LE ANALISI DELL’IESE

All’Europa serve una strategia unica sul clima

di Xavier Vives


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(AdobeStock)

3' di lettura


Il movimento giovanile Fridays for Future è nato per chiedere ai Governi di dare la priorità alla lotta contro i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale. Questi venerdì di protesta sono nati nel 2018 sotto l’impulso di una sedicenne svedese, Greta Thunberg, che nei suoi discorsi politici si scaglia contro i Governi e le élite dell’Occidente. Ma non tutti i responsabili del riscaldamento globale sono ubicati nei Paesi industrializzati.

Le emissioni di diossido di carbonio stanno crescendo insieme alla ripresa economica. Le fonti di queste emissioni sono varie, ma il 41% deriva da trasporti, riscaldamento e industria, tutte aree che devono confrontarsi con complicate transazioni verso fonti energetiche alternative.
L’astro montante della sinistra del Partito democratico negli Stati Uniti, Alexandria Ocasio-Cortez, ha proposto un «Green New Deal» per contrastare al tempo stesso i cambiamenti climatici e la disuguaglianza. Il nobile obiettivo del piano è arrivare, per il 2050, a quota zero emissioni.
Un progetto del genere richiederebbe investimenti enormi nelle infrastrutture energetiche e dei trasporti, e nella riqualificazione della forza lavoro. Si profilerebbero anche sussidi per le industrie verdi e un sistema di garanzia occupazionale federale. Come succede sempre con proclami politici così ambiziosi, i costi non sono stati interamente calcolati.


Concentriamoci sull’obiettivo di eliminare gradualmente le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Sorgono due interrogativi: è un obiettivo realizzabile? E se sì, quanto costerebbe tradurlo in pratica? Il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici stima che ci sarà bisogno di un decremento della produzione di petrolio e gas naturale del 20% entro il 2030 per centrare l’obiettivo di contenimento della temperatura. Ma i combustibili fossili rappresentano ancora l’85% dell’energia mondiale.
A complicare ulteriormente il quadro concorre l’incertezza sull’efficienza delle tecnologie di controllo delle emissioni, e la reazione della cittadinanza a un aumento dei prezzi dell’energia (si veda il movimento dei gilet gialli in Francia). Inoltre, non esiste alcun consenso su come dovrebbe essere disegnato il mercato dell’elettricità mentre avanziamo verso un costo marginale di generazione pari a zero, quando c’è bisogno di importanti investimenti in capacità produttiva.

Nel gennaio di quest’anno un gruppo di eminenti economisti americani ha pubblicato sul Wall Street Journal una proposta per combattere i cambiamenti climatici, che consiste in una tassa sulle emissioni, a carico di tutti gli operatori economici coinvolti, per compensarne i costi sociali (cioè l’effetto sul clima).
La tassa, secondo le intenzioni, dovrebbe crescere progressivamente per incoraggiare l’innovazione tecnologica e gli investimenti, e rimpiazzare normative che producono effetti più distorsivi. Viene affrontato anche il problema della delocalizzazione delle emissioni, con una «tassa di frontiera» finalizzata a impedire lo scarico delle emissioni in Paesi che non dimostrano rispetto per l’ambiente. Infine, la tassa dovrebbe essere neutrale sul piano dei conti pubblici, ed essere restituita ai cittadini come dividendo universale pro capite.

Le forze politiche, negli Stati Uniti e nel mondo, farebbero prendere in considerazione questa proposta.
Con la Cina e gli Stati Uniti che competono per la leadership mondiale nel campo dell’energia, il ruolo dell’Europa rappresenta un grosso interrogativo. Il vecchio continente è ambizioso al momento di proclamare gli obbiettivi, ma abbastanza disunito quando si tratta di implementare politiche efficienti. L’Europa rischia di diventare irrilevante sul piano geopolitico. La sua dipendenza dal gas russo non farà che crescere e quando si tratta di interloquire con la Russia la Ue non parla con una voce sola.
L’Europa ha bisogno di una strategia di decarbonizzazione per essere competitiva a livello internazionale, e questo significa che deve agire per integrare il suo mercato dell’energia, con un’autorità di regolamentazione unica e le necessarie interconnessioni, se vuole giocare un ruolo da protagonista a livello mondiale.

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