse che dovevamo diventare la squadra più forte del mondo. Molti venivano dalla B, tanti sorrisero. Ma poi ha avuto ragione lui…. Ha trasformato in realtà le sue utopie».

Il tuo libro si intitola “Ti racconto i campioni del Milan”. Cinquanta ritratti dei fuoriclasse che hanno fatto la storia del club. È più difficile parlare di quelli con cui hai giocato o degli altri?
«
Ho cambiato il punto di vista. Di quelli che mi hanno preceduto come Rivera ho parlato con gli occhi del tifoso. Con quelli con cui ho condiviso lo spogliatoio, con l'occhio del giocatore. Con gli altri da dirigente».

Ti sei ispirato a qualche modello?
«Sembrerà strano ma il mio primo modello è stato Marco Tardelli, un grande giocatore ma non del Milan. Mi piaceva per la sua caparbietà, per la sua generosità. Un vero modello. Più avanti mi sono ispirato ad Ancelotti e Rijkard, due centrocampisti formidabili. Ho cercato di rubare dall'uno e dall'altro. Spero di esserci riuscito…».

Chi sono stati i migliori di ogni reparto? Fuori i nomi…
«Come portiere non posso non citare Sebastiano Rossi, il portiere dei record… Abbiamo diviso tutto. Se non lo metto poi rischio di brutto….Come difensori, non posso dimenticare Baresi e Maldini. Due colonne, insuperabili. Come centrocampista Pirlo, il calciatore più dotato che abbia conosciuto. Adesso Andrea ha fatto questa pazzia di rimettersi in gioco come allenatore alla Juventus... Ha fatto bene, ma è dura. Come capita a tutti quelli troppo bravi, insegnare ai meno dotati è più difficile. Come centravanti, invece, non ho dubbi: il primo è Van Basten. Doti tecniche a parte, Marco ha avuto un grande pregio: quello di anticipare i tempi. Quasi 30 anni fa giocava già da attaccante moderno, veramente unico. Elegante, ma fortissimo...».

A proposito di fuoriclasse. Non passiamo non parlare di Maradona. Da avversario del suo Napoli, che ricordo conservi?
«Straordinario, e dico poco. Per dare una idea basti pensare che la prima volta che sono andato a Napoli, come riserva in panchina, ero talmente emozionato all'idea di vedere all'opera Maradona che, praticamente, ho guardato solo lui quasi dimenticandomi del resto. Una meraviglia. Avevo 17 anni, non lo dimenticherò mai. Era unico, capace di giocate che solo lui poteva prima pensare e poi fare. Molti calciatori certi gesti tecnici, magari più lentamente, riescono a eseguirli. Ma quelli di Maradona, quelli no. Non vengono neanche in mente. Poi era un avversario leale. Lo ricordo sempre con il sorriso sulle labbra. Mai polemico, sempre attento alle esigenze della squadra. Pur potendo risolvere una partita da solo, giocava per il gruppo. Un leader assoluto amatissimo dai compagni. Sono ancora scioccato... Con lui mi è mancato qualcosa del mio tempo, della mia giovinezza».

Parliamo della nazionale….. Tre anni fa era precipitata all'inferno. Adesso è quasi in Paradiso. Mancini ha compiuto un miracolo. Tutto merito suo?
«Hanno prevalso due fattori rilevanti. Le nostre società hanno valorizzato di più i talenti italiani. Poi c'è stato Mancini, giocatore formidabile e allenatore molto sensibile all'aspetto tecnico. Anche per la sua esperienza all'estero. Quando Mancini vede un talento lo mette subito alla prova. Gli dà una opportunità. A poco a poco tutti questi talenti sono cresciuti.

Ritorniamo al tasto dolente: il calcio italiano, tra pandemia e spese pazze, è quasi in bancarotta….
«Sì, è un momento difficile. Una volta c'erano i presidenti tifosi, come Berlusconi e Moratti, che coprivano le spese con le loro aziende. Adesso non è più così. Nessuno vuole più rimetterci, neanche chi ha forti liquidità come Suning o altre presidenze non italiane. Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti».

Però gli ingaggi restano sempre alti…
«Prima si poteva, per una legge di mercato. Ora tutte le società, come dicevo prima dovranno confrontarsi con una parola non sempre gradita: sostenibilità. Altrimenti non si va avanti. E se non ci sono soldi per acquistare grossi campioni all'estero, diventerà prioritario far crescere giocatori di qualità in casa. Una opportunità economica molto importante per rinforzare il settore. Comunque, ricordiamolo sempre: il calcio è una delle aziende più importanti del Paese. Un'azienda che versa molti soldi in tasse che poi vengono ridistribuiti anche alle federazioni meno ricche. Forse questa pandemia chiarirà le idee a tutti».


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