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«Alexa, quanto fa 327 diviso 3?». I compiti ai tempi dell’assistente virtuale

Sempre più studenti ricorrono ad app e ad altri dispositivi tecnologici per svolgere gli esercizi a casa. E si riapre il dibattito sull’utilità o meno dello studio fuori dagli orari di lezione.

di Francesca Milano


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3' di lettura

«Alexa, quanto fa 327 diviso 3?». Altro che divisioni in colonna e calcoli a mente. Oggi i compiti si fanno con la tecnologia. Anzi, si fanno fare alla tecnologia. Il che riapre il dibattito sulla loro efficacia. Servono ancora? Oppure è inutile fingere di esercitarsi sulle operazioni matematiche se per avere il risultato basta chiedere aiuto a un dispositivo e per tradurre la versione di latino basta cercare online? Il dibattito è aperto.

Si potrebbe obiettare che da quando i docenti hanno inventato i compiti a casa, gli studenti hanno trovato il modo di alleggerire l’onere, sempre grazie agli strumenti tecnologici. Un tempo ci si dettavano gli esercizi per telefono, oggi ce li si fa dettare dall’assistente virtuale.

Esistono siti e app che contengono le risposte alle domande di tutte le materie che si studiano in ogni ordine e grado scolastico. E addirittura si può copiare senza leggere, risolvere gli esercizi di matematica fotografando la pagina del libro o ancora farsi leggere dall’assistente virtuale un testo. E poi ci sono le app per condividere i compiti e farsi dare una mano da chi è più bravo, o ancora le app che spiegano in maniera sintetica i principali concetti di storia, filosofia e letteratura.

«Tutto questo dimostra che i compiti a casa sono inutili - spiega Maurizio Parodi, dirigente scolastico e autore del libro “Così impari: Per una scuola senza compiti” -, anzi sono dannosi: l’unico effetto che sortiscono è la repulsione per lo studio e il rifiuto del libro, che viene visto come strumento di tortura».

Secondo Parodi è a scuola che bisogna imparare, non a casa. Come avviene in Finlandia, per esempio, dove i compiti sono stati aboliti ma allo stesso tempo (o forse proprio grazie a questo?) il livello di istruzione è tra i più alti. «La Francia - racconta Parodi - sta sperimentando lo studio accompagnato, strumento utile per evitare le disuguaglianze sociali causate proprio dai compiti». Infatti, secondo Parodi, i bambini svantaggiati a scuola, lo sono doppiamente se a casa non possono contare sull’aiuto dei genitori.

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Se si vuole abolire i compiti a casa, però, è necessario cambiare il modo di insegnare: «Anche le indicazioni ministeriali dicono che la lezione frontale non funziona più, ma i docenti italiani non sono ricettivi al cambiamento. Bisogna mettere gli studenti nella condizione di capire le proprie risorse, attraverso un apprendimento naturale e anche attraverso il mutuo insegnamento. L’apprendimento non si allena, si esplora».

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Differente è, invece, l’approccio di Emanuela Confalonieri, docente di psicologia dello sviluppo presso la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica di Milano. «Soprattutto d’estate - spiega - i compiti servono per tenere allenate le competenze e le strategie di apprendimento, altrimenti si rischia che il riavvio a settembre sia molto faticoso». L’obiettivo è, dunque, quello di trovare un giusto equilibrio tra la vacanze e lo studio. «Per questo serve un’alleanza tra genitori e insegnanti», sottolinea Confalonieri.

Compiti sì, dunque. Purché vengano corretti. «In questo modo si valorizza lo sforzo degli studenti». Ma come la mettiamo se i compiti vengono svolti con l’”aiutino” della tecnologia? «Gli studenti vanno educati - chiarisce Confalonieri - perché capiscano che barare sui compiti non ha senso: senza allenamento non riusciranno a superare i compiti in classe, dove non si può chiedere l’aiuto di una app o di un’assistente virtuale».

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Lo studio a casa ha anche un’altra importante funzione: quella di permettere allo studente di mettersi alla prova. «Il vero scopo dei compiti - spiega la docente della Cattolica - è quello di permettere al docente di verificare se ha spiegato bene, e all’alunno se ha capito bene». Per questo, i compiti non solo vanno fatti, ma vanno anche corretti il giorno successivo in classe.

Certo, tradurre una versione di greco o risolvere una equazione matematica è faticoso. «L’apprendimento è faticoso - ammette Emanuela Confalonieri - ma è una fatica bella. Questo bisogna trasmettere agli studenti».

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