la crisi del polo siderurgico di taranto

All’ex-Ilva ispezione degli impianti, tra la rabbia degli operai che chiedono aiuto al Mise

La produzione è ai minimi storici e nella busta paga di giugno, a causa della cig, gli addetti avranno circa 900 euro, contro i 1.200-1.300 dell’anno scorso. Oggi il consiglio di fabbrica e poi domani lo sciopero di 24 ore

di Domenico Palmiotti

5' di lettura

Il cancello d’ingresso della direzione di stabilimento serrato, due mezzi dei Carabinieri parcheggiati nelle immediate vicinanze, la strada d’accesso sbarrata da un’auto della Digos e fuori 80-100 operai tra dipendenti ArcelorMittal e cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria che stazionano silenziosi e rassegnati. Taranto, mattina dell’8 giugno. Inizio di una nuova, ennesima settimana complicata per il polo siderurgico. Che arriva dopo la presentazione, il 5 giugno, da parte di ArcelorMittal al Governo del nuovo piano industriale 2020-2025. Piano che prevede un drastico taglio della forza lavoro, con 7.500 occupati nel gruppo ed una produzione di 6 milioni di tonnellate. Il che vuol dire 3.200 esuberi tra i diretti, che salgono però a 5.000 includendovi i 1.800 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria (1.600 a Taranto) per i quali decade ogni possibilità di reinserimento al lavoro. «Non è il piano che si attendeva il Governo per Taranto e non rispetta l’accordo dello scorso marzo», ha detto nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, richiamando l’intesa, tra ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria, che prevede, per lo stesso arco temporale, 10.700 occupati (sia pure a regime, a fine piano, perché prima sarebbero temporaneamente scesi con la cassa integrazione straordinaria) ed una produzione di 8 milioni di tonnellate. «Piano irricevibile», hanno detto i sindacati, che il 9 giugno sono stati convocati in video conferenza da Patuanelli e che nella stessa giornata hanno indetto 24 ore di sciopero in tutti i siti del gruppo. Un primo segnale deciso. Per ArcelorMittal, invece, il piano riflette una doppia crisi: del mercato dell’acciaio, che già c’era, e del Covid, che ha causato il crollo degli ordini.

La direzione generale

Le voci della fabbrica
All’arrivo dei commissari Ilva la mattina dell’8 giugno, in fabbrica per l’ispezione programmata sugli impianti, si è sollevata qualche contestazione da parte degli operai che stazionano all’esterno della direzione. Poi silenzio. E tristezza. Stanno in piccoli gruppi, con le mascherine sul volto oppure un po’ distanziati, e attendono. Notizie. Schiarite. Che però non si intravedono. «Siamo in cassa integrazione da fine giugno 2019 - racconta uno di loro -. Allora, in un mese, facevamo due settimane di cassa. Da fine marzo scorso, invece, siamo completamente fuori. La differenza? Che l’anno scorso prendevamo 1.200-1.300 euro al mese, noi siamo infatti turnisti ed abbiamo delle maggiorazioni quando lavoriamo, mentre adesso prendiamo 880-920 euro al mese. Dipende dai carichi di famiglia. Chi prende il reddito di cittadinanza, percepisce anche più di noi». «Preoccupati? È dire davvero poco - affermano gli operai -. Non stiamo lavorando da fine marzo per il Covid, adesso, a giugno, l’azienda ha applicato altre cinque settimane di cassa Covid e dal 6 luglio ne farà scattare altre 9 di cassa integrazione ordinaria. Questo significa che almeno sino a fine anno non si lavora o si lavora pochissimo». «Ci hanno formato, ma a che cosa è servito visto che l’acciaieria 1 l’hanno fermata?», si chiedono gli operai. In effetti l’acciaieria 1, così come l’altoforno 2, sono fermi da settimane insieme ad altri impianti. Dall’azienda i sindacati hanno appreso che sino a qualche giorno fa, su un’organico di 8.200, circa 3.200 erano in cassa integrazione. «Lavorano meno persone di quelle che nelle settimane del Covid ha indicato il prefetto di Taranto per la salvaguardia impianti, cioè 3.500», accusano i sindacati. La produzione è al minimo storico: 7.500 tonnellate al giorno. E anche l’azienda, nel suo piano, fotografa il crollo produttivo dichiarando che nel 2020 le spedizioni saranno pari a 3,5 milioni di tonnellate.

