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Alitalia (e privatizzazioni), il vento non cambia

di Guido Gentili


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(Reuters)

2' di lettura

Doveva essere la stagione delle privatizzazioni e della “riscossa” dell’Alitalia. Per le privatizzazioni (ma meglio sarebbe dire dismissioni di partecipazioni di aziende pubbliche ora in capo al ministero dell’Economia (Mef) e da girare contabilmente alla Cassa depositi e prestiti, fuori dal perimetro della Pa) siamo a zero. Anche se il governo gialloverde Cinque Stelle-Lega, col timbro del ministro Tria nel Def, ha indicato un gettito di ben 18 miliardi per il 2019 per contribuire alla riduzione del debito pubblico. Siamo a metà luglio, e forse dovremo aspettare ottobre, quando dovrà essere presentata la legge di bilancio 2020, per capire come sarà sciolto il nodo.

Di sicuro c’è intanto che non tira aria di privatizzazioni vere e spira piuttosto un bel vento contrario. La nazionalizzazione di Alitalia, in vista della scadenza del 15 luglio, è tornata in pista apertamente, dopo che martedi 9 luglio “Fonti del Mise”, il ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio, hanno confermato che «si va verso la newco con la maggioranza assoluta delle Ferrovie e del Mef».

Per la verità fino a questo momento si era parlato di un 35% di Fs e di un 15% del Mef e il resto ad azionisti privati, con la compagnia americana Delta Airlines a fare da pivot. Ma proprio Delta, mettendo paletti precisi, insiste perché la soluzione sia credibile in termini di business e di solidità finanziaria.

Dopo l’imprenditore Claudio Lotito, perde consistenza l’ipotesi dell’imprenditore German Efromovich, azionista di maggioranza della compagnia aerea colombiana Avianca e calano le quotazioni del gruppo italiano Toto. Mentre salgono quelle di Atlantia , la holding della famiglia Benetton nelle vesti di quarto socio forte assieme a Fs, Mef e Delta che incrocia il rovente caso della concessione Autostrade. Vedremo come finirà la partita entro il 15 luglio, che potrebbe prevedere anche l’ingresso, a cavallo tra azionisti pubblici e logica economica privata, del fondo QuattroR, partecipato dalla Cdp e da altri investitori istituzionali.

Rimane il fatto, nazionalizzazione hard o soft che sia, detta o non detta, che da dieci anni a questa parte, da quando cioè (governo Berlusconi e non solo) fu bloccata la cessione di Alitalia ad Air France, la storia della compagna di bandiera è stata caratterizzata e punteggiata dall’idea del salvataggio pubblico, che in pratica significa un grande esborso di soldi dei contribuenti italiani. Questa è stata la bussola dei governi di centrodestra e centrosinistra e questa è la bussola del “governo del cambiamento”. Che non ha cambiato rotta (“operazione di mercato e niente soldi pubblici”, aveva detto il ministro Di Maio ad agosto 2018) e ha anzi rilanciato. In questo, coerentemente con le etichette di “sovranista” e “nazionalista”, anche se a pagare restano i contribuenti.

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