L’aumento dell’Iva, opinioni a confronto

Interventi

Aliquote razionalizzate e lotta all’evasione

di Pietro Reichlin


default onloading pic
(Stefano Scarpiello Imagoeconomic)

3' di lettura

Le clausole di salvaguardia concordate con la Commissione europea per il 2020 e 2021 sono una pesante ipoteca che grava sulle spalle dei contribuenti italiani. Se non saranno individuate altre misure necessarie a rispettare i vincoli di bilancio, l’Iva aumenterà automaticamente in una misura compresa tra i 3 e i 4 punti percentuali (+3% per l’aliquota ridotta, +3,2% per quella ordinaria nel 2020 e + 4,5% nel 2021). L’equivalente in termini monetari di queste clausole è di 52 miliardi nel biennio 2020-21, in aumento di circa 11 miliardi rispetto alle clausole già concordate in precedenza. Stando agli annunci dei partiti di maggioranza, l’esecutivo vorrebbe sterilizzare le clausole, come ha già fatto quest’anno, e come avevano già fatto Renzi e Gentiloni. Tuttavia, il governo si è anche impegnato ad attuare programmi fiscali che aumenteranno la spesa corrente (Reddito di cittadinanza e Quota 100) senza individuare coperture certe e durature.

Non appare plausibile che la somma di tutte queste spese (comprese le clausole di salvaguardia) siano compensate da riduzioni di spesa o da entrate per privatizzazioni di beni pubblici. Dunque, sterilizzare l’Iva significa spostare la pressione fiscale verso altre fonti di entrata per cittadini e imprese, cioè redditi personali e d’impresa, contributi sociali o patrimoni. Un elementare principio di trasparenza vorrebbe che si cominciasse già ora a dissipare un’incertezza che può tarpare la fiducia dei ceti produttivi, in una fase sfavorevole del ciclo economico.

L’ipotesi di portare l’Iva ai massimi livelli, cioè il 25-26%, non è certamente nuova. I vantaggi sarebbero principalmente due: l’aumento della posizione competitiva delle imprese esportatrici (l’incremento Iva grava sui beni importati, ma non su quelli esportati) e la minore distorsività dell’imposizione indiretta (un vantaggio che si otterrebbe se l’incremento Iva consentisse di alleggerire il cuneo fiscale). In particolare, gli aumenti dell’Iva equivalgono a una sorta di svalutazione competitiva e hanno scarsi effetti negativi dal lato dell’offerta. Più in generale, l’idea di spostare la tassazione verso l’imposizione indiretta è coerente con quella di puntare su una semplificazione estrema del sistema fiscale, per ridurre i costi amministrativi e di compliance, incentivare la produzione e l’offerta di lavoro. Chi propone di adottare aliquote piatte (come la Lega e Forza Italia) dovrebbe anche favorire un aumento generalizzato dell’Iva, per dovere di realismo e per coerenza logica. Altrimenti non si capisce come sia possibile compensare la caduta del gettito Irpef (dovuto alla flat tax) senza tagliare drasticamente i servizi pubblici.

Queste considerazioni si scontrano, però, con altre osservazioni di segno contrario. In primo luogo, un aumento dell’Iva al 25-26% potrebbe avere effetti depressivi sulla domanda interna, specie se attuato in una fase di rallentamento dell’economia italiana, e colpirebbe in misura relativamente maggiore il potere d’acquisto delle famiglie con redditi medio-bassi, che hanno più sofferto durante la crisi. Inoltre, le caratteristiche del nostro sistema sociale e produttivo, cioè il potere di condizionamento delle categorie che operano nel settore del commercio e delle professioni, aumentano il costo politico di un aumento dell’Iva. Ciò spiega perché il governo abbia promesso di sterilizzare le clausole di salvaguardia.

Ma questa promessa non tiene conto del costo sociale delle misure alternative che sono necessarie per il consolidamento dei conti pubblici. Teniamo conto che, per effetto della minore crescita del Pil prevista per il 2019, il deficit di fine anno salirà probabilmente al 2,4% e il debito pubblico potrebbe crescere dell’1% (calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio). Quando i nodi verranno al pettine, sarà probabilmente necessario rivedere i programmi più costosi (reddito di cittadinanza e contro-riforma pensionistica) che lo stesso governo ritiene «temporanei» e «sperimentali», e lavorare su un serio progetto di revisione del sistema fiscale. Se questa è l’intenzione, io suggerirei di abbandonare progetti tanto “rivoluzionari” quanto irrealistici (come la flat tax o l’aumento drastico dell’imposizione indiretta) e cercare, piuttosto, di allargare la base imponibile e semplificare il sistema tributario. Da questo punto di vista sarebbe utile cominciare a erodere la consistenza delle spese fiscali (esenzioni e detrazioni in dichiarazione Irpef) e anche ritoccare la struttura dell’Iva.

Occorre ammettere che in Italia abbiamo un numero eccessivo di eccezioni (spesso immotivate) all’imposta ordinaria, con aliquote ridotte (al 4, al 5 e al 10%) su una quantità elevata di prodotti, non tutti di prima necessità. La combinazione di queste eccezioni e dell’evasione dell’imposta (spesso incoraggiata dalla molteplicità delle aliquote) determina un mancato gettito di oltre 40 miliardi, rispetto a quanto dovrebbe incassare lo Stato sulla base dell’aliquota ordinaria. Ciò consiglierebbe di porre mano a una razionalizzazione dell’insieme delle aliquote e fare un maggiore sforzo sul fronte del recupero dell’evasione.

loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti