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Aleksandar Duravcevic e l’infinita tensione del tempo sulle pendici dell’Etna

Con il progetto “Etna Eternal Flame” l’artista montenegrino ha posto due panchine sul bordo di uno dei crateril facendo diventare il vulcano “un’opera ancor più giovane e violenta”

di Filippo Brunamonti

Aleksandar Duravcevic

3' di lettura

Occorrerebbe partire dall’avant-propos di Guide des voyages aériens Paris-Londres per definire, nelle sue reali dimensioni, il rapporto di Aleksandar Duravcevic con l’impero delle montagne: “La vision à la verticale est une grande nouveauté, car elle réduit tout en surface, les montagnes, les monuments. Mais cette vision est rare et fugitive”. Il tempo va fuggendo, a qualsiasi altitudine. Questo sembra dirci Aleksandar, detto Saša.

Del resto, ad unire le spade confitte nella roccia del Montenegro, Paese d’origine di Duravcevic, e la colata lavica del progetto Etna Eternal Flame, ci pensano due panchine, proprio sul bordo di uno dei crateri. Dalle tribù dei Kuči che, durante l’estate, portavano gli animali al pascolo fino a 2.000 metri sul livello del mare, tra fiori selvatici, piante endemiche, pozzi naturali e chiese cattoliche sperdute, all’invito di Duravcevic a rallentare, e sedersi sul Mongibello (dall’arabo Jabal, il Monte Monte, monte per eccellenza). Montenegro e Catania.

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L’infinito impero senza tempo dell’Etna secondo Aleksandar Duravcevic

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Neve, astragalo e ginepro

Posizionando due panchine verso il cratere di Sud-Est, dove fontane di lava toccano i 4.500 metri, l’Etna diventa un’opera ancor più giovane e violenta. “Io tendo all’adagio latino festina lente per il modo in cui assimilo il tempo” spiega l’artista. “L’Etna si presenta in modo surrealista, mentre le panche guardano al mimetismo. Il visitatore non ha altra possibilità che rallentare. Una panchina, un posto sopra cui sedersi e prendere una pausa, lo attende, e ci attende, come fosse un rifugio”. ,

Pietra nera

Cosa ne avrebbe fatto di quella pietra a forma di due occhi, su cui è inciso KILLING TIME, un condottiero come Imilcone? “Per l’installazione, avevo pensato di usare la pietra lavica locale, ma non era abbastanza scura, nonostante il paesaggio sembri quasi nero” racconta. “Il paesaggio inganna i nostri sensi all’infinito. Le cose, sul Monte Etna, non sono mai ciò che sembrano. Ho cercato a lungo una pietra nera che gettasse ombra e fosse al tempo stesso viva e specchiante. Così, dalla Toscana, ho ottenuto una pietra nera ‘aliena’ e l’ho abbinata in modo tale che le due panchine, che formano un unico pezzo, diventino piano piano immagini speculari, sino a creare il simbolo dell’infinito. Le linee e il testo inciso sono continuamente avvolti o sbobinati, come un nastro. Quindi ripetono in loop le parole KILLING TIME, KILLING TIME... Quando si siede, finalmente, il visitatore risolve la tensione con il suo opposto. La lentezza, la capacità di assorbire il paesaggio e soprattutto il tempo, vincono sopra ogni cosa”. Non solo l’accezione di rapidità e Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio di Italo Calvino; ad ispirare Duravcevic durante i suoi studi a Cetinje e Firenze, si inseriscono Massa e potere di Elias Canetti, il testo Notes on Beauty di Peter Schjeldahl, Storia dell’erotismo di Georges Bataille, La poetica dello spazio di Gaston Bachelard e altri. In Duravcevic convivono Mercurio e Vulcano, “le due funzioni vitali inseparabili e complementari: Mercurio la sintonia, ossia la partecipazione al mondo intorno a noi; Vulcano la focalità, ossia la concentrazione costruttiva”. Così come quella “cronica melanconia” che il gallerista David Totah è riuscito astutamente a catturare nelle sue mostre personali – Steppenwolf, Youth, Empire – a New York. Per poi atterrare sulla fiamma inarginabile dell’Etna, grazie al lavoro dell’Associazione Culturale Basaltika. “I siti vulcanici hanno questo doppio significato di inizio e di fine, nascita e morte, creazione e distruzione. Un ciclo completo” fa sapere Ysabel Pinyol Blasi, curatrice del progetto e direttrice di Monira Foundation a New York. “Il paesaggio può diventare dominante o addirittura intimidatorio quando si scala la cima di un vulcano. Nel contesto delle installazioni, ho chiesto a tutti gli artisti – oltre a Duravcevic sono presenti Samantha Torrisi, Johannes Pfeiffer ed Oriana Tabacco, con un reportage fotografico – di ipotizzare forme e materiali che non sarebbero mai potuti esistere senza quel paesaggio”. Un’intuizione che Gaetano Ponte aveva saputo catturare già a partire dagli anni Ottanta del 1800, affiancando studi geofisici alla fotografia. Segno che il misterioso tracciato del tempo, pur incontrollabile, rimane un nastro eterno. O un bellissimo lupo di vulcano.

Aleksandar Duravcevic, Etna Eternal Flame, opere permanenti

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