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Alice Zago: «Da Venezia al mondo per cercare la giustizia negli inferni del pianeta»

È italiana la senior trial lawyer della International Criminal Court all’Aja

di Paolo Bricco

Estradato a Miami l'inviato di Nicolas Maduro, scontro Usa-Venezuela

6' di lettura

«L’odore dei corpi ritrovati era indescrivibile. Eravamo nella giungla del Guatemala. Sulle montagne al confine con il Chiapas messicano. La squadra sul campo era composta da un poliziotto, da un interprete e da me. Con noi lavoravano anche un antropologo, un medico forense e un genetista. Avevo 24 anni. Si trattava della mia prima missione come human right officer dell’Onu. Erano appena stati firmati gli accordi di pace che avevano messo fine al conflitto armato in Guatemala durato 35 anni e dominato dal generale José Efraín Ríos Montt. Il villaggio di Nebaj era stato l’epicentro della guerriglia. Parlavamo con i testimoni e i sopravvissuti, tutti di origine maya, per ricostruire gli episodi più violenti di quella guerra civile. Trovavamo le fosse comuni e riesumavamo le salme. Di quell’anno intero trascorso nella regione di Quiché, ricordo due cose: la pioggia continua e persistente e il virus che mi mangiò metà dello stomaco e da cui mi salvai grazie alle cure dei “los médicos cubanos”, i dottori di Cuba che saranno pure ideologici e imbevuti del mito di Fidel Castro e di Che Guevara, ma che sono professionalmente molto preparati e che, in America Latina, sono presenti nei luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini».

Alice Zago è oggi senior trial lawyer della International Criminal Court, la Corte penale internazionale che è stata costituita nel 1998 all’Aja, in Olanda, per indagare e perseguire i crimini di guerra, i casi di genocidio e i crimini contro l’umanità: la sua figura è paragonabile al pubblico ministero della legislazione italiana, in un organismo in cui le carriere di chi opera nella procura – guidata dal chief prosecutor, il britannico Karim Asad Ahmad Khan - e di chi lavora nell'ufficio giudicante sono ben separate: «Io ho sempre operato dal lato della procura, prima con compiti investigativi e poi con mansioni di inquirente. Ogni volta che ho pensato di rientrare in Italia per posizioni aperte che potevano interessarmi, mi sono misurata con la rigidità del nostro sistema nazionale, per il quale io non sono un magistrato, dato che non ho fatto il concorso», spiega con un sorriso dispiaciuto, ma non privo di ironia.

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Alice è minuta e gentile. Nulla contrasta più del racconto degli odori di quei corpi e della pioggia battente e ossessiva dell’America Latina con l’atmosfera insieme rilassata e vivace che si respira a Venezia all’Osteria alla Vedova-Cà d’Oro, in un giorno invernale di tiepido sole e di foschia rarefatta. Alla Vedova, che era uno dei locali preferiti da Hugo Pratt, Tinto Brass e Gino Strada, l’oste ci porta come antipasto la specialità della casa: delle polpettine di carne che, in effetti, sono molto buone (ogni giorno la cucina ne sforna 1.500).

Alice è di Venezia: «Mio padre Carlo era un architetto. Mia madre Daniela è stata a lungo un funzionario dell’Onu. Da bambina e da ragazza mi sono spostata fra Venezia e New York, Santiago del Cile e Mostaganem, una città dell’Algeria nordoccidentale non lontano da Orano, dove i miei genitori insegnavano all’università in un progetto di cooperazione internazionale francese. A Venezia, abitavamo nel sestiere di Dorso Duro. Mio nonno Angelo, che era un dirigente delle Generali, aveva l’ufficio sopra le Procuratie di Piazza San Marco. Quando ero piccolina, io e mia mamma ci mettevamo sotto le sue finestre e lo chiamavano dalla strada: lui scendeva e andavamo tutti insieme a pranzo all’Hostaria da Zorzi. Ho frequentato il liceo classico Marco Polo. Adesso, quando torno dall’Olanda, sto nella casa di mia madre, che è a Cannareggio: dall’altra parte dell’acqua, come diciamo noi veneziani».

Come primo piatto, prendiamo entrambi della pasta al pesto, cucinata secondo la ricetta genovese. Da bere, Alice sceglie un bicchiere di Soave, mentre io ne preferisco uno di Refosco. Siamo arrivati poco prima dell’una. In pochi minuti l’osteria, che è di proprietà della famiglia Doni dal 1891, si riempie. La passione per il diritto e la giustizia è un elemento culturale e umano, prima che professionale, per Zago: «I miei genitori erano di estrema sinistra. Avevano forti venature anarchico creative. Ed erano laicissimi. Si sorpresero quando scelsi di inscrivermi a giurisprudenza, che per loro rappresentava una facoltà specificatamente borghese, e di farlo per di più alla università Cattolica di Milano. Dopo il primo anno, confermai la scelta di giurisprudenza, ma preferii spostarmi alla Statale, dove mi sono poi laureata in diritto greco antico con Eva Cantarella». L’interesse intellettuale degli individui non è, in quel periodo, soltanto astratto, ma porta il timbro di una stagione della nazione: «Era l’epoca delle attività antimafia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Gli attentati in cui morirono nel 1992 hanno segnato la mia generazione. Volevo fare il magistrato. A Milano era in corso l’inchiesta di Mani Pulite. Quando, nel 1993, si tenne il processo per la tangente Enimont, seguii molte udienze. Non ho assistito all’interrogatorio di Antonio Di Pietro a Bettino Craxi. Ero invece fra il pubblico quando è stato chiamato a deporre Arnaldo Forlani, che era roso dalla tensione. Ammiravo in aula la logica e l’oratoria di Giuliano Spazzali, l’avvocato difensore del principale accusato, il finanziere del Partito Socialista Sergio Cusani».

