In vista del Cda

Alitalia, i tre punti deboli del nuovo piano industriale

di Gianni Dragoni

(ANSA)

3' di lettura

Alitalia continua a perdere quasi due milioni di euro al giorno e il piano industriale presentato dall'amministratore delegato, l'australiano Cramer Ball, assomiglia sempre di più a un piano dei sogni anziché a un progetto concreto per raddrizzare i conti della compagnia.

Primo punto debole: solo minirisparmi al di fuori del personale
Il consiglio di amministrazione di Alitalia oggi dovrà prendere atto di una situazione che rimane drammatica e di diversi punti deboli del piano. Il primo punto di debolezza è che Alitalia non riesce a ottenere i risparmi previsti per i costi al di fuori del personale. Parliamo dei costi di leasing degli aerei, dei contratti di manutenzione che l’azienda ha definito fuori mercato, dei costi per i servizi negli aeroporti e i costi di acquisto da fornitori. Dall’inizio dell’anno a oggi sono stati fatti risparmi per circa 25 milioni di euro, ben lontano dall’obiettivo di arrivare a 160 milioni di risparmi entro la fine dell’anno che era stato indicato dal consiglio di amministrazione. Un cda nel quale prosegue la contrapposizione tra le banche azioniste, Unicredit e Intesa Sanpaolo, e il socio degli Emirati Arabi Uniti, Etihad Airways, che da due anni e tre mesi ha fatto le scelte principali di gestione, compresa l’indicazione dell’amministratore delegato e dei dirigenti più importanti, ma senza portare la compagnia al pareggio dei conti previsto quest’anno. Di questo passo, il bilancio 2017 chiuderebbe con una perdita di gestione di circa 650 milioni, secondo stime interne alla compagnia.

Secondo punto debole: i ricavi ancillari non aumentano
Il secondo punto di debolezza del piano industriale è la mancata crescita dei ricavi. Il piano di Ball prevede (o forse sarebbe meglio dire promette) una crescita dei ricavi ancillari, cioè le entrate aggiuntive alla vendita dei biglietti che dovrebbero derivare dall’offerta di servizi aggiuntivi rispetto al biglietto base, come fanno le maggiori compagnie low cost: il bagaglio imbarcato, la scelta del posto, il pagamento con carta di credito, i pasti a bordo. Alitalia dice che in media ha entrate ancillari pari a 7 euro a passeggero, «tale livello è notevolmente più basso rispetto alle low cost», che hanno 15-20 euro in media di entrate addizionali. Per incrementare queste entrate sono state spese decine di milioni di euro per rinnovare i sistemi informatici con un nuovo sistema, il Sabre, al posto del vecchio Arco. L’investimento è stato fatto per uniformare Alitalia al suo partner Etihad e la scelta è stata voluta da James Hogan, l’amministratore delegato di Etihad che è vicepresidente di Alitalia. Ma adesso, da quanto trapela, si è scoperto che il Sabre non riesce a dare i risultati attesi, mentre i costi di gestione sono aumentati, una fonte sindacale dice che sono quintuplicati.

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Terzo punto debole: si taglia solo il costo del lavoro, ma così Alitalia non si salverà
Fatte queste premesse, ad Alitalia rimane una direzione nella quale cercare di fare tagli: il costo del personale. Il piano prevede risparmi per 163 milioni l’anno attraverso due misure, un nuovo contratto collettivo di lavoro con la riduzione media del 31% degli stipendi e l’uscita dall’azienda di 2.500 lavoratori, di cui 2.037 esuberi nei servizi di terra, gli altri sarebbero piloti e hostess. La trattativa con i sindacati non è prossima a un accordo, ma va avanti e dentro l’azienda si fa l’ipotesi che si potrebbe chiudere con un accordo a metà aprile, con un risparmio di 100-120 milioni l'anno sul costo del lavoro. Gli esuberi verrebbero sostanzialmente dimezzati, gli stipendi verrebbero tagliati del 10-15% in media. Se così fosse, a pagare per la crisi che è dovuta a una cattiva gestione (lo ha detto anche il governo) sarebbero solo i lavoratori di Alitalia, ma l’azienda non risolverebbe i problemi, perché continuerebbe a perdere soldi. E verrebbe smentito quello che Alitalia ha detto ai sindacati, cioè che due terzi dei risparmi dovrebbero venire al di fuori del costo del lavoro.

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