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Alfonsina Strada, eroica ma ultima

Simona Baldelli racconta la vita della donna che per prima nel 1924 partecipò al Giro d’Italia sfidando il maschilismo sportivo

di Maria Luisa Colledani

Alfonsina Strada nel suo negozio milanese di via Varesina

4' di lettura

Un manico di scopa per dimostrare che c’è sempre una possibilità di bellezza, anche dopo la peggiore delle cadute e con il cuore ammaccato. Giro d’Italia 1924, ottava tappa, da L’Aquila a Perugia, diluvia e Alfonsina Strada, prima e unica donna ad aver partecipato alla corsa rosa, si ritrova a terra con le ginocchia che sono una ferita unica e la bicicletta senza manubrio. Ben più di un segno del destino. Lei, che era salita in sella per macinare pregiudizi e malelingue e per trovare la libertà, non ha più forze. La pioggia lava via le ultime speranze di concludere il suo Giro d’Italia. Mica c’erano le ammiraglie al seguito con bici di ricambio e integratori. Ma c’erano persone piene di comprensione. Una donna - là c’è la provvidenza - si avvicina ad Alfonsina, che aveva cercato di aggiustare la bici con rami così sottili da poterli piegare a mo’ di manubrio, e le offre una scopa di saggina. Alfonsina arriva ultima a Perugia ma l’importante era arrivare in fondo per sé e per tutti coloro ai quali l’aveva promesso, a cui si era aggiunta la donna privandosi del manico di scopa.

La bicicletta? Un cavallo magico

Alfonsina, la corridora, taglia il traguardo di Milano e così scrive la Storia che Simona Baldelli racconta nel suo Alfonsina e la strada, romanzo biografico pieno di rabbia e d’amore, di ferite e scie argentate. Le righe corrono veloci come le città, le strade polverose, le montagne e il mondo pare immenso dalla canna della sua bici. Nata sotto il segno dei Pesci nel 1891 a Castelfranco Emilia, scalcia fin da ragazzina, in casa Morini tanta fame e poche prospettive ma riesce a frequentare due anni di scuola. La famiglia ha un catorcio di bici, ceduta al padre Carlo dal medico del paese in cambio di alcune galline cadaveriche. Alfonsina rimane abbagliata: «bicicletta, anche il nome era bello. Lo ripete tante volte che la parola oltrepassò il significato originale e si trasformò in un marchingegno da favola. Era un cavallo magico, cui non serviva neppure la biada. Una macchina inesauribile, capace di scavalcare pianure e montagne. Con la bicicletta, Alfonsina imparò la disobbedienza». Che le femmine fossero scarti era idea condivisa da fascisti, socialisti, comunisti e preti, se per di più le femmine osavano salire in bici, peggio mi sento.

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«Ho fissato la luna e ho toccato il cielo»

Alfonsina è matta, diversa, uno scarto rinnegato dalla famiglia. Con i primi soldi raggranellati alla sartoria di Bologna compra una bici nuova, si allena fra la via Emilia e il West. Pedala come avesse il fuoco in corpo. Con la sua zazzera alla bebè, richiama curiosi e pettegoli e anche quel mite di Luigi Strada che le chiede la mano. Sono giovanissimi, 17 anni lui, 14 lei: il matrimonio è liberazione e soprattutto Luigi, che con quel cognome le regala il destino, è il suo primo motivatore: «Come sei bella sulla bicicletta, Fonsina, non scendere mai». La accompagna alle gare e, traguardo dopo traguardo, la corridora pedala per allontanare gli sberleffi e spingere la notte e il limite un po’ più in là. Che cos’è se non questo la vita di ognuno di noi? Alzare l’asticella, guadagnare anche solo un metro per dire «ho fissato la luna, non il dito, e ho toccato il cielo».

Le prime vittorie e il Giro del 1924

Arrivano i primi soldi con le corse. Si esibisce anche nei circhi. Partecipa al Giro di Lombardia del 1917 e 1918 perché il regolamento ammette i “ciclisti”, e, memore della grammatica studiata a scuola, Alfonsina sa che ciclisti significa uomini e donne. Anche Girardengo aveva detto di essere onorato a gareggiare con lei. Ormai, sfreccia veloce per città e campagne, è un influencer senza social network perché trascina in corsa decine di ragazze dietro a sé. Si tratta di fame e follia: stay hungry, stay foolish. Così matta da convincere Armando Cougnet, molto più dell’amministratore della «Gazzetta dello sport», a farla partecipare al Giro del 1924. Dodici tappe, oltre 3.600 km, nessun grande campione presente, così tanti occhi sono per lei, come pure cadute e infortuni, pedali da aggiustare, tubolari da cambiare e copertoni da ricucire. Alfonsina diventa una star da cinegiornale, un po’ rock alla Patti Smith, un po’ romantica ribelle alla Alda Merini. Solo la sua famiglia non le fa festa all’arrivo, al Velodromo Sempione di Milano. Eppure, ha compiuto un’impresa fra il profumo della polvere, lo scherno degli uomini e il sogno della luna. A Foggia un capotreno l’aveva vista affranta, mentre stava per salire su un vagone direzione Nord Italia. A un passo dall’abbandono della corsa, ecco il destino nelle parole di quell’uomo: «Succedono tante cose brutte, signora Alfonsina. La gente ha bisogno di pensare ad altro, di credere ai sogni. Voi siete una cosa che prima non c’era, una fantasticheria buona, da far credere che può sopraggiungere l’impossibile».

Sliding doors e, oplà, Alfonsina diventa Storia: è infinita perché corre sapendo che i sogni sono sconfinati e che non ci resta che fare la corsa sul futuro.

Alfonsina e la strada, Simona Baldelli, Sellerio, pagg. 316, € 17

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