The European House -Ambrosetti

Alimentare, su 100 euro di spesa delle famiglie solo 5,1 vanno all’agroalimentare

I dati della filiera allargata che va dall’agricoltura alla ristorazione passando per l’industria di trasformazione alimentare, l’intermediazione e la logistica e la grande distribuzione

di Giorgio dell'Orefice


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(Federico Rostagno - stock.adobe.com)

3' di lettura

Forse fino a non molti anni fa è stato a lungo sotto considerato, adesso è di certo sovraesposto soprattutto mediaticamente. Tuttavia è un fatto che il settore alimentare made in Italy, o meglio, la filiera agroalimentare estesa quella cioè che dall’agricoltura arriva alla ristorazione passando per l’industria di trasformazione alimentare, l’intermediazione e la logistica e naturalmente la grande distribuzione organizzata sia un settore strategico per l’Italia. Anzi, il primo settore economico con un fatturato di 538,2 miliardi di euro (pari alla somma del Pil di Danimarca e Norvegia), un valore aggiunto di 119,1 miliardi, 3,6 milioni di occupati (pari al 18% del totale degli occupati in Italia) e 2,1 milioni di imprese.

Un identikit della filiera agroalimentare estesa è stato tracciato uno studio di The European House-Ambrosetti che è stato presentato a Roma da Federdistribuzione, Adm (Associazione distribuzione moderna) Coop Italia e Conad.

Lo studio oltre a tratteggiare il perimetro e i valori messi in campo dalla filiera agroalimentare estesa in Italia ha provveduto anche ad analizzare la distribuzione del valore all’interno del settore con l’obiettivo di dare un contributo se non altro basato su dati oggettivi (sono stati analizzati 90mila bilanci di imprese su un orizzonte temporale di 7 anni per un totale di 25 milioni di osservazioni) che possa almeno mettere in discussione le tante “fake news” che, proprio riguardo alla distribuzione del valore, circolano su vari canali media generando spesso confusione nel pubblico.

I dati oltre a restituire la dimensione dei valori assoluti offrono anche l’immagine di un settore alle prese con una dinamica di mercato positiva. «Dal 2000 a oggi – ha spiegato l'ad di The European House-Ambrosetti, Valerio De Molli il fatturato complessivo è cresciuto del 39,9%, il valore aggiunto è aumentato del 33,4%, l’occupazione dell’11,2% e soprattutto l'export ha avuto un vero e proprio boom: +144,2%.

Si tratta inoltre del IV settore economico su 245 in Italia per crescita degli occupati negli ultimi 3 anni. Sotto questo profilo fornisce un importante contributo all’occupazione giovanile (gli under 30 rappresentano il 18% del totale) e soprattutto l’occupazione femminile (le donne rappresentano il 62% degli occupati). Senza contare che nella filiera agroalimentare allargata è impiegato il 29% del totale occupati delle regioni del Sud».

Ma i dati più sensibili e anche più a rischio fake news forniti da The European House-Ambrosetti sono quelli relativi alla distribuzione del valore. Innanzitutto – secondo quanto emerge dallo studio – su 100 euro di spesa alimentare delle famiglie solo 5,1 vanno alla filiera agroalimentare (il 32,8% copre i costi di logistica, il 31,6% costi del personale, il 19,9% le casse dello Stato). Ma soprattutto dei 5,1 euro su 100 che vanno alla filiera agroalimentare estesa il 43,1% va all'industria di trasformazione, il 19,6% all’intermediazione, il 17,7% all’gricoltura, l’11,8% alla distribuzione e il 7,8% alla ristorazione.

«Su questa distribuzione degli utili che riconosce così poco alla filiera agroalimentare stiamo lavorando – ha spiegato l'ad di Conad Francesco Pugliese – puntando in particolare ad accordi che prevedano un rapporto più stretto con i fornitori che ci consenta di risalire a monte tagliando qualche passaggio».

«Ma soprattutto i dati evidenziati da Ambrosetti – ha aggiunto il presidente di Coop Italia Marco Pedroni – chiariscono che qualsiasi policy diretta a ridurre i consumi crea un danno alle filiere coinvolte e al Pil del Paese. Per questo non possiamo giudicare positivamente misure come plastic e sugar tax o scelte come quelle di ipotizzare la riduzione delle aperture domenicali, decisione che potrebbe mettere a rischio circa 6 miliardi di fatturato e 45mila posti di lavoro»

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