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Operai davanti alla fabbrica

L’attesa nervosa per le buste paga
«Attendiamo il 10 giugno per visualizzare sul portale dell’azienda, nella casella dedicata, il foglio paga di maggio. Quando più di tremila persone vedranno una busta paga di 900 euro, non credo che questo passerà sotto silenzio», dichiara un altro dipendente ArcelorMittal. E c’é una certa attesa per la scadenza del 10 ma soprattutto del 12 giugno quando gli stipendi vengono messi in pagamento. Attesa perché c’é chi si spinge anche ad ipotizzare che ArcelorMittal possa non anticipare la cassa integrazione come ha sempre fatto. E quindi i cassintegrati potrebbero ritrovarsi a zero. Ma su questo non ci sono avvisaglie. La tensione è comunque tanta, l’avversione di moltissimi dipendenti verso ArcelorMittal aperta e manifesta, e c’è chi afferma che neppure la gestione dei Riva, ex proprietari del gruppo, si è spinta a tanto. «I Riva, che pure hanno responsabilità, sono stati cacciati dopo l’inchiesta della Magistratura - si commenta -. E sono stati in piedi 17 anni. ArcelorMittal ha invece sfasciato tutto pochi mesi dopo essere entrata, a novembre 2018».

I cancelli chiusi

L’ispezione dei commissari
Intorno alle 9 i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, insieme a tecnici ed avvocati, sono arrivati in stabilimento per avviare l’ispezione degli impianti e delle aree. Poiché sono la proprietà, vogliono rendersi conto dello stato della fabbrica dopo che il prefetto di Taranto ha scritto loro e i sindacati hanno denunciato una serie di carenze. L’ispezione doveva aver luogo già il primo giugno, poi saltò, non senza qualche polemica, per l’indisponibilità di ArcelorMittal. L’ispezione, inizialmente programmata per quattro giorni sino all’11 giugno, in realtà ne durerà otto. ArcelorMittal ha preteso la presenza del loro responsabile settore per settore e ci sono aree, come gli altiforni, dove ve ne sono tre, che vanno ispezionati singolarmente. «L’ispezione in ArcelorMittal é cominciata, alla fine con l’azienda ci siamo intesi ed abbiamo trovato una procedura condivisa», dichiarano fonti vicine all’amministrazione straordinaria Ilva, che rappresentano il Governo e la proprietà degli impianti. «All’inizio - dicono le fonti - erano sorti dei problemi organizzativi anche perché ArcelorMittal vuole che alle ispezioni partecipino i direttori di area dello stabilimento e c’era un direttore a cavallo di due aree. Poi però abbiamo visto come organizzare le cose, le abbiamo concordate e siamo quindi partiti con l’ispezione».

ll consiglio di fabbrica

Lo sciopero
Nella mattinata dell’8 giugno è cominciato anche il consiglio di fabbrica straordinario per un punto di situazione. Nei sindacati si ritiene che si debba chiudere per sempre con la gestione ArcelorMittal «perché palesemente inaffidabile». «Ogni qualvolta ArcelorMittal presenta un piano è sempre peggiorativo rispetto al precedente», commentano. Confermate le 24 ore di sciopero del 9 giugno ma si prevedono anche dei sit in all’esterno del siderurgico. Il consiglio di fabbrica è terminato con un documento congiunto di Fim, Fiom e Uilm in cui si ritiene «inaccettabile l’atteggiamento del Governo che continua a trattare con ArcelorMittal, una controparte che ha dato dimostrazione di essere un soggetto inaffidabile e che non rispetta gli impegni sottoscritti». «L'unica cosa certa contenuta all’interno del piano industriale sono gli esuberi del personale», aggiungono le sigle metalmeccaniche che rinconvocano per la mattina del 10 giugno il consiglio di fabbrica a Taranto a valle dell’incontro col ministro Patuanelli.

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