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Alfonso Dolce: «Produzione e negozi, così sarà il 2020 di Dolce&Gabbana»

L’ad del gruppo, fratello di Domenico, uno dei fondatori e direttori creativi del marchio, spiega luci e ombre degli ultimi 14 mesi e anticipa quello che accadrà nei prossimi

di Giulia Civelli


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3' di lettura

Ancora due mesi esatti e l'esercizio fiscale del gruppo Dolce&Gabbana si chiuderà. La previsione è di un fatturato di 1,3 miliardi, che conferma il terzo posto tra i gruppi italiani: solo Prada e Armani fanno meglio, Gucci appartiene al colosso francese Kering.

Un podio confermato nonostante il leggero calo rispetto all'esercizio 2018-2019, quando i ricavi avevano raggiunto i 1.349 milioni. Calo atteso e, alla fine, contenuto: il 31 marzo non si chiuderà solo un periodo contabile, bensì uno dei periodi più difficili nella storia del marchio Dolce&Gabbana, dei suoi fondatori, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, e degli altri soci del gruppo.

I due stilisti hanno il 40% ciascuno delle quote, ai due fratelli di Domenico, Alfonso e Dora, da sempre impegnati in azienda, fa capo il restante 20%. È Alfonso Dolce, amministratore delegato del gruppo, a spiegare luci e ombre degli ultimi 14 mesi e ad anticipare quello che succederà nel 2020. Lo fa con ottimismo, per carattere ma soprattutto confortato dai risultati delle vendite Dolce&Gabbana nel mondo.

Alfonso Dolce

Investimenti e visione
«Come ripetono spesso Domenico e Stefano, il bene più prezioso della Dolce&Gabbana è l'indipendenza del progetto imprenditoriale e creativo – spiega Alfonso Dolce –. Cerchiamo di dare sempre un valore agli investimenti, cosa diversa dalla mera quantificazione. Perché tutte le risorse destinate all'ampliamento della capacità produttiva e degli organici, alla crescite del network di negozi e alla riqualificazione continua di quelli esistenti e naturalmente alla ricerca si inseriscono in una visione di medio-lungo termine, mai di breve».

Il finale della sfilata della collezione uomo AI 20-21 a Milano

Si spiega anche così – anticipa Dolce – il calo che si vedrà nell'ebitda dell'esercizio 2019-2020: «Nonostante il calo dei ricavi legato agli eventi di Shanghai del novembre 2018, abbiamo tenuto fede a progetti, piani e impegni. Anzi, ne abbiamo aggiunti di nuovi, una scelta che in una logica prettamente finanziaria, come quella seguita da aziende quotate, non avremmo potuto seguire. Investire in periodi difficili non significa – sottolinea con vigore Alfonso Dolce – fare scelte che mettano in pericolo il gruppo. Solo in Italia, diamo lavoro direttamente a 1.200 persone: sentiamo tutta la responsabilità di questo ruolo sociale ed è proprio per rafforzare le basi del marchio e dell'azienda che non ci facciamo mai spaventare».

Stefano Gabbana e Domenico Dolce nel video di scuse che seguì il mancato evento di Shangahi

La disavventura di Shanghai
Il riferimento al calo di vendite e alla necessità di non indietreggiare di fronte agli ostacoli è legato, come forse molti ricordano, a quello che accadde a Shanghai 14 mesi fa: Dolce&Gabbana avevano programmato una sfilata eccezionale fin dal nome, anzi, dall'hashtag (#DGTheGreatShow), annullata a poche ore dall'inizio per un errore di comunicazione (minifilmati di promozione della sfilata postati sugli account social ufficiali), diventato valanga: un caso di studio nell'era di internet che ha ancora molte zone oscure.

L'alta sartoria di Dolce&Gabbana alla Pinacoteca Ambrosiana

L'alta sartoria di Dolce&Gabbana alla Pinacoteca Ambrosiana

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Fatto sta che in poche ore partì un boicottaggio virtuale e poi reale e le vendite Dolce&Gabbana in Cina crollarono. «A novembre 2018 la Cina valeva il 20% del fatturato, 260 milioni – spiega l'ad –. Nei mesi successivi ne abbiamo persi 120, inutile negarlo. Ma a oggi ne abbiamo recuperati 60, cioè la metà. Il resto arriverà presto: lo dico perché siamo in Cina dal 2003, fummo il primo marchio ad aver il permesso di operare in autonomia nel Paese. I negozi diretti attualmente sono 45, 13 sono in franchising. Diamo lavoro a oltre mille cinesi e crediamo che la nostra immagine sia stata solo temporaneamente offuscata: il legame tra Dolce&Gabbana e i cinesi e tra la Cina e l'Italia è molto più forte di un incidente di comunicazione, chiamiamolo così».

Azione e reazione
Dolce&Gabbana non sono stati gli unici, in tempi recenti, ad avere problemi fuori dall'Italia: Gucci e Prada, ad esempio, negli Stati Uniti hanno presentato prodotti – poi concitatamente ritirati – accusati di razzismo verso gli afroamericani.

 Il piano nobile del palazzo Dolce&Gabbana di Corso Venezia a Milano che ospita le collezioni uomo è dedicato alla linea Sartoria: le novità sono state presentate l'11 e il 12 gennaio e comprendono abbigliamento, accessori, gioielli e orologi.

Versace ha rischiato la crisi diplomatica con Pechino per aver “dimenticato” di specificare che Hong Kong è parte della Cina. Dior è stata accusata da attivisti per i diritti degli africani di appropriazione culturale. Le aziende che abbiamo citato hanno quasi tutte reagito nominando responsabili per la diversità e l'inclusione.

Diversa la scelta di Dolce&Gabbana: «Il rispetto per la diversità culturale e di ogni altro tipo è parte del nostro Dna, lo dice la nostra storia e l'evoluzione della nostra comunicazione – conclude Alfonso Dolce –. Nel 2019 abbiamo intensificato i viaggi dei top manager in Cina, rafforzando i rapporti con istituzioni e organizzazioni locali. Abbiamo partecipato in novembre al China International Import Expo e creato una collezione di foulard per celebrare la via della seta. Parliamo coi fatti, dimostriamo con i comportamenti che mai avremmo voluto, intenzionalmente, mancare di rispetto ai cinesi. O a chiunque altro».

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