Pandemia e coordinamento tra Stati

All’Europa manca il governo delle emergenze

di Sergio Fabbrini

4' di lettura

Il Consiglio europeo (che riunisce i leader dei 27 stati membri dell'Unione europea, Ue) si è da poco concluso. Tanta discussione, poca decisione. Non ha deciso, tra l'altro, come contrastare la quarta ondata pandemica. Prima della riunione, alcuni governi (tra cui il nostro) avevano deciso di contrastarla introducendo misure restrittive per l'entrata nei rispettivi Paesi. Tali misure sono state quindi criticate dagli altri governi in nome di “un maggiore coordinamento”, così da preservare l'integrità dell’area di Schengen (costituita di 26 Paesi, 22 dei quali membri dell'Ue, nella quale non dovrebbero esserci frontiere). Alla fine, la riunione si è conclusa con nessuna decisione. Ogni governo deciderà cosa fare per il proprio Paese. Un esito che testimonia che l'Ue non dispone di un governo per l’emergenza, anche se pensa di surrogarlo con il richiamo al maggiore coordinamento tra i governi nazionali. Vediamo meglio.

La libertà di circolazione (promossa dall’Accordo di Schengen siglato originariamente il 14 giugno 1985) è stata cruciale per creare le condizioni del mercato unico. Con l’arrivo della pandemia, nel 2020, quella libertà è stata messa in discussione. Già nel marzo dell’anno scorso, diversi Paesi dell’area Schengen introdussero controlli indistinti alle loro frontiere (chiudendole a spostamenti provenienti da altri Paesi, quelli più colpiti). Nell’aprile-maggio del 2020, la Commissione europea propose alcune guidelines per ridurre gradualmente tali controlli indistinti e per favorire un approccio coordinato. Anche se la circolazione nell’area Schengen è regolata da un regime comunitario, i governi nazionali hanno comunque il potere di sospenderne l’applicazione, seppure temporaneamente. Infatti, con l’arrivo della nuova ondata del virus, nel febbraio del 2021, otto Paesi introdussero nuove restrizioni, seppure motivate dalla loro «temporaneità». Nel giugno 2021, la Commissione elaborò una nuova strategia «per rendere l'area Schengen funzionante e resiliente». Il Consiglio europeo del 24-25 giugno 2021, che avrebbe dovuto discutere tale strategia, preferì non farlo. La situazione sanitaria sembrava migliorare, tant’è che ad ottobre 2021 solamente la Danimarca e la Francia continuavano a mantenere controlli alle loro frontiere. Con la diffusione della variante Delta, però, altri Paesi (Austria, Germania e Svezia) ricorsero ai controlli frontalieri, seppure «fino alla fine di novembre 2021». Seguendo l’invito del Consiglio europeo ad un maggiore coordinamento, la Commissione europea ha quindi avanzato, il 25 novembre 2021, una nuova proposta per coordinare la circolazione all’interno dell'area Schengen, basata su un approccio individuale e non nazionale. La persona che dispone di un Digital Covid Certificate (introdotto il 1° luglio 2021) non è sottoposta a restrizioni nei suoi spostamenti, a prescindere dal Paese da cui proviene. Ma anche questa proposta non è stata mai discussa. Con l’arrivo di Omicron, che sta colpendo alcuni Paesi più di altri, si sono riaperte le divisioni tra i governi nazionali. Maggiore coordinamento? Chiacchiere.

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Dunque, chi governa l’area Schengen? Quando la libertà di circolazione è collegata al funzionamento del mercato unico, allora la Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, avanzando proposte che dovranno essere approvate (con criteri diversi di maggioranza) dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento europeo. Quando, però, la libertà di circolazione arriva ad influenzare la sicurezza nazionale o la salute dei cittadini nazionali, allora i governi nazionali sono autorizzati ad agire unilateralmente. In quest’ultimo caso, spetta al Consiglio europeo coordinare consensualmente le loro politiche. Ma l’unanimità porta spesso alla paralisi. Quindi, con l’accordo di Schengen, gli stati hanno deciso di integrarsi creando un unico territorio, ma non si sono dati uno strumento unico per governarne i vari aspetti. Non solamente gli stati difendono le frontiere esterne sulla base delle proprie idiosincrasie nazionali (ad esempio, il governo polacco ha proposto recentemente di costruire un muro lungo la propria frontiera con la Bielorussia), ma le stesse frontiere interne possono riemergere in base alle contingenti esigenze di ogni singolo stato. Nel caso della pandemia, gli stati hanno riconosciuto che non si può contrastarla da soli, ma poi non dispongono di strumenti per contrastarla insieme. Non solamente l’Ue non ha il decisore per l’emergenza, ma non vi è neppure la consapevolezza che sia necessario averlo. Pochi giorni fa, all’interno della Conferenza sul futuro dell’Europa, un Panel di 200 cittadini ha votato una serie di “raccomandazioni” per migliorare il funzionamento dell’Ue. Si tratta di un vero e proprio campionario del democraticismo populista, come (ad esempio) promuovere referendum trans-nazionali o istituire piattaforme digitali multifunzionali «per far sentire la voce dei cittadini». Il Panel raccomanda, addirittura, di consentire a “cittadini indipendenti” di partecipare come osservatori ai processi decisionali dell’Ue. Per il Panel (punto 36), «la democrazia consiste nel rappresentare il popolo (i cittadini dell’Ue)», non già (anche) nel prendere decisioni per rispondere democraticamente alle esigenze di quel popolo. Se l’Ue non ha strumenti per governare le emergenze, potrebbe farlo con le piattaforme digitali? Chiacchiere.

Insomma, vista la confusione decisionale, Mario Draghi non poteva che difendere le scelte prese dal suo governo. Tuttavia, esse non bastano. Ci vuole un governo europeo, non già un coordinamento tra governi nazionali, per affrontare le emergenze.

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