palcoscenico

Alessandra Ferri: “La danza è un'arte delicata. Bisogna agire ora”

Per la ballerina è essenziale che i professionisti tornino a studiare, per essere in forma in vista della riapertura delle stagioni teatrali

di Silvia Poletti

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(©Tristram Kenton)

Per la ballerina è essenziale che i professionisti tornino a studiare, per essere in forma in vista della riapertura delle stagioni teatrali


3' di lettura

Mai come in questo momento di inattività forzata, il mondo della danza si è prodigato con ogni mezzo possibile per mostrare la sua vitalità. Casalinghi o d'autore, la rete rigurgita di video che descrivono la comune condizione attuale attraverso movimenti danzanti più o meno espressivi. In più si può “studiare” con le stelle più brillanti da ogni parte del mondo: dal salotto di casa ci si collega al tinello del divo e si segue le sue indicazioni. Tutto bene dunque? Non proprio. Al di là dell'iperattivismo da social, il problema urgente - per i danzatori professionisti- è quello di ripartire. Di tornare a studiare, consentire al proprio corpo di recuperare quel doveroso standard fisico che è la base fondante di ogni possibile progetto di ripresa. I segnali da parte del Governo rispetto a questo problema tardano ad arrivare. Le Associazioni che interloquiscono direttamente con i vertici ministeriali sono impegnate in più battaglie – e questa non sembra prioritaria. I direttori delle compagnie di balletto delle fondazioni liriche, capitanati da Eleonora Abbagnato, hanno iniziato a elaborare un documento comune che arrivi a sensibilizzare sulla questione. Ma i tempi si allungano e la preoccupazione monta.

Ce lo spiega bene Alessandra Ferri, che sta seguendo attivamente ogni passaggio: “La situazione è davvero complicata, in tutto il mondo, e non ha senso alcuna polemica. In Europa e in America il problema è analogo: nessuno ha la sfera di cristallo e sa quale sarà l'evoluzione di questa crisi. Né credo che chi è preposto a fare delle scelte le faccia a cuor leggero e volutamente a discapito di qualche categoria. Perciò è molto importante ora essere costruttivi, per comprendere quali sono i passi da fare, in una disciplina, come la danza, che per molti resta comunque qualcosa di poco conosciuto.”

Da dove partire, allora?
“Ora sarebbe utile focalizzarci sulla fase due, importante per tutti e quindi anche per noi danzatori. Per noi professionisti è essenziale poter tornare a studiare, se no finisce che quando ci sarà la riapertura delle stagioni teatrali, non saremo in forma. Per quanto possa valere la passione che contraddistingue i danzatori, esercitarsi attaccati a sedie o tavoli non è vero studio. È come se un concertista, invece di studiare su un pianoforte meraviglioso, si esercitasse sulla pianola da bambini: non è sufficiente. Per essere pronti ad affrontare le prove, quando si riapriranno le stagioni, dobbiamo recuperare la forma. Significa avere uno spazio, perché la danza è spazio attorno a noi, è movimento e non staticità, cercando di fare le cose in un quadrato un metro per un metro in cucina; pavimenti che non ci danneggino; un maestro che ti guarda e corregge sul serio. Un vero allenamento, come fa un atleta olimpionico, che ha un training diverso da quello dei dilettanti. E bisogna farlo ora, non tra tre mesi. Perdere tempo prezioso significa creare un danno potenziale.”

Appunto. Gli atleti hanno già iniziato. Cosa blocca allora la vostra ripartenza?
“Credo che ci siano degli effettivi problemi organizzativi. Si parla comunque di lavorare dentro istituzioni che hanno molte regole e burocrazie, tutele dei lavoratori e altro, dall'agibilità alla sanificazione. Bisogna affrontare punto per punto: penso però che quando si vuole, le soluzioni arrivano. E vanno trovate, ma velocemente.”

E il ritorno in scena? Cosa pensa delle possibilità ventilate ora?
“Dobbiamo imparare a coabitare con questo virus ma anche, piano piano, tornare a vivere. Non sono d'accordo su questa invasione digitale di danzatori che ballano sui letti o in sala da pranzo: mi sembra uno svilimento dell'arte, che è un'altra cosa. L'arte serve per elevare. Andare in un teatro è entrare in un tempio in cui si crea uno scambio tra anima e anima, c'è un dialogo profondo tra artista e spettatore. Il fatto di essere solo intrattenuti da qualcuno che saltella qua e là è divertente ed è andato benissimo nei primi mesi di lock-down, ma non può diventare la norma. Tutto questo è molto pericoloso.”

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