Intanto, l’oste porta in tavola il secondo: per Alice del baccalà, cotto e poi montato a mano con olio e un filo di latte; per me del polipo in umido, cucinato con salsa di pomodoro, alloro e olive taggiasche.

Alice ancora adesso sembra la ragazza che è stata. Dopo la laurea, tramite la Ong “Non c’è pace senza giustizia” Zago svolge uno stage a Strasburgo al Parlamento europeo («in particolare collaboravo con il gruppo dei Radicali, che era animato da Emma Bonino, Marco Cappato e Benedetto Della Vedova») e allo stesso tempo frequenta un master in diritti umani all’università di Lovanio, in Belgio. Quindi, il passaggio all’Onu: «Dopo l’anno nella giungla sulle montagne, sono stata per un altro anno a Città del Guatemala, con una funzione di coordinamento di chi stava sul campo a occuparsi di massacri militari e di ribellioni nate dalla fame, i “linchamientos” con cui periodicamente i più poveri fra i poveri perdevano il controllo e uccidevano i latifondisti, anche se più spesso la loro ira si sfogava su dei capri espiatori della loro stessa comunità e, allora, le autorità pubbliche tendevano a ridurre il tutto a “cosas de indios”».

Conclusa l’esperienza in America Latina, Alice è a New York all’Onu dove – ancora tramite la Ong “Non c’è pace senza giustizia”, finanziata da fondi dell’Unione europea – lavora per due anni alla missione diplomatica di East-Timor, appena diventato indipendente dall’Indonesia. «Nel 2004 sono entrata all’International Criminal Court. Il mio primo lavoro è stato da investigatrice in Congo, nella regione dei Grandi Laghi. La provincia di Ituri era stata devastata dallo scontro fra gli Hema e gli Ngiti, che aveva caratteri etnici ed economici, per il controllo del mercato nero dell’oro, del petrolio e del cobalto. La nostra base era un container nel campo dell’Onu a Bunia, il capoluogo. Eravamo una squadra di quattro persone: io mi occupavo dei bambini soldati e delle violenze sessuali, gli altri tre colleghi degli assassinii e delle torture».

Le sue frasi, nel contrasto con la Venezia pacifica seppur segnata dall’ombra del Covid, restano come sospese nell’aria. L’intensità del ricordo viene mitigata dalla razionalità della giurista, che si è affinata nel 2012 e nel 2013 alla Harvard Law School: «Il nostro lavoro, quella volta, ha funzionato. Le investigazioni hanno portato a due processi: uno sui bambini soldati e uno sugli eccidi, le violenze sessuali e le torture. I due principali imputati erano i leader dell’Union des patriotes congolais: il capo politico Thomas Lubanga Dyilo, che ha preso quattordici anni di carcere, e quello militare Bosco Ntaganda, che è stato condannato a trent’anni».

Il lavoro negli scenari della guerra e la collaborazione con l’Interpol, l’Europol, le polizie e i servizi di sicurezza nazionali disegnano un mosaico complesso, in cui non sempre il risultato finale è nitido e coerente con la verità storica: «Nulla è più duro – dice – di trovarsi in dibattimento con prove diventate inutilizzabili perché inquinate, con testimoni che all’improvviso cambiano versione o che scompaiono o che vengono uccisi».

Zago, da magistrato, è ora impegnata su quattro dossier: le violenze post elettorali in Kenya del 2007 (il prossimo 15 febbraio all’Aja parte il processo contro Paul Gicheru, un avvocato ritenuto artefice di inquinamento delle prove e di corruzione di testimoni), gli eccidi del gruppo terroristico jihadista Boko Haram in Nigeria nel 2010, la seconda guerra nell’Ossezia del Sud nel 2008 fra la Georgia, la Russia e le repubbliche separatiste filorusse e, infine, i presunti crimini contro l’umanità compiuti dal 2017 nelle carceri del Venezuela.

Il senso di distanza fra il nostro Occidente e tanti altri luoghi del mondo può essere amaro quanto il caffè espresso senza zucchero che ci viene servito alla fine del nostro pranzo: «L’esperienza più dolorosa? Credo in Africa: il silenzio delle donne stuprate e la normalità, qualche volta il vanto e la spavalderia, presenti nei racconti dei bambini-soldato di dieci anni per le violenze e le uccisioni da loro compiute. Come tutti quelli che fanno il mio lavoro, anche io ho dovuto affrontare le conseguenze emotive e interiori della “secondary traumatization”, la sensazione di paralisi e di impossibilità a fare qualunque cosa che ti può colpire quando raccogli quei racconti e poi rimani ossessionato dalla fine che possono avere fatto non solo le vittime, ma anche i giovani autori di quei grandi crimini. Perché anche loro sono delle vittime», dice con l’espressione emozionata Alice, piccola veneziana nel mondo grande.

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