Letteratura

Alessandro e i suoi cari

di Elisabetta Rasy

. Natalia Ginzburg

5' di lettura

Nel 1982, alla vigilia della pubblicazione di La famiglia Manzoni , ci fu uno scambio di lettere piuttosto brusco tra l’autrice, Natalia Ginzburg, e la sua casa editrice, l’Einaudi. Apparentemente si trattava di una questione economica: le proponevano il dieci per cento di percentuale sulle vendite, come d’uso per la saggistica, e l’autrice rivendicò invece il quindici, come era stato per tutte le sue opere di narrativa: «Lo considero un libro identico a tutti gli altri che ho scritto…». Ribellandosi così non tanto al compenso, ma alla prospettiva che venisse trattato come un testo laterale e forse minore rispetto alla sua produzione romanzesca. Prontamente intervenne Giulio Einaudi a rassicurarla, e tutto fu risolto come lei desiderava. Quando il libro uscì all’inizio del 1983 i fatti, cioè la risposta del pubblico, dettero ragione alla scrittrice. La famiglia Manzoni fu subito un grande successo.

Nella breve querelle, ricostruita da Salvatore Silvano Nigro in una nuova edizione del libro, da lui dotata di un apparato critico e di una prefazione che costituiscono un appassionante romanzo del romanzo, Ginzburg aveva ragione e torto. Certo, La famiglia Manzoni è un libro creativo e non un’opera di saggistica perché non è una biografia dell’autore dei Promessi sposi, né una ricostruzione filologica della storia del suo nucleo familiare e ambiente, né un’interpretazione delle sue opere. Ma non è neanche un libro «identico a tutti gli altri» scritti dall’autrice torinese. Nell’ampia scia di recensioni e commenti che lo seguirono ci fu chi lo considerò il suo libro migliore (Giovanni Raboni, e io condivido il suo parere), ma anche i più devoti cultori della narrativa di Natalia G. non poterono non rendersi conto dell’originalità e unicità di questo testo. Il racconto di una famiglia con decine di personaggi, tutto costruito utilizzando fonti - cioè lettere, diari, memorie – prese tali e quali, senza forzature e deviazioni o maquillage romanzesco. Per dirla con le parole con cui si conclude il saggio introduttivo di Nigro , Ginzburg racconta «il romanzo di un’intera famiglia entro lo spazio della sua storia, senza nulla concedere agli espedienti di finzione». E, ancora più precisamente: «Il romanzo-conversazione della Ginzburg è un’alternativa, genialmente audace, al genere romanzo storico praticato e nello stesso tempo contestato dall’iniziatore del romanzo italiano».

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Detto in altri termini Ginzburg sfidava Manzoni sul suo stesso terreno. In vari modi: costruendo un romanzo storico basato solo sui documenti, cioè sulla verità dei fatti, ma con un andamento narrativo, cosa che Alessandro non riteneva possibile; con un racconto familiare e di ambiente dove l’immaginazione non poteva evadere dai dati repertoriati nell’attualità del tempo; infine, azzardo, sul terreno della provvidenza, per dimostrarne la assoluta latitanza nella vita degli esseri umani, o almeno in quella della parentela manzoniana. Una luce cupa illumina ogni vicenda di Manzoni e congiunti. I figli specialmente: le femmine tutte malate e morte giovani, tranne una; i maschi inerti o dediti allo sperpero e ai debiti. Certo, tale fu la realtà dei fatti, ma Ginzburg riuscì a dare a questo suo libro il tono di un’epopea tragica mettendo in risalto di ogni personaggio e di ogni situazione il lato in ombra, la crepa, il grido trattenuto dietro il sussurro delle buone maniere. Lei stessa le pratica, queste buone maniere ingannatrici, e racconta come se stesse parlando a un’amica: giustamente Nigro lo definisce romanzo-conversazione. La voce dell’autrice s’incrocia con le tante voci che mette in scena attraverso centinaia di documenti, selezionati con una cura in cui trionfa la sua raffinatissima arte di romanziera, e tutte quelle voci sa trattenere, armonizzare o anche dominare con la sua. Conduce un gioco assolutamente rischioso e vince la partita: La famiglia Manzoni è un libro straordinario.

All’epoca in cui fu scritto (l’inizio degli ormai lontanissimi anni Ottanta del Novecento, in cui concludevano la loro carriera autori che si erano formati in una società che aveva ancora una strenua fiducia nella letteratura), quella che poi si sarebbe chiamata saggistica narrativa non era molto praticata, non in Italia almeno. Per questo il lavoro critico di Nigro per la nuova edizione è prezioso: alla fine del testo di Ginzburg c’è un ampio apparato di recensioni, di interviste e materiali vari che testimoniano la novità e la eccezionalità del libro. Si racconta per esempio di come Natalia e Cesare Garboli litigassero (proprio così) a proposito di Matilde, la figlia più piccola di Alessandro. La scrittrice le aveva dedicato un capitolo insieme alla sorella Vittoria, ma Garboli non era d’accordo: chiedeva per questa sfortunata ma colta e arguta ragazza il riconoscimento di un destino «raccontato per sé». Ginzburg gli diede retta e costruì una stanza, cioè un capitolo, tutto per sé per Matilde (anche se a Garboli evidentemente non bastò, perché dieci anni dopo, con una curatela anche qui più narrativa che saggistica, pubblicò per Adelphi il Journal della infelice Matilde Manzoni). Come se il libro nascesse da un contatto diretto, personale, persino umorale, con i suoi personaggi.

Perché qualcosa avevano sicuramente in comune Natalia Ginzburg e Alessandro Manzoni, che lei sembra ammirare e detestare insieme: un forte sentimento dell’incarnazione. Natalia più di Alessandro. Nei capitoli, veri e propri incontri, che dedica ai personaggi della famiglia, in un vasto arco di tempo che va dalla nascita della onnipresente madre dello scrittore, la bella e ribelle Giulia Beccaria, 1762, alla morte di Stefano Stampa, il figliastro ricevuto in casa al seguito della seconda moglie, 1907, la vita materiale celebra il suo trionfo. Vita materiale che vuol dire soldi, malattie, cure (terribili: salassi e mignatte imperversano), cauti amori, risoluti matrimoni preceduti da astuti o impacciati accordi familiari, qualche adulterio non troppo esibito, oggetti in transito da una mano all’altra, debiti e prestiti spesso mai restituiti, servitù efficiente e insofferente, amici: una moltitudine di amici amati o perduti, e una lunga sequela di epigrafi tombali, genere che Alessandro frequentò assiduamente essendo sopravvissuto alla maggior parte dei suoi figli e alle sue due mogli.

Per lui, per il grande Manzoni, nessun capitolo, nessuna stanza tutta per sé. Ma con astuzia narrativa Ginzburg fa di lui, che sempre compare e sempre scompare, il vero protagonista della storia che racconta, anzi il vero perno romanzesco: lunatico, oscuro, indecifrabile nei sentimenti, figlio appassionato e marito opportunista, padre imbarazzato e riluttante, amico entusiasta ed egoista, Alessandro incombe sulla narrazione, a differenza dei suoi familiari, con tutta la potenza degli eroi ambigui non di un piccolo mondo antico ma di un crudo e difficile mondo moderno.

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