elzeviro

All’armi siam razzisti

di Guido Barbujani

. «In difesa della razza», la rivista uscita dopo le leggi razziali del fascismo

4' di lettura

È possibile, è giusto, giudicare in blocco i comportamenti di un intero popolo? La risposta di Primo Levi, come sappiamo, era sì. Ci sono tendenze generali, a cui i singoli possono sottrarsi (e così facendo non condividerne la responsabilità) ma a cui la maggioranza obbedisce: e questa obbedienza di massa legittima un giudizio collettivo. Levi pensava alla Germania ai tempi della Shoah; nel loro Non sono razzista, ma (Feltrinelli), Luigi Manconi e Federica Resta si interrogano invece sull’Italia dei nostri giorni. La loro risposta è netta: dire che gli italiani sono razzisti è una sciocchezza, ma è vero che in Italia comportamenti apertamente razzisti sono sempre più tollerati e giustificati. Come hanno notato i linguisti (in particolare Federico Faloppa in Contro il razzismo, a cura di Marco Aime, Einaudi), la frase «non sono razzista, ma» è carica di significato. Dimostra come il razzismo non stia bene sbandierarlo, ed è già un progresso: nel 1938, su La Difesa della razza si proclamava invece che «è tempo che gli italiani si dichiarino apertamente razzisti»; però il “ma” introduce una conclusione che, c’è da scommetterci, negherà la premessa. Oggi gli atteggiamenti discriminatori, scrivono Manconi e Resta, sono appunto così: meno espliciti di un tempo e più diffusi. Si mettono le mani avanti, ma si finisce per manifestare opinioni e pregiudizi fino a pochi anni fa giudicati volgari o inaccettabili. Sembrerebbe insomma che la fenomenale capacità italica di assuefarsi a qualsiasi cosa si stia estendendo al discorso razzista, meglio se soggetto a preventivo maquillage: per esempio, in nome della tutela dei diritti degli autoctoni, o di preziose tradizioni messe a repentaglio nella società multietnica. Quanto poco fondamento abbiano queste posizioni, quanto poco corrispondano ai fatti, Manconi e Resta lo documentano fin dalle prime pagine. Non è vero né che il nostro Paese sia sottoposto a un tasso di immigrazione insopportabile, né che gli immigrati godano di privilegi rispetto agli altri cittadini, né che l’immigrazione produca costi per il bilancio dello Stato. È vero il contrario, come tutti sanno ma molti dimenticano: secondo Confindustria, nel prossimo decennio l’Italia avrà bisogno di 150mila immigrati l’anno, e qui Italia vuol dire, per esempio, il sistema pensionistico, l’Inps. E allora? È sotto gli occhi di tutti: Libertà ha stravinto, di Uguaglianza e Fraternità non si sente più parlare, o se ne parla malissimo. Con l’accentuarsi delle disuguaglianze, la fraternità – oggi la chiamiamo solidarietà – ha cambiato connotati. Era la risorsa dei più deboli, adesso i deboli la vedono come un lusso che solo i ricchi possono permettersi. E allora «se gli immigrati vi piacciono tanto, prendeteli a casa vostra», punto. Ma se si attenuano o saltano i legami di solidarietà, se non ci si sente più in qualche modo sulla stessa barca, cambiano tante cose. Pratiche di esclusione e discriminazione diventano prima concepibili, poi praticabili, infine vengono reclamate come ultima risorsa davanti a conflitti che sembrano senza uscita. Così, in uno dei passi più intensi e sorprendenti del libro, Manconi e Resta provano a interpretare le parole “non siamo razzisti, ma” in chiave diversa. Possono anche, ci dicono, essere lette come una richiesta d’aiuto: fate funzionare lo stato sociale, aiutateci a non diventare razzisti. Nell’età che qualcuno ha chiamato della post-verità, non stupisce trovare in questo libro la dimostrazione, una volta di più, che cose non vere, se ripetute a sufficienza e a voce sufficientemente alta, possono penetrare un po’ alla volta nel senso comune. Come ci siamo arrivati? Per un intero capitolo, con accuratezza da antropologi e (il che non è semplice) con grande equilibrio, Manconi e Resta si concentrano su una figura esemplare, quella di Roberto Calderoli. Un razzismo bonario, il suo, anche quando chiama orango una ministra della Repubblica, Cécile Kyenge; una «xenofobia strapaesana», fatta di dichiarazioni virulente, ma presto banalizzate e minimizzate; un sistema «di stereotipi, di pregiudizi e di cliché» di cui si coglie subito la fragilità, camuffata da buon senso. Il tutto, però, accompagnato da una strategia comunicativa elementare ma efficace, e da quella che gli autori battezzano giustamente «la tendenza a una puerile e spensierata irresponsabilità». Si lancia il sasso e si ritira la mano; si mostra in televisione una maglietta con una vignetta islamofoba, e se poi (attraverso una catena di eventi che Calderoli non poteva prevedere, ma a cui non è estraneo) si finisce con undici morti, pazienza, tanto sono morti a Bengasi.
Un solo, piccolo appunto. A questo libro, bello, intenso e (il che non è semplice) mai sopra le righe, manca secondo me un capitolo. «Doctor Ho is in the house», dicevano gli americani in Vietnam, quando avvertivano la vicinanza del nemico: abbiamo in casa il dottor Ho, i vietcong. Nel maggio di quest’anno, il presidente Pd della regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, che pure ha frequentato le aule dei tribunali e ci avrà senz’altro letto che la legge è uguale per tutti, ha dichiarato che una violenza sessuale è «più inaccettabile» se perpetrata da un richiedente asilo; a luglio, Patrizia Prestipino, del Pd, ha invocato misure in difesa della razza italiana; a settembre, Alice Zanardi, sindaco Pd di Codigoro, ha pensato di tassare chi offrisse ospitalità a immigrati nel suo Comune. La scelta degli immigrati come capro espiatorio su cui far sfogare la frustrazione dei cittadini, in una ricerca degradante di consenso a buon mercato, non è più il triste monopolio della destra estrema; ormai trova spazio anche nel partito di Luigi Manconi. Abbiamo in casa il dottor Ho, senatore Manconi: facciamo qualcosa per neutralizzare, prima di tutto, il razzismo di chi ci sta vicino o finiremo per perdere, senza quasi combatterla, la battaglia di civiltà più importante dei nostri tempi.

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